Ci sono questioni di importanza internazionale che, spesso, in Italia vengono spiegate in maniera caotica, dando per scontato che tutti siano a conoscenza dei retroscena e delle motivazioni reali di alcuni avvenimenti.
Questa carenza è di una comunicazione cui interessa di più lanciare messaggi, che fare approfondimenti, ovvero parlare alla pancia più che alla testa degli italiani, considerati, oramai, dei poveri sudditi, ignoranti funzionali, etero-dirigibili facilmente.
È in tale contesto storico, ove chi è bravo ottiene più invidie che rispetto, mentre fino a una trentina d’anni fa, aveva, correttamente, più rispetto che invidie. Ora, anche questo atteggiamento contribuisce alla decadenza che viviamo e occorre tenerne conto.
La mentalità liberal, comune a conservatori a progressisti, conosce molto bene la comunicazione e applica il suo potere sulle masse, annichilite dai social e da notizie quotidiane a raffica, deviazioni d’interesse, funzionali all’azione dei signori della Terra e dissenso incanalato e ben controllato dal Sistema, tramite il vil denaro o piccole prebende, per i tribuni della plebe del terzo millennio.
Il buon consumatore e l’omologato non devono avere il tempo per pensare. Devono fare in fretta a comprare l’ultimo modello di I-phone così come devono bersi ogni narrativa ufficiale, senza troppe storie. I nemici sono coloro che, nonostante tutto, pensano, studiano e si pongono fuori dal coro, anche con azioni militanti, oggi divenute persino un articolo pubblico o una manifestazione spontanea.
Prendiamo ad esempio il “caso Epstein” che vorrebbe essere usato per far cadere Trump. Molti credono si tratti del nome di un farmaco o di un grande genio: dopo Einstein, c’è Epstein.
Invece, “Jeffrey Epstein fece i soldi nella finanza tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, accumulando grandissime ricchezze e usandole per stringere relazioni con università, aziende, enti di beneficenza e organizzazioni non profit di vario genere, che ricopriva di generosissime donazioni. Dava soldi a chiunque ne chiedesse, forniva consulenza finanziaria e fiscale ai super ricchi e diventò uno di loro” – spiega correttamente la rubrica “da Costa a Costa” de Il Post, a firma di Stefano Costa.
Epstein era noto anche per le feste che organizzava nelle sue ville e su un’isola caraibica che aveva comprato. Erano feste piene di ragazze giovanissime, spesso minorenni, arruolate e presentate come “massaggiatrici” e messe a disposizione degli ospiti.
Molti anni più tardi, Epstein avrebbe sostenuto che le ragazze non subivano alcuna costrizione e facevano davvero le massaggiatrici, al massimo fornendo qualche prestazione extra al termine dei massaggi.
Epstein fu arrestato una prima volta nel 2005, fu accusato di gestire un giro di prostituzione, le indagini individuarono almeno 36 vittime; ottenne un accordo generosissimo dichiarandosi colpevole e fu condannato ad appena 13 mesi. Poi uscì e ricominciò. Fu arrestato di nuovo a New York nel 2019. I procuratori individuarono decine di vittime. Un mese dopo il secondo arresto, si uccise in carcere.
Le sue ville erano piene di telecamere nascoste. Negli anni, molti hanno sostenuto che registrasse i rapporti sessuali suoi e dei suoi ospiti e il loro uso di sostanze, per ricattarli e per proteggersi. E che esistano questi video, da qualche parte, oltre a una lista dei suoi clienti più famosi, ovvero i famosi “Epstein files”.
Ma in vent’anni, nonostante la fortissima attenzione dei media e della politica, non è mai venuto fuori niente, nemmeno una prova che questi files esistano.
Una parte della destra americana è certa, da anni, che esista una cricca segreta di pedofili potentissimi: per loro il caso Epstein dimostra che qualcosa di vero c’è. Quindi chiedono “la verità” sulla morte di Epstein e soprattutto la diffusione di questi presunti documenti, la lista dei clienti e i video che, secondo loro, mostrerebbero come la finanza globale, la lobby ebraica e il Partito Democratico siano ugualmente criminali.
L’establishment del Partito Repubblicano ha cavalcato questa teoria: senza sposare le accuse dei più sciroccati ma unendosi alla richiesta di trasparenza.
L’anno scorso, in campagna elettorale, J.D. Vance prometteva di diffondere tutto appena arrivati alla Casa Bianca. Kash Patel, oggi capo dell’FBI, chiedeva di sapere «chi sono i pedofili». Quando hanno vinto le elezioni, quest’area si aspettava di passare all’incasso.
La procuratrice generale, Pam Bondi, aveva annunciato solennemente la diffusione di documenti inediti che si sono rivelati roba vecchia. Poi aveva detto di avere «sulla scrivania» la lista dei clienti di Epstein e che l’avrebbe pubblicata presto (non è successo). Poi hanno pubblicato un video ritoccato della cella di Epstein, ripresa dall’esterno la notte, in cui si uccise. Non avevano in mano niente. Oppure volevano coprire Trump, viste le sue frequentazioni con Epstein?
Un nuovo rapporto dell’FBI aveva concluso che Epstein non aveva alcuna “lista di clienti”, che i video non ci sono e che Epstein morì davvero per suicidio. Nemmeno questa mossa aveva funzionato, anzi: i complottisti si erano molto incazzati, mentre i Democratici accusavano Trump di avere qualcosa da nascondere.
La notizia di questa settimana, quindi, è che Camera e Senato hanno votato a larghissima maggioranza per la diffusione degli “Epstein files”. Ora l’amministrazione ha trenta giorni per diffondere i documenti in suo possesso, sempre escludendo i materiali che possono mettere a rischio la privacy e la reputazione delle vittime e quelli legati a indagini ancora in corso.
Per alcuni tra gli avversari e gli oppositori di Trump, a questo punto il caso Epstein è diventato quello che nel primo mandato era il caso Russia: una storia che contiene verità, ma nessuna all’altezza di quello che sostengono i complottisti, e che fornisce la convinzione permanente – e permanentemente delusa – che il castello sia sempre sul punto di crollare, che presto sapremo qualcosa di grosso. Consideratemi molto scettico. Ma non è questa la cosa importante di questa storia. L’appoggio di Trump al voto favorevole è un segnale per cui il Tycoon non pare aver paura di pesanti retroscena. Nelle linee generali, appare tutto simile ad un “Rubygate” in salsa americana.
Nelle ultime settimane abbiamo visto i Repubblicani respingere diverse proposte della Casa Bianca, dal “dividendo dei dazi” alla riforma dei regolamenti parlamentari per eliminare le condizioni che hanno portato allo shutdown. Ci sono Repubblicani che resistono alle pressioni di Trump che vuole ridisegnare i collegi della Camera. E scontri su alcune nomine importanti che richiedono una ratifica parlamentare.
Non è più granitica la maggioranza di The Donald. Non è più così popolare la sua figura, a solo un anno dall’insediamento. Ma nelle difficoltà il Presidente americano si è sempre dimostrato abile. Di fronte agli scandali come questo, la sensazione prevalente è che servirà a lungo il gossip mediatico anti-Trump.
Poteva un miliardario come Trump non conoscerne un altro come Epstein? Difficile. La conoscenza non è un reato. Trump non era e non è un poliziotto, neppure un santo. I fatti reali cadranno lentamente come una bolla di sapone? Ci sono situazioni similari nella storia terminate dopo anni di inchiostro e bla bla nel nulla. Servono a gettare ombre sul Presidente? Sì, come è accaduto a Silvio Berlusconi, senza intaccarne il consenso.
di Matteo Castagna
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