Zelensky e l’odio santificato: quando l’Occidente applaude ciò che condannerebbe altrove. La notizia riportata da Il Secolo d’Italia, secondo cui Volodymyr Zelensky avrebbe augurato la morte a Vladimir Putin durante il discorso di Natale, non può essere archiviata come una semplice uscita infelice o come uno sfogo comprensibile in tempo di guerra. Al contrario, rappresenta un passaggio simbolico rilevante della crisi politica, culturale e morale che attraversa l’Occidente contemporaneo. Il punto non è stabilire se l’espressione sia stata letterale o allusiva, né indulgere in cavilli linguistici. Il dato politico è un altro: un capo di Stato, nel giorno che per tradizione richiama pace e riconciliazione, utilizza un linguaggio che legittima l’odio come fatto pubblico e lo trasforma in messaggio istituzionale. E questo avviene senza scandalo, senza condanna unanime, anzi con una sostanziale indulgenza mediatica e politica.
Il doppio standard della comunicazione politica
Se parole analoghe fossero state pronunciate da un leader non allineato agli interessi occidentali, la reazione sarebbe stata immediata e feroce. Si sarebbe parlato di barbarie, di disumanizzazione del nemico, di pericolo per la stabilità globale. Nel caso di Zelensky, invece, l’episodio viene giustificato dal contesto, relativizzato dalla sofferenza del suo popolo, assorbito dentro una narrazione che distingue rigidamente tra buoni e cattivi, vittime e carnefici. È il doppio standard morale che domina la comunicazione politica occidentale. In questa cornice, l’odio non è più visto come una degenerazione da contenere, ma come un sentimento legittimo se indirizzato verso il nemico “giusto”. È una forma di sacralizzazione dell’ostilità che svuota la politica di ogni dimensione razionale e la riduce a racconto emotivo.
La guerra come favola morale e il ruolo dell’Europa
La guerra non è più analizzata nei suoi rapporti di forza, nei suoi esiti possibili, nei suoi costi reali per i popoli europei, ma trasformata in una favola morale, dove ogni eccesso è ammesso purché coerente con la parte assegnata. Il discorso di Zelensky si inserisce perfettamente in questa dinamica. Da un lato l’invocazione della pace, dall’altro un linguaggio che alimenta l’escalation simbolica; da una parte la rappresentazione della sofferenza, dall’altra la richiesta continua di armi, fondi e sostegno esterno. Ne emerge l’immagine di una leadership sempre più legata alla propaganda emotiva e sempre meno a una visione autonoma e strategica del conflitto. L’elemento più problematico, tuttavia, riguarda l’Europa. Di fronte a simili affermazioni, il continente resta muto o complice, incapace di esprimere una posizione propria. L’Unione Europea non agisce come soggetto politico, ma come amplificatore della narrazione atlantica, accettando senza discussione linguaggi e posture che, in altri contesti, verrebbero bollati come irresponsabili.
La religione civile e la frattura culturale
Il risultato è un’Europa che paga i costi economici e sociali della guerra senza avere alcun controllo sulle sue prospettive e sui suoi limiti. L’articolo de Il Secolo d’Italia coglie dunque un nervo scoperto: non si tratta solo che Zelensky odi Putin, ma del clima ideologico che consente certe parole e ne censura altre a seconda della convenienza geopolitica. Quando l’odio diventa accettabile se pronunciato “dalla parte giusta”, la politica smette di essere governo della realtà e diventa religione civile, con i suoi dogmi, i suoi eretici e le sue assoluzioni automatiche. Che tutto ciò avvenga a Natale non è un dettaglio secondario. È il segno di una guerra che non si combatte più solo sul terreno militare, ma anche su quello simbolico, linguistico e culturale. E quando persino le festività vengono piegate a una retorica di annientamento morale del nemico, significa che il conflitto ha già prodotto una frattura profonda, non solo tra Stati, ma all’interno della stessa civiltà europea.
Gianluca Mingardi
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