La guerra in Ucraina non è mai stata davvero una questione di democrazia contro autoritarismo. È invece il laboratorio di un’ipocrisia occidentale sistemica, che l’Europa accetta e subisce, sacrificando la propria autonomia politica e culturale. L’Ucraina viene presentata come il baluardo dei “valori europei”, ma questi valori sono evocati solo quando servono a colpire il nemico designato. La realtà è un’altra: opposizioni silenziate, media controllati, corruzione diffusa e milizie ultranazionaliste mai davvero rimosse, elementi che in qualsiasi altro contesto sarebbero stati definiti incompatibili con la democrazia. Eppure, tutto questo non conta. La ragione è semplice: l’Ucraina serve come territorio-cuscinetto tra Occidente e Russia, uno spazio di influenza strategica che permette agli Stati Uniti e all’Europa di contenere Mosca senza impegnarsi direttamente sul proprio territorio. È la logica del nemico principale: tutto ciò che contrasta la Russia, anche se internamente discutibile, diventa automaticamente “dalla parte giusta”.
La subalternità strategica dell’Europa
A ciò si aggiunge la subalternità dell’Europa. Il continente non agisce come soggetto politico autonomo: dipende militarmente dagli USA, dipende energeticamente da forniture ricostruite in chiave strategica e dipende narrativamente da media e think tank allineati alla propaganda occidentale. Difendere l’Ucraina significa dunque mostrare fedeltà all’alleanza atlantica, rinviare il confronto con il proprio declino strategico e pagare un prezzo economico e sociale enorme, senza alcun controllo reale sugli sviluppi della guerra.
La guerra mediatica e il controllo del dissenso
E non meno importante è la guerra mediatica. I media italiani, indegnamente subalterni, raccontano l’Ucraina come vittima innocente e Putin come tiranno, “figlio di…” (CIT. Parenzo, La Zanzara) – e via dicendo – da demonizzare senza se e senza ma. Le contraddizioni interne dell’Ucraina, i battaglioni nazionalisti, la corruzione, la mancanza di pluralismo politico: tutto sparisce. Chi osa ricordare questi fatti viene tacciato di filoputinismo o di tradimento morale, mentre chi ripete la narrazione ufficiale ottiene applausi e visibilità. Inoltre, la guerra in Ucraina funziona da strumento di disciplinamento interno. In suo nome si giustificano restrizioni, censura, propaganda e la criminalizzazione del dissenso. È la dimostrazione evidente che i “valori” proclamati servono soprattutto a impedire il pensiero critico, a mantenere l’opinione pubblica allineata e a trasformare l’odio simbolico verso il nemico in consenso politico.
Il simbolo di una crisi di civiltà
Per l’opinione che guarda con lucidità, non si tratta di difendere Putin, né di idealizzare la Russia. Si tratta di riconoscere un meccanismo chiaro: l’Europa pretende di esportare la democrazia mentre la sospende al proprio interno, condanna il nazionalismo altrui mentre arma quello utile, e predica pluralismo mentre impone una sola narrativa possibile. L’Ucraina non è il simbolo della libertà europea: è il simbolo della sua crisi, della subalternità geopolitica e della degenerazione mediatica.
Gianluca Mingardi
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