Non è il caso di ripetere che la Sinistra italiana e i pro-pal in specifico sono certamente i peggiori nemici che il popolo di Gaza poteva incontrare fuori dai martoriati confini dove – tutt’oggi – si sta consumando un genocidio senza precedenti nell’epoca contemporanea.
Anzi, chi organizza manifestazioni violente, chi protegge i delinquenti che devastano le città e assaltano la Polizia, è da iscrivere nell’elenco dei migliori e più efficienti propagandisti di Israele, togliendo continuamente attenzione da ciò che si sta consumando ai danni dei palestinesi e distraendo l’opinione pubblica nazionale con devastazioni e violenze infinitamente minori, rispetto a quelle che si perpetrano in Medio oriente, ma fatalmente molto più vicine, prossime e di immediata percezione, rispetto a ciò che accade al di là del Mediterraneo.
Ciò premesso, è rivoltante l’atteggiamento e la strumentalizzazione politica che si sta sviluppando intorno all’inchiesta genovese sui presunti finanziamenti fatti giungere ad Hamas dall’Italia. E il riferimento non è tanto alla richiesta di scuse che il Centrodestra avanza verso la Sinistra – polemicuzze che lasciano il tempo che trovano -, ma al fatto che diversi esponenti della maggioranza di governo – fratellini d’Italia in testa, ovviamente – hanno colto l’occasione per indicare in Hamas, a chiuse dei loro commenti, il “responsabile delle sofferenze patite dai palestinesi”.
Il ragionamento è chiaro e lineare, nella sua sesquipedale idiozia: Hamas è un’organizzazione terrostica; il 7 ottobre c’è stato un attentato contro Israele, con mille morti; ergo: le centinaia di migliaia di vittime palestinesi della rappresaglia israeliana sono giustificate e imputabili alla responsabilità sempre di Hamas.
Ora, se Mohammad Hannoun è un finanziatore del terrorismo di Hamas è giusto che vena perseguito, su questo non ci sono dubbi da parte di alcuno. Ma i crimini di Israele restano crimini di Israele e non si comprende, alla luce anche delle determinazioni internazionali su questo aspetto della questione, per quale ragione si continui a permettere alle comunità israelitiche italiane di avere rapporti anche economici e di finanziamento con Tel Aviv o di continuare a permettere a coloro che hanno il doppio passaporto, italiano e israeliano, di prestare servizio militare in un esercito che ha compiuto innumerevoli e gravissimi crimini di guerra.
In questa fiera delle ipocrisie, però, c’è anche del grottesco. A leggere quanto riportato dalla stampa, anche da quella che sostiene il governo italiano e che gioisce per l’arresto di Hannoun e di altri esponenti filo-palestinesi, i soldi che questi signori avrebbero raccolto non sarebbero stati usati per comprare armi ed esplosivi, al fine di organizzare attentati in Israele o in Italia. Sarebbero stati erogati a enti benefici e di assistenza – i quali si presume, almeno da quel che si legge nelle carte dei magistrati liguri, che li abbiano usati per gli scopi propri a ciascuna di queste associazioni – che, in realtà, sarebbero enti vicini o collegati ad Hamas.
Dunque, il problema non è più neanche quello di valutare la fonte di tali sospetti – è stata Israele, parte in causa nel conflitto, a segnalare queste organizzazioni come associazioni sostenitrici di Hamas -, ma di capire se possano essere giudicati finanziamenti al terrorismo denari spesi per il sostegno della popolazione civile di Gaza, ancorché questi fondi fossero stati gestiti e redistribuiti da organismi legati ad Hamas.
Si tratta di un tema delicato, anche perché, nel caso che così fosse, non è da escludere che Hannoun e i suoi coimputati vengano prosciolti e assolti. In quel caso, chi dovrebbe chiedere scusa a chi? Ecco perché, in altro articolo, si è scritto che il governo avrebbe fatto molto meglio, interrompendo questa catena di finanziamenti ed espellendo gli attuali arrestati, invocando le ragioni di sicurezza nazionale ed evitando di entrare nel merito.
Ai magistrati genovesi, infatti, ora spetta il compito non solo di dimostrare che quei soldi sarebbero stati usati per compiere attività terroristiche, ma anche che Hannoun e gli altri, nel caso che questa “distrazione” di finalità fosse stata compiuta, ne fossero consapevoli, dato che, nel nostro ordinamento, la responsabilità penale è personale e prevede che l’accusato fosse cosciente che, per esempio, invece di medicinali e cibo, si siano acquistati con quei soldi munizioni ed esplosivi.
Si tratta di un accertamento non facile e delicato persino per un magistrato che fosse, in ipotesi, pregiudizialmente convinto dell’ipotesi accusatoria; figuriamoci per quelli che hanno già fatto capire di non essere disposti a trattare con sufficienza e faziosità la materia.
Il tutto col rischio, tra qualche settimana o qualche mese, di veder riconosciuta la liceità dell’azione di questi signori e, di conseguenza, di assistere a nuove ondate polemiche, agitate da una Sinistra finta pro-Pal che si ergerebbe, a quel punto, a vittima di macchinazioni poliziesche. Insomma, dovendo passare da un’aula di giustizia nostrana, la trasformazione di Hannoun da imputato in “polpetta avvelenata” è più probabile di quel che oggi non si pensi.






































































