Un rapporto dell’Istat pubblicato lo scorso 27 gennaio, dal titolo: “L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere – anno 2024”, descrive l’aggravamento di una tendenza in atto ormai da decenni, vale a dire la progressiva scomparsa dell’uso dei dialetti nella nostra penisola. Nel 2024 il 48,4% della popolazione al di sopra dei 6 anni parlava unicamente o prevalentemente italiano, sia in famiglia che con amici o estranei, in netta crescita rispetto al 2015, quando la percentuale era del 40,6%.
È interessante notare come, nel periodo quasi trentennale che va dal 1987 al 2015, la percentuale si sia mantenuta praticamente costante, mentre nell’ultimo decennio si sia verificata una decisa impennata. Meno di un terzo degli italiani (il 32,7% per la precisione) di età compresa tra i 6 e i 24 anni parla il dialetto in famiglia, che è il contesto di solito più favorevole all’uso del vernacolo.
È l’effetto di una pluriennale azione di discredito nei confronti dei dialetti, erroneamente considerati come un retaggio da ignoranti, un indice di arretratezza, un appannaggio dei ceti svantaggiati. Invece il dialetto rappresenta un insostituibile elemento identitario, un collegamento fondamentale tra individuo, comunità e territorio, un veicolo per trasmettere l’antica saggezza popolare. La sua progressiva scomparsa costituisce una drammatica perdita culturale, un taglio alle nostre radici. Erroneamente per anni l’uso del dialetto è stato visto in contrapposizione a quello dell’italiano, come se una cosa escludesse l’altra, mentre invece sarebbe bastato valorizzare entrambi, ciascuno per il proprio ambito.
E l’abbandono del vernacolo non ha affatto migliorato la conoscenza e l’uso della lingua nazionale, ormai da tempo vittima di inutili imposizioni (anche a livello giuridico e istituzionale) di termini stranieri, per lo più inglesi, o peggio ancora, degli inquinamenti ammorbanti del politicamente corretto (si pensi all’uso schwa). Non stiamo perdendo solo i dialetti, dunque, stiamo smarrendo anche l’italiano, probabilmente la lingua più bella e ricca del mondo.
In questo quadro a tinte fosche, si scorgono ogni tanto dei segnali in controtendenza. I Comuni molisani di Casacalenda, Civitacampomarano e Larino stanno realizzando degli archivi digitali con le registrazioni delle parlate dialettali degli anziani, per poterle trasmettere alle future generazioni.
Simpatica ed interessante l’iniziativa editoriale della Panini Comics di pubblicare fumetti di Topolino tradotti in alcuni dialetti della penisola. Esistono da tempo dei dizionari per diversi vernacoli. Ci sono la poesia, la musica, il teatro dialettale. Ma tutto questo non basta, a quanto dice il rapporto dell’Istat. Sarebbe importante, allora, introdurre l’insegnamento dei dialetti nelle scuole, sensibilizzando i giovani sull’importanza di questo grande patrimonio. Perché perdendo le nostre radici non saremo solo più poveri. Saremo molto più deboli.
Raffaele Amato
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