Se tutto ciò che emerge dagli scandali legati ai file Epstein e quindi i grandi circuiti di potere fosse vero, il nostro tempo non somiglierebbe tanto a un sistema in crisi, quanto a una struttura morale stratificata.
Un inferno civile. Non metafisico, ma profondamente terreno.
Il paragone con l’Inferno non è casuale.
Ci sono quattro motivi principali che lo giustificano:
1. Sovraccarico informativo: l’impressionante quantità di documenti, testimonianze e ricostruzioni rende impossibile per chiunque conoscere tutto approfonditamente. Ogni notizia può essere smentita, confermata, ridimensionata o amplificata da un’altra, impedendo qualsiasi dibattito serio.
2. Estensione e gravità dei crimini: l’immensità degli orrori raccontati è tale da risultare quasi incomprensibile per la mente comune, pur sapendo che ricchi e potenti hanno sempre avuto accesso a vizi estremi.
3. Coinvolgimento di vertici del potere: se i protagonisti sono individui al vertice della finanza, della politica o della cultura, quale istituzione potrebbe considerarsi “monda” pulita, capace di indagare e condannare senza conflitti d’interesse?
4. Il tempo necessario per fare chiarezza: una quantità così enorme di fatti, connessioni e implicazioni richiederebbe decenni per essere compresa appieno, rendendo quasi impossibile la giustizia immediata.
I novelli gironi infernali
Di fronte a questa vastità, io mi sento davanti a una “nuova Commedia”: i gironi infernali sembrano molto terreni, e rappresentativi di una società senza regole, senza limiti, senza esempi morali.
Il male non si distribuisce mai in modo casuale: esistono gerarchie, livelli di responsabilità e gravità.
Osservando i fatti con questo criterio, non sembra davvero verosimile — e forse inevitabile — che un ordine infernale, con gironi distinti secondo i tipi di colpa, trovi una sorprendente corrispondenza in ciò che emerge da questo mondo di potere, vizi e silenzi?
Secondo questo schema simbolico:
• Nel primo cerchio stanno i silenziosi, che sapevano ma hanno taciuto.
• Nel secondo, l’abuso di potere diventa strumento di dominio privato.
• Il terzo è l’eccesso: ingordigia di privilegi, immunità, accessi esclusivi.
• Il quarto rappresenta la mercificazione delle relazioni e dei favori.
• Il quinto raccoglie chi reagisce con aggressività per proteggere la propria rete.
• Nel sesto, l’ipocrisia sistemica trasforma virtù proclamata in menzogna.
• Il settimo è la violenza diretta o indiretta.
• L’ottavo è la frode organizzata, pianificata, strategica.
• Infine, il nono è il tradimento totale della fiducia pubblica, dei più deboli e della giustizia.
La forza di questa metafora sta nel fatto che l’Inferno sembra ma non è caos: è sistema. La percezione diffusa che il sistema possa proteggere se stesso più di quanto protegga i cittadini rende la società moderna simile a una selva oscura collettiva: confusa, cinica, incapace di distinguere tra verità e copertura, tra giustizia e gestione del danno.
La realtà diabolica
Ma c’è un ultimo pensiero che scuote la prospettiva: chi è, in fondo, Lucifero in questo Inferno contemporaneo? Non un uomo, non un nome, non un volto: Lucifero è la forza invisibile che trasforma l’uomo in mostro.
È il potere del denaro, la legge silenziosa che spinge a barattare etica e compassione con profitto e vantaggio personale. In questo senso, ogni girone infernale ha il suo demone interiore.
Ogni silenzioso, ogni predatore di potere, ogni ingordo, ogni traditore — tutti servono lo stesso padrone. Non c’è Inferno senza Lucifero. Non c’è corruzione senza il suo richiamo.
E forse il vero orrore non sta nei nomi, nei casi o nei documenti: sta nell’idea che chiunque, toccato da questa forza, possa diventare ingranaggio del suo sistema, dimenticando regole, limiti e morale.
Gianluca Mingardi
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