Diritti proclamati, contratti contestati: il caso Fanpage e la morale a corrente alternata dell’informazione progressista
Per anni si è presentata come una delle voci più combattive del giornalismo digitale italiano, impegnata su diritti sociali, lavoro, disuguaglianze e precarietà.
Oggi però la testata Fanpage.it, appartenente al gruppo Ciaopeople, si trova al centro di una contestazione previdenziale che rischia di incrinare proprio quell’immagine pubblica costruita nel tempo.
Secondo quanto riportato daTgcom24, l’INPS avrebbe contestato all’editore l’utilizzo di formule contrattuali ritenute non conformi agli standard del settore giornalistico, chiedendo un ricalcolo dei contributi e avanzando una richiesta economica rilevante a titolo sanzionatorio. Non si tratta di una sentenza penale né di un’accusa definitiva, ma di una controversia amministrativa e previdenziale che dovrà seguire il suo iter.
Cortocircuito simbolico
Tuttavia, il tema sollevato è politico prima ancora che giuridico. Perché il punto non è soltanto quale contratto sia stato applicato, ma il corto circuito simbolico che emerge.
Da anni una parte consistente dell’informazione digitale italiana costruisce la propria legittimazione pubblica su una narrazione precisa: difesa dei lavoratori, denuncia dello sfruttamento, battaglie contro la precarizzazione. Quando però una di queste realtà finisce sotto verifica proprio sul terreno del lavoro interno, il racconto inevitabilmente cambia tono.
Non è necessario anticipare giudizi né trasformare una contestazione in una condanna; sarebbe scorretto e improprio. Ma è legittimo osservare come questo episodio mostri un problema più ampio: il modello economico dell’informazione online militante.
Negli ultimi quindici anni numerose redazioni digitali si sono presentate come presìdi morali prima ancora che giornalistici.
Hanno costruito comunità, identità politiche, appartenenze culturali. Hanno parlato a una generazione di giovani collaboratori spesso motivati più da convinzioni ideologiche che da reali prospettive professionali. In questo contesto, il confine tra missione e mercato si è fatto sempre più sottile. Il caso sollevato oggi, politicamente, non riguarda quindi solo una testata bensì un intero sistema mediatico che ha trasformato l’impegno civile in un prodotto editoriale e la militanza culturale in una leva di consenso.
Quando però entrano in gioco contratti, contributi e retribuzioni, la retorica lascia spazio alla struttura concreta delle aziende editoriali, che restano imprese con bilanci, costi e strategie competitive.
Se questa vicenda porterà a un chiarimento amministrativo o a una revisione delle posizioni contrattuali lo stabiliranno gli organi competenti.
Ma sul piano politico il dato è già evidente: nessuna redazione è moralmente superiore per definizione, e nessuna narrazione ideologica può sostituire la verifica dei fatti.
Per anni il giornalismo progressista ha preteso di rappresentare non solo una linea editoriale, ma un modello etico.
Oggi scopre di dover rispondere alle stesse domande che ha rivolto agli altri.
E forse è proprio questo il segnale più importante: nel mondo reale, più che le dichiarazioni di principio, contano le responsabilità concrete.
Gianluca Mingardi
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