Dopo le forti pressioni internazionali ricevute, Israele ha accordato al Cardinale Pizzaballa e a Padre Ielpo l’accesso al Santo Sepolcro, in un primo momento inibito per via di un non meglio precisato “pericolo per la sicurezza”. Si tratta comunque di una mezza marcia indietro visto che le celebrazioni per la Settimana Santa saranno in formato ristretto in accordo con le forze di polizia israeliane. L’articolo che segue, dell’ottimo Alessandro Tamborini ripercorre la vicenda e presenta la lunga tradizione liturgica attorno alla conversione degli ebrei.
29 marzo 2026: non accadeva da secoli che al Santo Sepolcro non potessero giungere i capi delle chiese cristiane.
Una lunga nota congiunta del Patriarcato e della Custodia ricostruisce i fatti, esprimendo preoccupazione e rammarico davanti ai miliardi di cristiani che da tutto il
mondo seguono i riti della Settimana Santa: “Questa mattina, la polizia israeliana ha impedito al Patriarca latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Capo della Chiesa cattolica in Terra Santa, insieme al Custode di Terra Santa, il Reverendissimo padre Francesco Ielpo, Ofm, Custode ufficiale della Chiesa del Santo Sepolcro, di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, mentre si recavano a celebrare la Messa della Domenica delle Palme”. I due sono stati fermati lungo il percorso, mentre procedevano “in forma privata e senza alcuna caratteristica di processione o atto cerimoniale”.
Sono stati costretti a tornare indietro, impedendo di avvicinarsi alla Basilica. “Di conseguenza, e per la prima volta da secoli, ai capi della Chiesa è stato impedito di celebrare la Messa della Domenica delle Palme nella Chiesa del Santo Sepolcro”, si legge.
Nel comunicato viene precisato che
“questo incidente costituisce un grave precedente e ignora la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”.
I capi delle Chiese “hanno agito con piena responsabilità e, sin dall’inizio della guerra ricorda la nota -, hanno rispettato tutte le restrizioni imposte: gli incontri pubblici sono stati annullati, la partecipazione è stata vietata e sono state prese disposizioni per trasmettere le celebrazioni a centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo, che, in questi giorni di Pasqua, rivolgono lo sguardo a Gerusalemme e alla Basilica del Santo Sepolcro”. Perciò impedire l’ingresso al Cardinale e al Custode, “che ricoprono la più alta responsabilità ecclesiastica per la Chiesa cattolica e i Luoghi Santi, costituisce una misura manifestamente irragionevole e gravemente sproporzionata”. E rivolgendosi ai fedeli di tutto il mondo: “il Patriarcato Latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa esprimono il loro profondo rammarico ai fedeli cristiani in Terra Santa e in tutto il mondo per il fatto che la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano sia stata così impedita”.
A tentare di rimediare ha provato il presidente Israeliano Isaac Herzog che ha telefonato al cardinale Pizzaballa esprimendo “profondo dolore per lo spiacevole incidente”. Una versione che però è contraddetta dalla reazione degli Usa. La decisione è “difficile da comprendere o giustificare ed è un’ingerenza eccessiva che sta già avendo gravi ripercussioni in tutto il mondo”, ha dichiarato l’ambasciatore Usa in Israele, Mike Huckabee. Nella sua nota il diplomatico americano smentisce l’iniziale ricostruzione israeliana. Poco prima era stato il primo ministro Benjamin Netanyahu a sostenere la tesi contestata anche dalla diplomazia americana. “Non c’era alcun intento malevolo, ma solo preoccupazione per la sua sicurezza (quella di Pizzaballa) e quella del suo gruppo”.
Tali inaudite azioni hanno causato grave sdegno nel mondo, con interventi internazionali e di Capi di Stato e di Governo per una decisione affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie perchè rappresenta un allontanamento estremo dai principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello “Status Quo”.
Una vergogna inaudita, un’affronto violento poiché la politica non è fatta solo di formalità, ma è fatta di simboli, di gerarchie, di percezioni. E qui il simbolo è devastante: il Patriarca latino di Gerusalemme fermato davanti al luogo più sacro della cristianità nel giorno che apre la Settimana Santa. Ma volendo credere alle giustificazioni israeliane c’è un punto che resta: anche quando un gesto non nasce per offendere, può produrre un effetto politico e simbolico enorme, ed infatti lo ha prodotto. Sul piano geopolitico, l’episodio è pesante perché colpisce uno degli argomenti con cui Israele ama presentarsi all’Occidente: essere il presidio della libertà religiosa e sul piano del dialogo ebraico-cristiano, la vicenda è ancora più delicata.
1Il 28 ottobre 1965, il Concilio Vaticano II adottava la Dichiarazione “Nostra Aetate” sulle relazioni della Chiesa cattolica con le religioni non cristiane, che pose fine a secoli di incomprensioni tra ebrei e cristiani e il rapporto tra mondo cattolico ed ebraismo ha vissuto una lunga e faticosa opera di ricucitura. Due decenni dopo la Shoah, in un popolo profondamente ferito e dopo secoli di incomprensioni tra cristiani ed ebrei, questa dichiarazione, che riconosce alle due religioni un patrimonio comune, ha aperto la via al dialogo.
Tuttavia, le recenti tensioni in Medio Oriente, l’attentato di Hamas del 7 ottobre 2023 e la risposta militare israeliana mettono a dura prova sei decenni di dialogo.
Quel cammino prosegue, ma episodi simili lo avvelenano e si pone una domanda: la libertà di culto è davvero garantita quando la sicurezza statale decide di contenere, reprimere la presenza cristiana proprio nel suo luogo dove è nata e nel luogo più identitario? Ancor più ci si domanda quanto il mondo debba ancora “sopportare” rispetto alle angherie, soprusi di azioni politiche e militari, violazioni del diritto internazionale, che Israele compie nel mondo.
Benjamin Netanyahu, Primo ministro di Israele in una conferenza stampa ha affermato poche settimane fa che “Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Se sei abbastanza forte, abbastanza spietato e abbastanza potente, il male prevarrà sul bene” usando tale frase per spiegare i motivi della guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Le parole aberranti di Benjamin Netanyahu hanno acceso una forte polemica internazionale, dove è stato accusato di aver espresso posizioni anti-cristiane sulla guerra in corso a tal punto da costringere il premier israeliano a chiarire il suo pensiero: “Altre notizie false sul mio atteggiamento nei confronti dei cristiani, che sono protetti e prosperano in Israele. Vorrei essere chiaro: non ho denigrato Gesù Cristo durante la conferenza stampa di questa sera”.
Parole menzognere, anche quando afferma “i cristiani sono protetti e prosperano in Israele“ Il sottoscritto ha vissuto in Terra Santa, vi ha studiato, ha svolto indagini scientifiche e campi di ricerca archeologici, vi ha svolto innumerevoli viaggi ed è dunque testimone diretto di come da anni ormai in Israele, vi sia un’odiosa, gravissima ed irresponsabile recrudescenza di azioni di ogni tipologia contro i cristiani, costretti ad andarsene, limitati nei loro diritti, e sempre più odiati dagli ebrei.
Negli ultimi anni, in particolare dal 2023 e con un’intensificazione nel 2024-2025, si è registrato un significativo aumento di reati, degli atti di intolleranza, molestie e vandalismo contro i cristiani in Israele. Le tipologie di attacchi sono molteplici e in tutto Israele non solo a Gerusalemme.
Molestie fisiche e verbali: Sputi, insulti e aggressioni fisiche rivolte a pellegrini, frati, suore, sacerdoti e pellegrini nella Città Vecchia di Gerusalemme. Vandalismo e profanazione: Atti vandalici contro chiese, monasteri e cimiteri cristiani, con attacchi incendiari, limitazioni, minacce, chiusura di strade, scritte offensive sui muri.
Attacchi in Cisgiordania: Episodi di violenza da parte di coloni israeliani contro comunità cristiane palestinesi. Strategie politiche-religiose: atte ad incentivare occupazione dei territori, villaggi cristiani e palestinesi. Situazione a Gaza: la chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza è stata colpita da raid israeliani così come altre strutture di assistenza. E’ indubbio dunque di come le guerre in corso e le stesse “posizioni assunte da Israele” non fanno altro che alimentare nel mondo un aggravamento dell’antipatia e dell’odio per Israele e gli ebrei.
“Oremus et pro perfidis Judaeis”
Il fatto sconcertante del Santo Sepolcro chiuso, si inserisce proprio all’inizio della “Settimana Santa”. Giova dunque ricordare la preghiera “Oremus et pro perfidis Judaeis” “preghiamo per i perfidi Giudei” presente dal VI secolo fino al XX secolo nella liturgia cattolica del Venerdì Santo, con la quale i cristiani pregavano per la conversione dei giudei. La traduzione potrebbe significare tanto “Preghiamo anche per i perfidi giudei quanto Preghiamo anche per gli increduli giudei . come indicherò nel seguito.
La preghiera è stata istituita formalmente nel VII secolo; tale uso deriva dall’Omelia di Pasqua (Perì Pàscha) di Melitone di Sardi, oppure che si sia sviluppata come risposta benevola alla Birkat Ha Minim, la cosiddetta “dodicesima benedizione” ebraica dell’Amidah, che nella sua formulazione costituiva una vera e propria maledizione espressamente rivolta contro i “nazareni” cioè i seguaci di Gesù: “periscano in un istante i nazareni e gli apostati”, ad altre preghiere ebraiche e più in generale alle Toledot Yesu, racconti ebraici su Gesù, satirici e blasfemi.
Dopo il Concilio di Trento, l’uso di tale preghiera venne mantenuto solo nella liturgia del Venerdì Santo, nella grande preghiera universale che segue la lettura del Vangelo della Passione di Gesù. Il testo utilizzato nel Messale Romano è composto da un invito alla preghiera e dalla preghiera vera e propria:
«Oremus et pro perfidis Judaeis ut Deus et Dominus noster auferat velamen de cordibus eorum; ut et ipsi agnoscant Jesum Christum, Dominum nostrum. Omnipotens sempiterne Deus, qui etiam judaicam perfidiam a tua misericordia non repellis: exaudi preces nostras, quas pro illius populi obcaecatione deferimus; ut, agnita veritatis tuae luce, quae Christus est, a suis tenebris eruantur.»
La traduzione è la seguente:
“Preghiamo anche per gli ebrei che non credono, affinché il Signore e Dio nostro tolga il velo dai loro cuori ed anch’essi (ri)conoscano il Signore nostro Gesù Cristo. Dio onnipotente ed eterno, che non allontani dalla tua misericordia neppure la incredulità degli ebrei, esaudisci le nostre preghiere, che ti presentiamo per l’accecamento di quel popolo, affinché (ri)conosciuta la luce della tua verità, che è Cristo, siano liberati dalle loro tenebre.”
Secondo il messale tridentino di papa Pio V la preghiera universale del Venerdì santo consisteva di nove orazioni: si pregava per la Chiesa, per il papa, il clero, i governanti, i catecumeni, gli eretici, gli ebrei, i pagani e tutti coloro che si trovano in pericolo o povertà. Mentre in tutte le altre preghiere l’orazione terminava con la genuflessione (flectamus genua) e con una preghiera, questa formula non era prevista nell’orazione per gli ebrei: “Non si risponde Amen, non si dice Oremus né Flectamus genua, né Levate” La motivazione tradizionale dell’omissione della genuflessione risiede nell’esigenza di evitare la ripetizione del gesto di scherno contro il “re dei Giudei”, narrato in Matteo 27,29 e Marco 15,19 La genuflessione a questa orazione, che era stata soppressa nell’VIII secolo, fu reintrodotta con la riforma della Settimana Santa ordinata da papa Pio XII il 16 novembre 1955. Secondo Giacomo Martina, Storico della Chiesa italiano (Tripoli 1924 – Roma 2012)
Gesuita che per oltre un trentennio ha insegnato all’Università Gregoriana di Roma, mio docente, la diffusa avversione verso gli ebrei trova una viva espressione e un nuovo stimolo nella preghiera “Pro perfidis Judaeis”. Anche se il significato esatto del termine perfidus era quello di “incredulo, non credente”, e la preghiera, inizialmente, non aveva intenzioni ingiuriose, l’opinione comune interpretò presto l’espressione nel senso peggiorativo, di cieca e spietata ostinazione nell’errore, tanto più che la preghiera era accompagnata dalla singolare eccezione riguardante la genuflessione: è risaputo che l’efficacia storica di un decreto o di un documento più volte può trascendere le intenzioni dell’autore, e corrisponde all’impressione generale che esso produce nell’opinione pubblica.
Judaica perfidia
La parola perfidus /perfidia ha nel latino classico un doppio significato e una doppia etimologia. Da un lato indica una persona molto malvagia (per=molto, foedus=malvagio), come tuttora in italiano. Dall’altro, però, ha anche il significato di infido, traditore. Foedus, infatti, significa anche patto, alleanza e perfidus può indicare etimologicamente chi non rispetta i patti. Nel latino ecclesiastico, quindi, la perfidia sembrò essere parola particolarmente precisa per indicare l’incredulità degli ebrei, che secondo i cristiani non avrebbero riconosciuto in Cristo la realizzazione di oltre 300 profezie presenti nella Bibbia ebraica, ma di cui gli ebrei davano (e danno) un’interpretazione ben diversa. Anche nel latino medievale, tuttavia, la perfidia non ha mai perso un significato offensivo. Questa pluralità di significati pone molti problemi quando ci si voglia interrogare sul significato che la parola perfidus/perfidia aveva nel VII secolo, quando la preghiera fu introdotta, nel XVI secolo, quando fu conservata nella liturgia tridentina. Anche il secondo significato, che implicava al più un’accusa agli ebrei di non aver tenuto fede all’alleanza di Mosè, era pienamente compatibile con il contesto liturgico in cui la preghiera era inserita.
A chiarire il significato dell’espressione latina, la vaticana “Sacra Congregazione dei Riti” intervenne il 10 giugno 1948 in risposta ad un’interrogazione che chiedeva se le parole perfidus/perfidia si potessero interpretare come infedele/infedeltà. La risposta fu positiva e i messalini per i fedeli, che recavano a fronte la traduzione in lingua volgare, tradussero secondo l’interpretazione della Sacra Congregazione dei Riti.
Le parole “perfidis” e “perfidiam” furono abolite solo tre decenni dopo per iniziativa di papa Giovanni XXIII, che nel 1959 le fece eliminare durante la celebrazione presieduta da lui stesso. Nel 1970, quando papa Paolo VI introdusse la nuova liturgia la preghiera fu modificata nel modo seguente:
«Oremus et pro Iudaeis, ut, ad quos prius locutus est Dominus Deus noster, eis tribuat in sui nominis amore et in sui foederis fidelitate proficere. Omnipotens sempiterne Deus, qui promissiones tuas Abrahae et semini eius contulisti, Ecclesiae tuae preces clementer exaudi, ut populus acquisitionis prioris ad redemptionis mereatur plenitudinem pervenire.»
La traduzione italiana della Conferenza episcopale italiana è la seguente:
«Preghiamo per gli ebrei: il Signore Dio nostro, che li scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza. Dio Onnipotente ed eterno, che hai fatto le tue promesse ad Abramo e alla sua discendenza, ascolta la preghiera della tua Chiesa, perché il popolo primogenito della tua alleanza possa giungere alla pienezza della Redenzione.»
Quanto alla dichiarazione di B. Netanyahu che aveva affermato che “Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan” agli ebrei ricordiamo il senso della Pasqua cristiana e cioè che per noi la vittoria è nella croce, che la croce non è solo sofferenza e morte ma è Qualcuno che ha donato e dona la Sua vita per amore.
Gesù Cristo crocifisso è “Christe, lux mundi”, Cristo, luce del mondo, quella croce è “Crux Christi Spes Nostra” la Croce di Cristo, speranza nostra, e che quel Gesù di Nazareth con la sua croce e con l’ amore ha vinto persino la morte perchè Cristo è risorto: vero Dio, vero uomo!
“INRI” “Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum”, che si traduce in “Gesù Nazareno, Re dei Giudei” è la scritta è il “titulus crucis” (titolo della croce) fatto apporre da Ponzio Pilato sopra la croce di Gesù per indicare la motivazione della condanna, riportato secondo il Vangelo di Giovanni in ebraico, latino e greco. Nel racconto evangelico (Giovanni 19,21), i sommi sacerdoti ebrei chiesero a Pilato di non scrivere “re dei Giudei”, ma piuttosto che Gesù aveva affermato di esserlo (“Egli ha detto: sono il re dei Giudei”). Pilato rifiutò la richiesta rispondendo: “Ciò che ho scritto, ho scritto”. S.Elena, madre di Costantino Imperatore ritrovò le reliquie della Passione e le trasportò da Gerusalemme a Roma: il “titulus” è conservato e venerato presso la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, inciso in caratteri compatibili con quelli del I secolo, da destra a sinistra, in tre lingue diverse: ebraico, greco e latino.
Gesù Nazareno è dunque “il re dei Giudei”.
Nella “settimana Santa”, preghiamo perché i “perfidi giudei” superino la loro ostinazione ed incredulità e riconoscano infine il Messia, Gesù Cristo Salvatore del mondo, e giungano, infine, alla pienezza della Redenzione.
Auguri a tutti noi perché i giorni del Santo Triduo Pasquale e della S. Pasqua, siano occasione di silenzio, preghiera, e di rinnovata sequela al Crocifisso Risorto !
Alessandro prof. dott. Tamborini
*Plenipotenziario per le politiche di tutela e promozione del patrimonio storico-artistico- demo-etno-antropologico. Teologo, cattedratico di Scienze Religiose, Storia e Simbolismo dell’Arte Antica e Medievale.














































































