Il diavolo – diceva il critico d’arte tedesco Aby Warburg – sta nei dettagli, parafrasando con umorismo ebraico un celebre motto di Gustave Flaubert, scrittore cattolico, il quale, nei piccoli particolari, invece, vedeva le manifestazioni di Dio.
Girando per Bologna, i cittadini vengono or ora informati come la mobilità pubblica della loro città altro non sia che l’espressione dinamica dei concetti di “Eguaglianza e sostenibilità”. Sul secondo si può sorvolare, dato che sarebbe lungo e faticoso – e dal risultato comunque discutibile – calcolare lo spreco energetico che è stato necessario a realizzare il tram e il previsto – e, quindi, anche incerto – risparmio che produrrà questo mezzo di trasporto, una volta in funzione. Per altro, chiunque amministri una città o una qualsiasi altra qualcosa, quando mette in cantiere una novità, sostiene di farlo per migliorare la situazione precedente.
Dunque, per un attimo, si può far finta anche che sia vero, sottolineando come, però, sia solo il secondo obbiettivo delle nuove strategie di trasporto pubblico. Il primo da raggiungere, come detto, è l’uguaglianza.
Ma l’uguaglianza di cosa?
Nicola Matteucci – indimenticabile maestro del pensiero liberaldemocratico e docente di grande fame della facoltà di Filosofia dell’Alma Mater – lo ha spiegato fin troppo bene, nella sua lunga carriera accademica e nell’esplorazione del pensiero etico e politico occidentale: uguaglianza ha senso e dignità – nel discorso pubblico – solo se declinato nel senso greco dell’Isonomia. Cioè, dell’uguaglianza davanti alla Legge, di fronte alla quale ciascun uomo, quale che sia il suo censo, il suo rango, il suo ruolo, è e dev’essere trattato alla stregua di qualsiasi altro.
Si tratta di un principio, in cui s’incontrano e si fondono due aspetti del vivere civile, cioè, organizzato in una comunità governata da norme generalmente riconosciute valide, se non dalla totalità dei suoi appartenenti, dalla larga maggioranza di essi: quello giuridico e quello politico. Nel pensiero politico occidentale di stampo democratico, l’uguaglianza è quella- e solo quella – dei diritti costituzionali e che dovrebbe trovare plastica e concreta espressione nelle aule di tribunale.
Cosa c’entra tutto ciò, con la possibilità o la scelta di salire su un tram, prendere l’autobus, oppure mettersi ala guida di un’automobile?
Assolutamente e semplicemente nulla.
Quello che campeggia sui manifesti del Comune leporotto è un altro tipo di uguaglianza, inesistente in natura e fortemente propagandata dai comunisti fin dai primi tempi della loro apparizione nel panorama storica: l’uguaglianza sociale.
La collettività che si muove alla stessa maniera, a bordo dello stesso mezzo, alla stessa velocità, lungo direttrici predeterminate: quale miglior sogno, per il “centralista democratico”, per il “democratico popolare”, d’ascendenza sovietica, ma, meglio ancora, d’ispirazione cinese?
Bando all’individualità dei bisogni; alla diversità delle aspirazioni; alla differenza delle necessità e, sopra a tutto, delle aspirazioni; all’autonomia e alla imprevedibilità delle scelte e delle decisioni.
Il cittadino non deve andare dove vuole lui, ma deve spostarsi agilmente lungo il tracciato stabilito da chi “ha la testa” per pensare per tutti. Parimenti, la città non si deve sviluppare laddove e nelle modalità che l’intuizione o il genio del singolo scoprono o pensano poter essere utile essere; ma deve crescere lungo e attorno i binari tracciati dalla “guida”, anche se locale e non “suprema”, nel caso di specie.
Insomma, il bolognese non avrà la possibilità di salire sul tram, ma sarà invitato (molto caldamente) ad abbracciare una visione esistenziale, anzi, a impregnarsi in un concetto della vita personale e pubblica che, come sempre accade, assicurerà al “mandarinato” l’opportunità di arricchirsi e di godere di vantaggi preclusi a tutti gli altri.
Perché, come ammoniva George Orwell, in questi sistemi improntati al principio di uguaglianza, l’unica certezza è che ci saranno sempre quelli più uguali degli altri. A dimostrazione ulteriore che, a Bologna, saranno pure iscritti al Pd, i governanti, ma sono solo (e sempre) dei comunisti.







































































Il linguaggio politichese ha sempre supportato le dittature,ma qui si sfiora il ridicolo perché non è neppure supportato da vere ideologie, ma semplicemente da interessi di pochissimi.
Ma veramente pensano che i bolognesi saranno così cretini da salire tutti gioiosamente sul tram per fare felice Leporello? Anche se continueranno a votare PD per abitudine e per scarsa visione del mondo, penso che ognuno salirà sul mezzo che più tornerà comodo, che siamo i propri piede,la bici il triciclo , l’ auto, i bus , il tram o il taxi…a seconda delle esigenze di ognuno. Forse si potrebbe provare con Mattarella, così come felicemente scese da un tram per arrivare a San Remo, in quel caso il Sindaco potrebbe essere veramente soddisfatto!