Un giorno indeterminato tra la fine di maggio e gli inizi di giugno 1991. Da circa un mese, la Banda della Uno bianca ha colpito ancora a Bologna, in pieno centro, in una stradina laterale di via Indipendenza.
Vittima designata di quella che si è subito prospettata come una vera e propria esecuzione, Pietro Capolungo, ex-appuntato dell’Arma dei Carabinieri, pensionato e collaboratore dell’armeria che si trova in via Volturno e che, da qualche anno, è stata acquistata dai coniugi Luciano Verlicchi e Licia Ansaloni.
La dinamica del duplice omicidio è nota. Due killer, con forse un terzo a far da palo fuori dall’esercizio, entrano nel negozio e chiedono di Capolungo. La Ansaloni, la quale è occupata con un altro cliente, risponde che non c’è, è fuori a sbrigare una pratica e che avrebbero dovuto attendere, per parlare con lui.
La titolare dell’esercizio non è certo preoccupata da questa visita, non di rado arrivano persone a trovare Capolungo e, spesso, sono carabinieri, anche ufficiali in divisa. Quel che lei non sa, è che uno degli addetti dell’armeria, forse proprio Capolungo – da quel che sembra risultare dai registri – aveva ceduto a qualche cliente rimasto sconosciuto una partita di proiettili calibro 222, attribuendone l’acquisto ad altri clienti. Un’aliquota di quelle pallottole è stata addirittura registrata come ritirata dall’altro titolare, da Verlicchi. E il calibro 222 è quello che usa il più spietato dei criminali della Uno bianca, sparando col micidiale AR 70.
Quel che è certo, è che non appena rientrato, i due banditi aprono il fuoco, abbattendo Capolungo e, poi, anche la Ansaloni, portandosi via due Beretta calibro 9×21 che, nell’attesa, si erano fatte consegnare dalla donna, fingendosi interessati ad acqusitarle. Da quanto è emerso nel processo, uno dei due assassini li avrebbe uccisi, usando proprio una di quelle due pistole, infilandovi un caricatore che aveva con sé. Di contro, il marito della Ansaloni, Verlicchi, molto esperto di armi e munizioni, è convinto che i killer abbiano sparato con una Feg, un’automatica di produzione ungherese commercializzata in Italia col calibro 7,65, ma che veniva originariamente prodotta in calibro 9, con la possibilità quindi, per l’acquirente, di sostituire facilmente la canna della pistola.
Non è una questione accademica, quella dell’arma usata in via Volturno. Fabio Savi, infatti, possedeva una Feg. Il bandito avrebbe acquistato quella pistola ben oltre un anno dopo quel delitto (il 7 settembre 1992), ma da una persona che già la possedeva da tempo e con la quale andava spesso a sparare insieme. A cedergliela, infatti, era stato Riccardo Mazza, il poliziotto di Rimini amico suo e il quale, quando Fabio lasciò la moglie per mettersi con Eva Mikula, aveva instaurato una relazione sentimentale proprio con l’ex-coniuge del sodale di tiro al bersaglio. Pistola che, come già si è scritto altrove, non è stata mai periziata, dopo l’arresto di Fabio Savi (https://www.bolognacronaca.it/news/home/469472/spunta-una-pistola-mai-periziata-di-fabio-e-di.html).
La questione interessante qui, però, è un’altra.
L’inchiesta sul duplice assassinio di via Volturno fu affidata al sostituto procuratore Mauro Monti, il quale delegò alle indagini la Squadra mobile. E qui si torna all’imprecisato giorno di fine maggio-inizio giugno, quando, dopo essersi accordato con un cliente al telefono per incontrarsi, Luciano Verlicchi esce di casa, per raggiungere viale Aldo Moro, dov’è stato fissato l’appuntamento, dalla sua abitazione in provincia di Bologna.
Percorsi pochissimi chilometri, infatti, l’uomo si avvide di una macchina, di colore scuro, che sembrava proprio pedinarlo. Essendosi mosso per tempo, Verlicchi iniziò a fare percorsi strani, per capire se l’auto che lo aveva insospettito fosse veramente sulle sue tracce o si trattasse solo di un’impressione, magari determinata dallo stato d’animo, in cui lo aveva gettato la barbara uccisione della moglie.
E’ bastato poco, però, per capire come le due persone gli fossero proprio alle calcagna. Verlicchi era armato e, per quanto potesse aver paura per la situazione, decise di prendere il toro per le corna. Si fermò all’edicola che si trova ai piedi della salita per San Luca e comprò tre riviste. Nel frattempo, con la coda nell’occhio, aveva notato l’auto scura che gli stava dietro fermarsi a sua volta. Pagato il giornalaio, invece di rimontare in macchina, si dirisse rapidamente verso quella dei misteriosi inseguitori, facendo anche un gesto per far capire loro come addosso portasse la pistola, quindi, essendo in grado di difendersi, in caso di necessità.
Giunto a breve distanza dal veicolo, Verlicchi notò che quello dei due seduto a destra, con un gesto repentino, ma non a sufficienza, aveva riposto nel vano del cruscotto una pistola che, evidentemente, teneva in mano. Poi, Verlicchi, a brutto muso, chiese ai due se ce l’avessero con lui. La risposta è stata immediata: dissero all’uomo di non preoccuparsi, dato che erano poliziotti. Verlicchi insistette e quello alla guida tirò fuori il tesserino che lo qualificava, sì, come uomo delle forze dell’ordine, ma non della Polizia, bensì dei Carabinieri. La cosa finì lì, per quanto al commerciante tutto fosse apparso alquanto strano.
Poco dopo, per altro, Verlicchi ebbe casualmente conferma dell’identità di un dei due “segugi”. Dovendo sbrigare una pratica, recandosi alla caserma di via dei Bersaglieri, incontrò all’ingresso quello che gli era sembrato nascondere la pistola, il quale, trovandosi di nuovo di fronte al commerciante, lo salutò come se niente fosse.
Ora, potrebbe non esserci nulla di strano, apparentemente, se i Carabinieri avessero inteso svolgere qualche accertamento e qualche investigazione sul marito di una donna appena assassinata in circostanze tanto misteriose. Il problema, però, è che le indagini erano state affidate alla Mobile e che non risulta da nessun atto conosciuto che il pm Monti avesse autorizzato i Carabinieri a intercettare, pedinare e indagare su Verlicchi. Men che meno, alla Squadra mobile era noto che i “cugini” stessero sviluppando indagini parallele – e autonome – rispetto alle loro.
Perché, allora, questo interesse del Nucleo operativo dell’Arma di Bologna per Verlicchi? I Carabinieri avevano sospetti che l’uomo fosse in qualche modo implicato nell’omicidio della moglie e del collaboratore? Oppure qualcuno, sempre tra i Carabinieri, aveva interesse a capire se Verlicchi potesse mai sapere qualcosa di ciò che forse sapeva Capolungo e che aveva reso necessario sopprimerlo spietatamente?
Quel che è chiaro, in questa ennesima pagina ancora oscura della vicenda della Uno bianca, è che l’attività che alcuni carabinieri avrebbero svolto su Verlicchi, per come lui stesso ne ha ancora memoria, più che autonoma rispetto alle indagini della Polizia, presenterebbe aspetti di dubbia legalità, per non dire altro. Il che, dato che il mistero di via Volturno non è stato certo svelato del tutto, con l’arreso di Roberto Savi e della sua banda e nel conseguente processo, renderebbe necessario approfondire anche questa vicenda, nelle nuove indagini volte a scoprire se i poliziotti-killer avessero goduto, all’epoca, di protezioni inconfessabili, anche da parte di qualcuno annidato tra le file della Benemerita.






































































