Singolare, dopo anni e anni di dinieghi, più o meno giustificati o giustificabili, chi di dovere ha autorizzato Francesca Fagnani a intervistare Roberto Savi, capo putativo della Banda della Uno bianca.
Singolare decisione, dal momento che, in passato, quando è stata esclusa la possibilità, per i giornalisti, di parlare con Roberto, la sua epopea criminale appariva come una storia drammatica, spaventosa, ma giudiziariamente risolta col noto processo davanti alla II Corte d’assise di Bologna. Solo a Fabio – sempre a ridosso della condanna – era stato concesso di interloquire con Franca Leosini, in una puntata del suo “Storie maledette”, in cui, sostanzialmente, il fratello meccanico del poliziotto ribadì quanto cristallizzato dalle sentenze.
Adesso, invece, non solo si annunciano chissà quali rivelazioni – stasera, ascoltando il programma, capiremo tutti di cosa si potrebbe trattare -, ma le si propongono nel mentre che la Procura di Bologna – su istanza del sottoscritto e dei familiari delle vittime – ha riaperto le indagini sulla Uno bianca e proprio con l’intento di verificare le eventuali complicità e protezioni di cui avrebbe goduto la gang criminale.
Quindi, sarebbe interessante sapere, in primo luogo, se è stata la Fagnani a chiedere a Roberto di farsi intervistare o se, invece, l’input sia partito proprio da lui. E nel primo, ma soprattutto nel secondo caso, se non fosse stato più opportuno indirizzare l’assassino di così tante persone verso i magistrati, affinché raccontasse a loro, qualora abbia realmente qualcosa da raccontare, ciò che avrebbe deciso improvvisamente di rivelare.
Il rischio che si corre – e i familiari delle vittime che hanno presentato l’esposto si sono fatti sentire forte, in queste ore – è proprio quello dell’inquinamento delle indagini in corso o il lancio di “pizzini” all’orecchio “di chi non si sa chi”, magari nel tentativo di bloccare o condizionare la nuova inchiesta.
A proposito delle nuove investigazioni, è bene chiarire esattamente all’opinione pubblica in che direzione si stanno muovendo coloro i quali, tra cui il sottoscritto, si sono rivolti alla magistratura bolognese, anche correndo il rischio di “spoylerare”, come si dice oggi, alcuni dei contenuti forti del libro che sta andando in stampa in questi giorni.
La Strage di Castel Maggiore, avvenuta nel 1988 e dove trovarono la morte i carabinieri Cataldo Stasi e Umberto Erriu, non avvenne per caso, come si rassegna a stabilire la sentenza di condanna dei Savi, e le indagini su quella ignobile esecuzione non furono depistate dal solo Domenico Macauda, il carabiniere scoperto a spargere indizi falsi e processato e condannato per aver calunniato degli innocenti.
I depistaggi iniziarono fin dalla notte stessa dell’omicidio, nei giorni immediatamente successivi, prima ancora che Macauda potesse contribuire alla triste bisogna e proseguirono – chiaramente per opera di altri – anche dopo il suo arresto e il suo processo.
Tutto ciò non può che indurre a pensare come coloro che avrebbero aiutato Macauda a sostenere un processo tutto sommato lieve e a non scontare nemmeno per intero la condanna, conoscessero la realtà delle cose concernenti questa banda di poliziotti-criminali e dei loro complici quanto meno dalla metà del 1988, decidendo di permettere alla Uno bianca di continuare a operare indisturbata, in vista di un eventuale uso terroristico, in caso di bisogno, di questo specialissimo gruppo di fuoco.
Quale sia stato l’uso terroristico è ampiamente noto. Fino al 10 settembre del 1990 e dopo il 30 aprile 1991, la banda dei Savi era stata e sarebbe tornata e essere sostanzialmente una gang di rapinatori. Dal primo assalto ai campi nomadi, passando per la Strage del Pilastro fino all’attentato ai carabinieri di Rimini, i Savi e i loro complici hanno seminato morte e paura in tutta l’Emilia e nel Paese a scopi a tutt’oggi incomprensibili. Scopi che, probabilmente, aveva intuito Pietro Capolungo, ex-appuntato dell’Arma e commesso dell’armeria Volturno, assassinato perché non rivelasse ad altri ciò di cui aveva forse fatto accenno a qualche ex-collega o ex-superiore.
Se Roberto chiarirà alcuni di quegli aspetti ancora oscuri, per come emergono chiaramente dalle carte che prestissimo pubblicheremo, allora si farà un passo verso la verità inconfessabile che ancora si nasconde dietro la Uno bianca. Diversamente, i telespettatori assisteranno alla messa in onda del solito depistaggio o del solito nulla, con l’aggravante di una diffusione di bugie e tesi di comodo a spese del contribuente.






































































