Talk show, finti dibattiti e oicofobia: perché la ricerca del confronto con i globalisti è diventata una trappola inutile
La liturgia del confronto e l’illusione del terreno comune
Il grande inganno del nostro tempo si chiama “dialogo”. Ce lo ripetono dal mattino alla sera, come una giaculatoria laica, dai pulpiti dei talk show fino alle aule universitarie: bisogna confrontarsi, bisogna capire l’altro, bisogna costruire ponti. Ma davvero dobbiamo metterci a un tavolo con chiunque?
Negli ultimi tempi vanno molto di moda i dibattiti tra “giovani esponenti” di correnti di pensiero opposte. Sulla carta un bell’esercizio di democrazia, nei fatti una perdita di tempo monumentale. Che senso ha mettersi a discutere di interesse nazionale con chi prova orticaria al solo sentire la parola “Patria”? Che senso ha dibattere di tutela della famiglia con chi considera l’istituto familiare una gabbia da smantellare? O ancora, quale confronto si può mai avere sull’inverno demografico con chi sostiene, senza provarne vergogna, che l’estinzione dell’umanità sia la soluzione ecologica definitiva?
È ora di prenderne atto, senza ipocrisie. In Italia e in tutto l’Occidente esiste una fetta di opinione pubblica — minoritaria nel Paese reale, ma tristemente egemone nelle accademie e nei grandi media — con la quale semplicemente non esiste più un terreno comune. Nessun punto di contatto, nessun vocabolario condiviso. Il campo da gioco è andato distrutto.
Dalla finta cortesia alla forza della Verità
E allora, che fare se ci si trova catapultati in questi salotti televisivi o in questi sedicenti confronti pubblici? La risposta non può essere la finta cortesia da democristiani fuori tempo massimo. Non si va a “dialogare”, si va ad affermare con forza la banale evidenza della Verità.
Bisogna porsi in antitesi dialettica costante con le narrazioni degli oicofobici — quelli che un tempo, con un pizzico di sano pragmatismo, venivano definiti semplicemente traditori della Patria. La nostra arma non deve essere la violenza, ma una radicale, feroce ironia e un distacco aristocratico da quelle posizioni tanto care all’élite globalista e liberal, da trattare con il necessario e salutare disprezzo.
Serve una postura che ricordi, nello spirito, quella dissacrante e corsara dei Futuristi. Un atteggiamento che, nell’epoca attuale — irrimediabilmente molliccia, invertebrata e politicamente corretta — farebbe venire le convulsioni e i svenimenti alle tante anime belle del conformismo fluido. Ma le regole d’ingaggio, alla fine, restano quelle di una volta, da tenere sempre a mente: mai per primi, ma mai per secondi quando si alzano le mani.
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