L’attentato al mio amico giornalista Sigfrido Ranucci è stato un atto ignobile, che tutti devono condannare, senza riserve. Con grande professionalità, il conduttore di Report ha escluso il mandante politico, a seguito di qualche uscita azzardata di esponenti della sinistra. Ma lui non è persona che si fa tirare per la giacchetta dai segretari di partito e da qualche colonnello in cerca di visibilità sulla sua drammatica vicenda personale e familiare.
In Piazza San Giovanni, a Roma, nel corso della manifestazione a tutela della libertà di stampa, indetta dal Movimento 5 Stelle col Pd, AVS e +Europa, ma anche con le prime linee di Fratelli d’Italia, ha scandito questo messaggio: “Se pensavano di fermare Report, otterranno l’effetto opposto. Siamo andati a toccare dei centri di potere che non avevano piacere di essere disturbati”. Tutti si augurano che mandanti ed esecutori vengano presi al più presto e che la giustizia possa fare il suo corso.
Assurdo porre l’esposizione al pericolo di ritorsioni da parte di chi fa lavori che vanno a colpire centri di potere, su un piano di propaganda politica sulla libertà di stampa. Report va in onda da decenni, porta al grande pubblico le sue inchieste giornalistiche, che, spesso e volentieri infastidiscono i politici di ogni schieramento, che arrivano, anche nei tribunali. Legittimo, per chi si sente offeso nella sua onorabilità. Ma Ranucci ha la fedina penale linda perché ha sempre vinto tutti i processi a suo carico, almeno per ora, in tanti anni di carriera.
Si può non essere d’accordo con il “metodo Report”? Certo, senza per questo minare la libertà di stampa. Si può dire che talvolta l’orientamento della trasmissione pare di sinistra? Certo, ma questo non mette in discussione la libertà di informazione. Tutto rientra in un ambito di dialettica tra le parti e lì si esaurisce. Portarla nell’arena partitica, alludendo a responsabilità censorie del governo di destra, è un’offesa al lavoro ed alla professionalità di Report.
Il segretario di Fi, Antonio Tajani, in un evento alla Camera, ha criticato Elly Schlein: “Avvicinare” l’attentato a Ranucci “all’azione del governo è fuori da ogni logica”. Fin da subito, gli investigatori hanno dichiarato di procedere su più piste, legate alla criminalità organizzata. Ma anche l’eurodeputato del Pd Sandro Ruotolo ha dichiarato che “la libertà di stampa è sempre più in crisi”.
In Italia, ricordo che ad andare in galera per aver ironizzato sul premier Alcide De Gasperi, fu il grande Giovannino Guareschi, l’autore più letto al mondo, padre di “don Camillo e Peppone”, che, per inciso, non era certamente orientato a sinistra.
A prescindere dall’orientamento politico, nel nostro Paese manca il Primo Emendamento della Costituzione americana, anche per un retaggio culturale di stampo sovietico che ha lasciato il segno: “Il Congresso non potrà emanare leggi per […] limitare la libertà di parola o di stampa o il diritto dei cittadini di riunirsi in forma pacifica e d’inviare petizioni al governo per la riparazione dei torti subiti”.
Quando Giuseppe Conte ha dichiarato che “per una stampa libera serve una politica responsabile” per cui “le istituzioni devono fare in modo che i giornalisti possano fare il loro lavoro”, mi è tornato in mente un episodio del settembre 2023, che mi aveva particolarmente rammaricato, ma che non ha avuto, con mio stupore, alcun risalto mediatico né ha visto polemiche politiche da parte dei paladini della libertà di stampa.
Ebbene, il più grande e famoso vignettista satirico italiano vivente, Alfio Krancic, fiumano, classe 1948, viene licenziato in tronco dal Giornale. Dopo trent’anni di quotidiana collaborazione, diviene, ufficialmente, in “esubero”. Decido così di chiedergli qualche osservazione.
“Quando c’era Silvio Berlusconi non esistevano problemi di linea editoriale, perché in politica estera e, sotto alcuni punti di vista, anche interna, lui stesso era “border line”. Ricordiamoci che fermò l’immigrazione accordandosi con Gheddafi, che era amico di Bush come di Putin e quanto si adoperò per farli stringere la mano…” – afferma il vignettista più amato e seguito degli ultimi decenni.
Rispondo che: “Sì, però tu, in quel periodo, ti eri esposto con vignette che parevano strizzare l’occhiolino ai “no-vax” e alla Russia…”
“Lo rivendico, perché non si può? È attentato di lesa maestà?” – replica deciso Alfio Krancic. “Fa tutto parte della mia creatività. Certa gestione della pandemia e la questione russo-ucraina, quindi vignette satiriche con un taglio conseguente al mio pensiero politicamente scorretto, non possono avere cittadinanza su un giornale?” Bella domanda e inquietante in un paese che si proclama democratico e pluralista. La satira, sin dalla sua nascita nell’antica Roma, è fatta per punzecchiare i potenti e la narrazione ufficiale, con sagace ironia. Vietarla è un atto orrendo, un abuso di potere intollerabile.
Continuo: “Che sia cambiato qualcosa? Nessuna mobilitazione politica da parte di Landini, Conte e Schlein per Krancic, perché scomodo e con una storia personale orientata a destra?”
Appassionato di disegno, fin da ragazzo, nel 1969/70 fondò un giornalino goliardico, assieme ad altri amici di ogni parte politica, ciclostilato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, ove si ritrovavano a studiare. Successivamente, collaborò con “Linea” di Pino Rauti, con penne che divennero importanti, quali Marcello Veneziani, il politologo Marco Tarchi, Stenio Solinas.
Giornalista pubblicista dal 1991, viene chiamato a Il Secolo d’Italia dall’allora direttore Giano Accame, uomo tutto d’un pezzo, colto e coraggioso.
“Sai che mi disse quando andai in redazione?” – esclama Krancic, con un tono che sa un po’ di nostalgia per la franchezza diretta, persa negli anni: “Dovresti farmi una cortesia, potresti firmare col tuo cognome?” Ed egli rispose: “certo, direttore, nessun problema, l’ho sempre fatto”. Era tra i pochissimi, perché gli altri preferivano usare uno pseudonimo…Dunque il giornale della destra italiana era costretto ad operare occultando i nomi dei giornalisti per evitargli eventuali guai. È questa la libertà di stampa? Sì. E’ la libertà di dire ciò che piace alla sinistra.
Il mezzo d’intimidazione e la minaccia sono abominevoli forme di ostracismo stalinista nei confronti dei “nemici” interni ed esterni. Avete mai visto esponenti di destra nel salotto televisivo di Formigli, costantemente sbilanciato su Saviano, Salis, Boldrini, Zan, Schlein, Conte, ecc. E da miss Bilderberg Lilli Gruber l’orientamento è o non è smaccatamente globalista e di sinistra radicale? E da Floris? Da Parenzo? Da Bianca Berlinguer? Da Zanzi? Da Fazio? Dal prof. Molinari? I fatti denotano che la stampa è, per la maggior parte, orientata a sinistra, ha molti spazi per fare la guerra al governo Meloni. E lo fa, senza contraddittorio.
L’esponente di destra è invitato per essere umiliato, interrotto o messo in minoranza come impresentabile, attraverso il fastidioso utilizzo della demonizzazione, tipico della modalità comunicativa stalinista, che, così, diventava propaganda e faceva fuori tutti i critici. È fascista anche se proviene dal partito Radicale. È fascista, intollerante, omofobo, razzista a priori.
Nel 1992, Krancic inoltra delle vignette a Vittorio Feltri, all’epoca direttore dell’Indipendente. Dopo tre giorni, la segretaria gli telefona per comunicargli che erano piaciute e di continuare a mandarle. Inizia così una bella collaborazione finché Vittorio Feltri, nel 1994 si trasferisce a Il Giornale e lui viene contattato da Maurizio Belpietro, che gli chiede di proseguire a collaborare. “Ne fui felicissimo” – esclama l’iconico Alfio.
Fino al 2010 collabora sia con Il Secolo d’Italia che con Il Giornale. Poi, fino all’agosto del 2023 solo con quest’ultimo. Le sue vignette, dalla sagacia geniale, diventano leggendarie nel corso dei decenni. Non è facile indovinare la vignetta politica appropriata, tutti i giorni. Non si tratta di essere solo bravi a disegnare, bisogna avere un dono particolare, un talento proprio dei grandi artisti, perché la satira non è facile: “far ridere è molto più difficile che far piangere” – sussurra.
Peraltro, questo tipo di ironia dev’essere sottile, quindi raggiungere l’obiettivo di prendere in giro con classe, “è frutto d’un estro che è proprio dell’indole un po’ istro-veneta e un po’ fiorentina” – gli piace ricordare.
Gli faccio presente che la continuità, lungo circa quarant’anni, lo ha consacrato come erede del grande Giorgio Forattini…
Mi risponde, schermendosi un po’, perché ha modi modesti e signorili: “mica è morto, io sono stato un suo allievo. Egli fu il primo, in Italia, a sfondare nel campo della satira, sulla Repubblica, perché creava le caricature di tutti i politici, mentre prima di lui si era soliti disegnare degli omini anonimi che interloquivano fra loro. Mi disse che il direttore Eugenio Scalfari lo lasciò sempre fare e non lo censurò mai”, probabilmente per il suo successo e perché gli donava qualcosa in più, che altri non avevano.
Anche se talvolta – gli rispondo – ci furono vignette controverse e altrettante polemiche? “Certamente. Non mi risulta che Scalfari l’abbia mai neppure richiamato, come Feltri, Belpietro e Accame con me”.
Nella tua lunga carriera a livello nazionale, c’è qualcuno che si è offeso e che ti ha attaccato per le tue vignette, magari le più taglienti? “Offeso non lo so, ma, se c’è, non me lo ha fatto presente. Attaccato mai. Ricordo un piccolo episodio…Mi piaceva molto creare vignette su Oscar Luigi Scalfaro e, qualcuno, fuori dal giornale, mi invitò, gentilmente, ad andarci piano. Del resto, era il Presidente della Repubblica…”.
E i lettori? Krancic risponde molto soddisfatto: “sono moltissimi, che nelle redazioni e alle e-mail mi hanno fatto i complimenti. Tanti attestati di stima non sono passati inosservati, e li ricevo anche oggi, che scrivo e disegno solo per il mio blog”. E il tuo ultimo libro, il cui titolo è tutto un programma: “Racconti Pandemoniaci”? Krancic lo collega “all’affetto dimostrato da coloro che, nel 2015, chiamavano Il Giornale per lamentarsi perché per un mese non venivano pubblicate vignette, a causa di un problema personale, poi risolto”.
“Davide Nieri, l’editore del libro, mi chiamò per propormi di creare questa dissacrante raccolta di satira, uscita nel 2024. È andata benino, non ho ancora voglia di ritirarmi a vita privata”.
Non abbiamo ricordi di una sola parola da parte della Triplice sindacale. Nessuna manifestazione di piazza. L’ANM non lo invitò né lo applaudì per il suo lavoro quotidiano, scomodo per qualcuno, che se n’è liberato in silenzio, con un metodo oggettivamente ignobile e cafone, mentre alcuni godevano nel vedere il collega di destra messo in strada. Questo è il vero problema provincialista italiano da superare con la professionalità, la meritocrazia, la valorizzazione del successo. Equilibri di bassa lega scadono nel livello della decadenza più becera. Domine, salva nos, perimus!
di Matteo Castagna
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