L’annuncio è arrivato il 6novembre 2025: Nancy Pelosi, 85 anni, la prima e finora unica donna a guidare la Camera dei Rappresentanti, non si ricandiderà nel 2026.
Si chiude così una carriera di quasi quarant’anni all’interno del partito democratico americano, segnata da potere, intrighi e fedeltà assoluta all’establishment liberal di Washington.
Il Secolo d’Italia ha ricordato come Pelosi sia stata l’acerrima nemica di Donald Trump, simbolo di quell’America che ha combattuto con ogni mezzo il ritorno dell’identità, della sovranità e dei confini. Il suo ritiro ha il sapore di una resa silenziosa, di una stagione che tramonta insieme ai suoi protagonisti.
Pelosi è stata la voce più riconoscibile del progressismo americano: sostenitrice dell’immigrazione di massa, dei diritti fluidi, delle crociate climatiche e del modello globalista che ha esportato debolezza e conformismo in tutto l’Occidente.
Vederla lasciarel a scena politica non significa che quel mondo sia finito, ma che le sue fondamenta, forse, cominciano a scricchiolare: anche solo per una questione anagrafica… Non è una vittoria definitiva, ma una crepa nel fronte avverso. Il potere che Pelosi ha rappresentato non scompare: cambia forma, si rinnova, prova a sopravvivere.
Tuttavia, ogni fine d’epoca porta con sé un messaggio. E quello di oggi dice che nulla è eterno, nemmeno l’egemonia culturale che per decenni ha dettato legge da Washington a Bruxelles. In Italia, dove il progressismo americano ha avuto fedeli imitatori, questo passaggio può essere letto come un segnale di svolta.
Non basta assistere al tramonto di un simbolo, occorre prepararsi a costruire un nuovo ordine, fondato su radici, responsabilità e identità.
Pelosi se ne va. Ma resta aperta la sfida: riprendersi la libertà di pensare e agire senza padroni, mentre il mondo che lei ha incarnato comincia a cedere sotto il proprio peso…almeno speriamolo.
Gianluca Mingardi
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