L’intervento di Luca Sirtori alla presentazione del Comitato Remigrazione e Riconquista
Lo scorso sabato, 15 novembre 2025, si è tenuta a Brescia la presentazione ufficiale del Comitato Remigrazione e Riconquista.
Tra gli interventi di numerosi amministratori, proponiamo oggi quello del Consigliere Luca Sirtori, che ha delineato la visione ideale che lo ha fatto aderire al programma del Comitato. Sirtori ha affrontato i temi della sovranità nazionale, della difesa dell’identità europea e della necessità di governare i flussi migratori attraverso la “Remigrazione”.
Il Consigliere ha posto l’accento sulla riscoperta dei valori fondanti della nostra civiltà e sulla responsabilità delle attuali generazioni di “trasmettere intatta” la missione storica e culturale dell’Italia. Il messaggio è chiaro: l’identità non è un orpello, ma una questione vitale che la politica ha il dovere di proteggere per garantire che la nazione resti padrona del proprio destino.
Questo il discorso integrale:
“Amici, camerati, connazionali, oggi ci ritroviamo non per celebrare il passato, ma per riaffermare una volontà: quella di custodire l’Italia, l’Europa, la nostra civiltà.
Viviamo in un tempo in cui tutto sembra scorrere veloce, quasi liquido. Ma ci sono valori che non mutano, che non cedono alla pressione delle mode o delle paure: sono i valori che hanno reso grande questo continente. È a questi che dobbiamo tornare.
La nostra storia non è un accidente della geografia: è un progetto millenario.
Dai poemi di Omero alla sapienza latina, dalle abbazie medievali che salvarono la cultura europea alle città libere del Rinascimento che seppero elevare l’uomo, ogni epoca ha scolpito un tassello della nostra identità.
Cicerone ricordava che “non c’è dovere più sacro della difesa della patria”. E la patria non è un concetto astratto: è lingua, sangue, memoria; è la voce dei padri e l’attesa dei figli.
Difendere la patria significa custodirne l’equilibrio, la comunità, la forma.
Parlare oggi di migrazioni e di rimpatri ordinati, regolati, responsabili — quella che chiamiamo “remigrazione” — significa scegliere di non abbandonare il timone della storia. Non siamo costretti a subire i fenomeni: abbiamo il dovere di governarli.
Non è una questione di paura. È una questione di misura.
Nessuna comunità può sopravvivere se perde la capacità di decidere chi è, cosa vuole, quale identità desidera consegnare al futuro. Il compito della politica — della buona politica — è questo: garantire che il cambiamento non travolga, ma fortifichi.
Siamo qui per affermare che ogni popolo ha diritto a restare se stesso.
E che nessuna società può permettersi di dissolversi nell’indistinto.
Virgilio, nel descrivere l’erranza di Enea, parlava di un popolo destinato a fondare un ordine nuovo. Oggi, a noi, non si chiede di fondare — ma di preservare. Di proteggere un ordine che esiste, un equilibrio che ha retto nei secoli, un’identità che ha un valore in sé.
L’Italia — la nostra Italia — non è solo un territorio.
È una missione.
Una missione ereditata da chi ci ha preceduti e che dobbiamo trasmettere intatta a chi verrà dopo. Lo dobbiamo ai nostri avi, ma soprattutto ai nostri figli.
Perché la patria non è proprietà di chi vive oggi: è un prestito delle generazioni future.
E allora la gestione dei flussi migratori, la tutela dei confini, il rispetto delle regole, la sicurezza delle nostre strade e delle nostre comunità non sono temi burocratici: sono questioni vitali. Sono ciò che definisce la capacità di una nazione di restare padrona del proprio destino.
Non si tratta di chiudersi; si tratta di scegliere.
Di distinguere ciò che rafforza da ciò che indebolisce.
Di pretendere legalità, compatibilità culturale, volontà reale d’integrazione, rispetto delle nostre leggi e delle nostre tradizioni.
“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, ammoniva Dante.
E allora è proprio in nome della virtù e della conoscenza che dobbiamo agire con fermezza, con disciplina, con visione.
Perché se è vero che la storia d’Europa è stata attraversata da prove immense, è altrettanto vero che ogni volta i popoli europei hanno saputo rialzarsi quando hanno ritrovato la consapevolezza di sé.
Oggi quella consapevolezza ricade sulle nostre spalle.
Tocca a noi difendere ciò che siamo. Tocca a noi serrare le fila della comunità nazionale. Tocca a noi affermare che la sovranità non è negoziabile, che le radici non sono un orpello, che la civiltà non è un bene sostituibile.
Perché una nazione che smette di proteggere la propria identità smette di proteggere sé stessa.
E noi, questo, non lo permetteremo.
Che questo convegno serva a ricordarci che il tempo dell’indifferenza è finito.
È il tempo della responsabilità, del coraggio, della fedeltà alla nostra gente.
Siamo figli di una storia grande.
Dimostriamoci degni.
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