La frase dell’assessore Romani sull’anagrafe – quel «cogliere spie su situazioni sociali e politiche complesse» – non è una scivolata. È una confessione. Un ammiccamento involontario a ciò che da anni molti milanesi percepiscono: la città è governata come un piccolo esperimento di socialismo municipale, in cui ogni ufficio pubblico è visto come un avamposto ideologico, un presidio di controllo più che di servizio.
Una deriva bolscevica mascherata da modernità
Da tempo il Comune coltiva un’idea della pubblica amministrazione che non ha nulla di liberale: un apparato onnipresente, onnisciente, che pretende non solo di gestire la città, ma di interpretarla, leggerla, indirizzarla.
Esattamente come accadeva nelle burocrazie sovietiche: non si amministravano cittadini, si amministravano comportamenti.
La frase sull’anagrafe non fa che togliere il velo a una visione che considera l’apparato comunale come un lungo braccio politico. Altro che servizio per il cittadino: per costoro l’anagrafe è lo strumento perfetto per osservare, catalogare, sospettare.
La fortuna del milanese? Che i nuovi commissari politici sono incapaci
E qui sta il paradosso che, almeno per ora, salva Milano: questa nuova “dittatura” non ha l’efficienza del vero bolscevismo.
È bolscevismo gestito da clown, da un’amministrazione che non riesce a fissare un appuntamento per un documento in due mesi, figurarsi organizzare una struttura di sorveglianza politica degna di questo nome.
Ma un gulag gestito da clown non è un circo.
Resta un gulag: un luogo dove il dissenso non è accolto, ma annotato.
La comicità amministrativa non cancella l’intenzione: la rende solo più grottesca.
La sinistra milanese: ideologia con il fiato corto e mano lunga
Questo tentativo di interpretare i movimenti politici dei cittadini attraverso gli uffici pubblici è perfettamente coerente con la cultura della sinistra milanese: moralista, pedagogica, convinta che la città debba essere rieducata. Sotto la crosta apparente di progressismo europeo si trova la stessa matrice autoritaria che non ha mai davvero ripudiato le sue origini ideologiche.
Con una differenza: oggi tutto viene travestito da “efficienza”, “digitalizzazione”, “analisi dei dati”.
La tecnologia come cappotto nuovo per un’anima vecchia.
La pretesa di leggere la società dai moduli anagrafici
L’idea che un funzionario comunale debba cogliere “spie politiche” tra un cambio di residenza e un certificato di nascita non è solo ridicola: è inquietante. È la fantasia di chi vede la città come una massa da sorvegliare, non come una comunità da servire.
Ed è l’idea-base di ogni potere autoritario: confondere l’amministrazione con la vigilanza, la burocrazia con il controllo.
Il vero problema non sono le spie: è che tutto questo appare normale
Che un assessore possa pronunciare quella frase senza che il sindaco insorga immediatamente è il segnale più grave. Significa che l’idea stessa di “osservare” i cittadini non è più sentita come scandalo, ma come parte naturale della governance.
La sinistra milanese si è convinta che il cittadino debba essere un soggetto amministrato, non libero.
E questo è molto più pericoloso dell’inefficienza quotidiana.
Un avvertimento necessario
Si può ridere della lentezza degli uffici, dell’incompetenza diffusa, della comicità involontaria di chi sogna un apparato di controllo e non riesce a gestire un protocollo. Ma dietro il clown, l’intenzione resta quella del commissario politico.
E una città in cui il potere tenta di osservare il cittadino attraverso gli sportelli non è una città moderna: è una caricatura di regime.
Un regime inefficiente, certo.
Ma sempre un regime.
Brian Curto
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