Una suggestiva tendenza oleografica, sviluppatasi dal crogiolo ribollente e caotico del romanticismo, si è talora compiaciuta di dipingere la Cristianità come il regno del prodigioso esplicarsi dell’armonia, venuta meno a seguito del tramonto dell’ecumene medievale, tra le più elevate esigenze spirituali dell’uomo e il suo personale rapporto con il mondo storico.
Tale rappresentazione, che pur nel fervore appassionatamente rievocativo del coraggio cavalleresco e della dedizione aristocratica non era esente da una certa convenzionalità letteraria, implicava due motivazioni convergenti: per un verso, ci si proponeva di riscattare il medioevo dalle immeditate denigrazioni che, in nome del razionalismo settecentesco e delle sue irragionevoli prevenzioni, vi individuavano le tracce del regresso intellettuale e del decadimento civile; per l’altro, si intendeva ribadire la centralità della tradizione religiosa e della sua disposizione ad irradiarsi nelle formulazioni del sapere speculativo e nei documenti della creatività artistica.
Occorre precisare che la commossa esaltazione lirica dell’unità spirituale del medioevo subiva i condizionamenti delle unilaterali prospettive riferibili alla cultura romantica che se ne rese promotrice; sotto la raffinata patina estetizzante della raffigurazione di una civiltà scomparsa (si pensi al saggio di Novalis Cristianità o Europa, 1799), trasparivano le inquiete e sterili tensioni di un clima intellettuale, proteso a recuperare le ragioni ideali del Medioevo Cristiano in una sintesi quanto mai incerta e improbabile con le espressioni “religiose” e ideologiche del mondo che ne aveva concorso al graduale esaurimento.
Come appare evidente, la sua celebrazione, ravvivata dal tono fascinoso della rielaborazione poetica e fantastica, nascondeva le insidie di interpretazioni inadeguate che, sulla scia dell’idealismo tedesco, identificavano l’inesausto dinamismo dello spirito con la totalità del divenire storico; la Cristianità si configurava in tal modo come un momento, sia pure privilegiato e decisivo, di un processo destinato a trovare nella storia il suo fine e la sua giustificazione.
Ad una comprensione sgombra dai pregiudizi rappresentativi delle posizioni dialettiche e
delle contrapposizioni apparenti del mondo moderno, si profila l’essenza esemplarmente paradigmatica dell’aborrita Cristianità: in essa rifulge la “luce del Medioevo” che, pur nell’ inesorabile complicatezza delle contingenze storiche, seppe additare in Gesù Cristo il centro sapienziale e vivente del pensare e dell’operare.
Dal disconoscimento di questo carattere, si è generata la molteplicità delle incomprensioni e degli svisamenti che hanno nuociuto alla retta intelligenza di una civiltà inaccessibile ai superficiali criteri interpretativi ideati dalle correnti culturali moderne.
Nel panorama delle reazioni diverse e non di rado ambigue, dirette a scagionare il medioevo dalle sentenze sprezzanti dei tribunali dell’insipienza istituzionalizzata, alle nostalgie romantiche è seguito, in tempi più recenti, il paradossale tentativo di cogliere il suo valore storico in chiave tendenzialmente anti-ecclesiastica.
Contravvenendo al più elementare riscontro della verità storica, il neo-paganesimo diffusosi nell’area del radicalismo di destra, non esita a sminuire la decisività del Cristianesimo nel corso dei secoli dell’età di mezzo, di cui esso sarebbe stato una trascurabile copertura del persistente retaggio romano-germanico.
Ambiguamente sospesa fra l’affermazione di una trascendenza, ora ritenuta appartenente alla struttura spirituale “dell’uomo differenziato”, ora riferita a superiori forze impersonali determinanti la configurazione ciclica della storia, la nozione di “tradizione” delineata nell’opera evoliana “Rivolta contro il mondo moderno” risulta gravata da pregiudizievoli ideologismi che impediscono di intuire il rapporto tra la Rivelazione divina e la civiltà medievale, contraddistinta dall’intento di conformarvisi.
Per chiarire le ragioni della sua valorizzazione del Medioevo al di fuori di una doverosa considerazione della res publica cristiana che ha rappresentato la sua provvidenziale cornice storica, il tradizionalismo neo-pagano si è cimentato in una acrobatica distinzione tra un Cristianesimo, ridotto a fomite della sovversione, e un cattolicesimo che ne avrebbe rettificato (chissà come!) le congenite storture.
Traspare fin troppo apertamente come queste tesi, prive di ogni addentellato teologico, filosofico e storico, obbediscano polemicamente e assurdamente ai dettami svianti di un formulario precostituito.
La “tradizione” pensata da Evola, svelando una significativa prossimità con il fondo soggettivistico e gnostico proprio dell’idealismo post-kantiano, si vede costretta a ridimensionare la sua dichiarata opposizione alla modernità; e, a ben vedere, non si è peritata di accogliere senza amare perplessità le componenti segrete e originarie di quel mondo che, a rigor di storia culturale e politica, ha costantemente avversato il cattolicesimo e la sua forza civilmente propositiva.
Appellarsi alle leggi di una pretesa fatalità storica che sancirebbe il perdurare indefinito dei
sistemi liberal democratici, minati dagli effetti sempre più vistosi di una macroscopica decadenza, comporta lo sterile rifugio in un determinismo che, comunque inteso, è incompatibile con la visione cattolica della vita.
Contro il rinnegamento della Tradizione, perpetrato da non pochi ecclesiastici solleciti nel
confezionare una neo-religione ad uso del mondialismo e dei suoi piani anticristici, occorre ricordare e riscoprire la fruttuosa azione perfezionatrice assolta dalla rivelazione in rapporto al patrimonio speculativo della civiltà greco-romana; su queste solide basi, immuni da tentazioni illusorie sarà possibile, con l’aiuto di Dio, avviare l’opera di conformazione e di riconsacrazione del tempo all’Ordine eterno, che è il presupposto fondante la vera libertà.
Paolo Rizza
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