Ci sono dolori che non trovano parole adeguate. Il dolore dei familiari del capotreno ucciso a Bologna è uno di questi: un dolore profondo, che nasce da un fatto assurdo e incomprensibile, capace di sconvolgere qualunque equilibrio emotivo. A rendere tutto ancora più difficile è l’assenza, almeno per ora, di una spiegazione che possa aiutare la ragione a contenere, anche solo in parte, l’impatto di una tragedia così grande.
Un copione già scritto
E insieme al dolore emerge un senso diffuso di smarrimento, legato alla percezione di vivere in uno Stato che fatica sempre più a prevenire e contenere situazioni di evidente pericolo. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, il presunto autore del delitto – definito tale nel pieno rispetto delle garanzie processuali – era già stato fermato perché disturbava i passeggeri di un treno, identificato e successivamente rilasciato.
Una circostanza che porta con se molti interrogativi. Tra questi, ce ne sono alcuni che lasciano sinceramente attoniti: il senso stesso di rilasciare una persona potenzialmente pericolosa, fermata perché disturbava i passeggeri di un treno e con precedenti alle spalle, nella consapevolezza che, una volta lasciata andare, avrebbe con ogni probabilità reiterato proprio il comportamento per cui era stata fermata.
Rilasciandola, che cosa si pensava potesse accadere? Che improvvisamente la situazione si risolvesse da sola? Che il problema cessasse di esistere solo perché non più sotto controllo? È questo corto circuito logico, prima ancora che giuridico, a lasciare sgomenti e ad alimentare un senso profondo di insicurezza.
Il controllo del territorio è una chimera
Non per puntare il dito contro chi opera quotidianamente sul territorio: è evidente che le forze dell’ordine agiscono nei limiti degli strumenti che la legge mette loro a disposizione. Ma proprio questo dovrebbe far riflettere.
Se gli strumenti sono insufficienti, il problema non è chi li usa, bensì il sistema che li ha resi inadeguati. In questo contesto cresce un senso di insicurezza che non può essere liquidato come emotività o strumentalizzazione.
È una domanda di tutela, di prevenzione, di presenza concreta dello Stato. Ignorarla significa alimentare frustrazione e sfiducia, con conseguenze che nessuno dovrebbe sottovalutare.
Il rispetto per la vittima e per i suoi familiari passa anche da qui: dalla capacità di interrogarsi seriamente su ciò che non ha funzionato, affinché tragedie simili non diventino una triste normalità.
Gianluca Mingardi
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