È morto di notte, Pietro Zantonino sorvegliante di 55 anni, mentre faceva il suo lavoro.
Solo, al freddo, in un cantiere che porta il marchio di un grande evento internazionale. La morte del vigilante impegnato in un’area collegata alle opere per le Olimpiadi invernali non è solo una notizia di cronaca: è uno specchio crudele della fragilità della sicurezza sul lavoro in Italia, soprattutto quando il lavoro è invisibile, notturno, lontano dagli occhi.
Le temperature erano rigidissime. Il turno era notturno. Il presidio era isolato. Tre elementi che, presi singolarmente, sono già fattori di rischio; messi insieme diventano una miscela potenzialmente letale.
Eppure, in questo Paese, continuano a essere trattati come “normalità operative”, come condizioni accettabili purché il lavoro vada avanti. Ora si attende l’autopsia, si attendono gli esiti delle indagini, si attendono le ricostruzioni ufficiali.
Manca la prevenzione
È giusto. Ma c’è una verità che non può aspettare: anche un malore, se avviene in un contesto non protetto, è una responsabilità collettiva. La sicurezza non si limita a evitare incidenti meccanici; riguarda il microclima, i tempi di esposizione, la solitudine operativa, la possibilità di chiedere aiuto e riceverlo in tempo.
Chi lavora di notte, al gelo, non può essere lasciato solo. Non può essere affidato a una baracca fredda, a un telefono che forse prende, a procedure che esistono solo sulla carta. La prevenzione vera è fatta di presidi riscaldati adeguati, turnazioni compatibili con le condizioni ambientali, controlli frequenti, sistemi di allarme, tempi di intervento certi.
Tutto il resto è burocrazia che arriva sempre dopo, quando ormai è tardi. Questa morte pesa ancora di più perché avviene dentro un cantiere simbolo, legato a un evento che dovrebbe rappresentare eccellenza, modernità, organizzazione. Ma non esistono opere strategiche o grandi eventi che giustifichino scorciatoie sulla vita delle persone. Il progresso che si costruisce sacrificando la sicurezza non è progresso: è ipocrisia.
Vite spezzate
Ogni anno si contano centinaia di morti sul lavoro. Numeri che scorrono, che si sommano, che finiscono per anestetizzare l’opinione pubblica. Ma dietro ogni numero c’è una persona, una famiglia, una vita spezzata mentre si stava semplicemente “facendo il proprio dovere”. Continuare a parlare di fatalità significa rassegnarsi.
E la rassegnazione è la forma più pericolosa di complicità. Questa morte chiede verità, responsabilità, ma soprattutto un cambio di paradigma. Chiede che il lavoro notturno e isolato venga trattato per quello che è: un’attività ad alto rischio.
Chiede che la sicurezza torni a essere sostanza e non un capitolo marginale di un progetto. Chiede che nessuno, mai più, muoia di freddo mentre veglia su un cantiere.
Perché morire lavorando non è una disgrazia inevitabile. È una sconfitta dello Stato, delle imprese, di un sistema che troppo spesso considera la vita un costo e non un valore.
Valerio Arenare
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