Presso l’opinione pubblica occidentale, sempre volubile e immemore, il conflitto in Ucraina sembra essere, almeno temporaneamente, passato in secondo piano rispetto alle piratesche esibizioni muscolari di Trump che rapisce presidenti e loro mogli, assalta e sequestra navi russe e minaccia una serie infinita di paesi, compresa la mitissima Danimarca e la sua Groenlandia. Mentre scriviamo, molti si aspettano un’aggressione all’Iran, vittima e bersaglio ormai storico delle cosche filosioniste.
Eppure la mafia liberal-democratica e sorosiana che tiene l’Europa nel suo pugno dittatoriale con leggi liberticide, incarcerazioni o messa al bando di dissidenti, elezioni vietate o truccate, che domina un’Unione Europea che ogni giorno trova nuovi pretesti per vessare, opprimere, sottomettere i suoi cittadini, i suoi imprenditori, i suoi agricoltori a normative non approvate da nessuno continua la sua arrogante, aggressiva politica russofoba. Una cappa oppressiva di disinformazione, una serie impressionante di menzogne e di omissioni caratterizzano la narrazione atlantista del conflitto. Una narrazione che nega la storia dell’Ucraina, da sempre parte dell’ecumene russa, (è noto che la Rus’ nasce proprio a Kiev) e censura le ragioni della Russia che non può accettare di avere i missili della NATO a poche centinaia di chilometri da Mosca.
Odio imposto
Una narrazione che tace sulle persecuzioni e sui massacri di russi e russofoni a Odessa (decine e decine bruciati vivi nel 2014) e nel Donbass a opera delle bande ucraine. Tutti sappiamo che con la guerra la verità è la prima vittima e la propaganda, anche basata sulla menzogna, trionfa. Ma se non fossimo narcotizzati dai media mainstream che falsificano la realtà, verremmo colpiti dall’intensità e dal livello emotivo dell’odio antirusso imposto dalle élite.
Raramente nella storia si è vista un’isteria così profonda, rabbiosa e astiosa, un’esecrazione becera e inumana contro una nazione, il suo popolo, i suoi simboli culturali, la sua storia. Una nazione contro la quale, è bene ricordarlo, noi non siamo in guerra e non abbiamo nessun motivo per esserlo. Tutte le forze politiche o quasi, i media, gli opinion leader, l’accademia, la cultura mainstreampartecipano ai “due minuti di odio” (ormai continui e senza limiti) ordinato dal mondialismo contro la Russia.
Facebook è arrivata al punto di accettare i commenti d’incitamento alla violenza contro i russi. Intellettuali, artisti, musicisti russi vengono perseguitati e impediti nelle loro espressioni letterarie e artistiche. La “liberale” Unione Europea ha messo al bando i media russi più noti, come Russia Today e Sputnik. Poi le sanzioni che si sono ritorte contro i cittadini europei: quintuplicato il prezzo del gas. I beni dei cosiddetti “oligarchi” russi, privati cittadini, sequestrati senza alcun motivo o fondatezza giuridica. Poi, un malizioso dubbio: perché i ricchi di tutto il mondo li chiamiamo magnati o tycoon, ma solo i ricchi russi li definiamo, con intento chiaramente denigratorio, “oligarchi”? Perché non chiamiamo “oligarchi” anche Zuckerberg, Bezos, Gates, Soros e altri? Forse perché gli “oligarchi” russi, contrariamente alle Fondazioni degli ultra-ricchi liberal, non finanziano, a livello mondiale, lobby omosessualiste, ONG immigrazioniste, propaganda abortista e la sovversione delle “rivoluzioni colorate”?
I russofobi
Paesi come la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, la Polonia, i soliti, isterici russofobi paesi baltici e nordici, ma non solo, stanno preparando le rispettive opinioni pubbliche a una guerra “preventiva”, cioè a una immotivata aggressione contro la Russia. In ogni caso hanno già deciso di piazzare le loro truppe sul suolo ucraino, ovviamente al di fuori di ogni accordo con la Russia. Cercano il pretesto per la guerra, considerato che Mosca ha già dichiarato che tali schieramenti sarebbero un “obiettivo legittimo” militare?
Capofila di questa ondata di russofobia è la Gran Bretagna, che ha già sul campo consiglieri militari, addestratori, “volontari” delle forze armate, che supporta l’Ucraina con armamenti sofisticati, missili a lungo raggio, operazioni di intelligence. Operazioni terroristiche ucraine, come l’attentato ai gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico e anche gli assassinii di militari, intellettuali, giornalisti in Russia sono state certamente condotte con il supporto dell’MI6 britannico.
Questa viscerale russofobia, una vera patologia psicosociale, domina, e non da oggi, gran parte delle élite e dell’opinione pubblica britanniche. Ed è una russofobia che viene da lontano: la russofobia “storica” nasce nel XIX secolo nei paesi “liberali”, Gran Bretagna, appunto, innanzi tutto. Ma avvisaglie erano comparse anche prima. Scrive Franco Cardini: “La russofobia s’impose e crebbe essenzialmente durante la rivoluzione francese, allorché “russo” divenne sinonimo di iper-reazionario, e venne potentemente propagandata dalla cultura liberale inglese e francese al tempo della guerra di Crimea”. E’ curioso pensare che, se possiamo oggi leggere un capolavoro cattolico e contro-rivoluzionario come Le serate di Pietroburgo di Joseph de Maistre, all’epoca ambasciatore del Regno di Sardegna, lo dobbiamo alla Russia ortodossa dello Zar Alessandro I, rimasta un’oasi di libertà in un’Europa ormai quasi completamente caduta sotto il furfantesco dominio delle feroci armate di Napoleone.
Dopo il Congresso di Vienna
Con il Congresso di Vienna, la Russia si affermò come potenza sempre più importante in quell’Europa che aveva contribuito a liberare dalle rapine napoleoniche. Inoltre era già iniziata, nel diciottesimo secolo, l’avanzata russa verso la regione del Mar Nero e del Caucaso, con la liberazione della Crimea dal feroce dominio tataro: il Mar Nero smise di essere un lago musulmano, mentre aumentava l’influenza russa nei Balcani. La Grecia riuscì, nel 1821, a liberarsi dal dominio turco grazie soprattutto all’aiuto della Russia.
In Gran Bretagna scattò allora quell’atavico timore dell’insorgere di una nazione egemone in Europa e, sconfitto Napoleone, il nuovo nemico diventò la Russia. Come sempre, in questi casi (anche oggi), partì una campagna di denigrazione, di menzogne e di calunnie: vennero editati numerosi pamphlet che accusavano la Russia di voler conquistare, addirittura, il mondo. Lo storico dell’Università di Harvard John H. Gleason, così scrisse sulla nascita della russofobia inglese: “All’inizio del XIX secolo si sviluppò nel Regno Unito un’antipatia verso la Russia che divenne rapidamente l’elemento più evidente e più duraturo della visione britannica del mondo”. In subordine, i propagandisti dell’establishment antirusso britannico, in prevalenza whig, cioè liberali, accusavano la Russia di voler minacciare l’India. Tuttavia qualsiasi tentativo di attacco da nord ai possedimenti inglesi era pressocché impossibile per le naturali barriere (deserti e poi catene montuose invalicabili) che li proteggevano.
Costantinopoli
In realtà la Russia aveva un altro obiettivo: la liberazione di Costantinopoli dal giogo turco: questa conquista avrebbe significato il possesso strategico degli stretti dei Dardanelli e quindi il libero accesso delle navi russe al Mediterraneo. Ma soprattutto sarebbe stato uno straordinario risultato politico e religioso: la liberazione dall’oppressione ottomana della Seconda Roma, erede di Bisanzio e dell’Impero Romano, il suo ritorno nell’ecumene cristiana, il ristabilimento della piena libertà religiosa, la riconsacrazione della basilica di Santa Sofia dopo i sacrileghi saccheggi musulmani e la sua riduzione a moschea. Avrebbe significato una nuova legittimazione imperiale per lo Zar (contrazione di Caesar).
Non dimentichiamo poi che, fino ai genocidi turchi di cristiani (soprattutto Armeni e Greci) tra la fine ‘800 e inizi ‘900, la popolazione di Costantinopoli era composta in maggioranza da non musulmani, in prevalenza cristiani delle varie confessioni. Ma la Gran Bretagna non poteva accettare una Costantinopoli liberata e cristiana: per odio antirusso, per ostilità tutta anglicano-protestante contro l’Ortodossia, per la difesa di un “equilibro europeo” che sarebbe venuto meno, a vantaggio di Russia e Austria, con lo smembramento dell’impero turco.
Così, quando nel 1829, durante l’ennesima guerra russo-turca, le avanguardie della cavalleria russa giunsero a pochi chilometri da Costantinopoli con l’esercito ottomano in piena rotta, Londra minacciò di spostare la flotta e di dichiarare guerra a Mosca. Già da tempo la stampa inglese si era scatenata nel fomentare un isterico odio antirusso: scriveva il Times: “non vi è in Europa persona sana di mente che possa guardare con soddisfazione l’immensa e rapida crescita della potenza russa.”
Guerra preventiva
Ancora prima, nel 1827, l’Herald inneggiava a una guerra preventiva: “Con un simile accrescimento di potere, essa [la Russia] sarà in grado, quando vorrà e senza grandi difficoltà, di impossessarsi di Costantinopoli.” Così, grazie ai liberali inglesi, il pesantissimo giogo turco continuò a gravare sulle popolazioni cristiane, perseguitate e oppresse da secoli.
L’aggressività di Albione contro la Russia crebbe ancora: si arrivò a fomentare nel 1836, anche con rifornimenti di armi e nonostante le proteste diplomatiche dell’ambasciatore dello Zar, la ribellione dei Circassi contro la Russia. Ed eccoci all’aggressione anglo-francese, con il cinico, opportunistico e militarmente ininfluente aiuto piemontese, all’Impero russo del 1854: la guerra di Crimea, che scoppiò in difesa della Turchia, che da decenni provocava la Russia la quale, dopo lungo tollerare, si decise a rispondere con le armi.
Nicola I
Lo zar Nicola I, fervente cristiano, dopo vari tentativi di mantenere la pace, intraprese la guerra, come dichiarò, “per uno scopo esclusivamente cristiano” e “sotto lo stendardo della Santa Croce”. Per lo Zar, gli scopi della guerra erano chiarissimi: “Tutte le regioni cristiane della Turchia devono necessariamente diventare indipendenti, devono ridiventare ciò che erano in precedenza: principati e stati cristiani”. E ancora: “Non ho altra scelta che battermi, per vincere o perire con onore, come un martire della nostra Santa Fede, e ciò che dico lo dichiaro nel nome di tutta la Russia.” Tutto l’est europeo si mobilitò per la liberazione dal giogo musulmano dell’impero ottomano. Migliaia di volontari bulgari, romeni, greci, valacchi si unirono alla Russia nell’ “ultima crociata”, come venne definita, contro i turchi.
Come avvenne, allora, che paesi cristiani ed europei entrarono in guerra contro un altro paese cristiano ed europeo in difesa di un impero musulmano che aveva rappresentato per secoli una minaccia per il nostro continente? La Francia aveva un antico contenzioso con la Russia per la protezione dei cristiani in Terra Santa. Ma l’aggressione alla Russia fu voluta e guidata dalla Gran Bretagna, in preda a una furiosa russofobia. I liberali inglesi, attraverso la stampa, accreditavano un’immagine della Turchia fatta di moderazione, modernizzazione e tolleranza religiosa, ovviamente totalmente falsa.
Turchia ferocemente anticristiana
Anche durante tutto il XIX secolo e i primi anni del secolo scorso, la Turchia infatti non venne mai meno alla sua feroce politica anticristiana: dai massacri del 1821 nei Balcani, in Tracia, in Asia minore, a Costantinopoli dove il Patriarca e diversi vescovi furono impiccati in piazza, ai 20.000 greci massacrati a Chio nel 1822, alle stragi di cristiani in Libano e Siria nel 1860, alle uccisioni di massa in Bulgaria ove le vittime cristiane nel 1875 furono più di 112.000. E poi il genocidio degli armeni, dei greci, dei caldei e dei siriaci tra gli anni ’80 del XIX secolo e gli anni ’20 del secolo scorso.
Il russofobo Lord Palmerston, che per decadi guidò e ispirò la politica estera britannica, sosteneva una politica imperialista in nome di messianici “principi morali” che ricordano “l’esportazione della democrazia” predicata dagli USA: “Io penso – sosteneva Palmerston – che la reale politica dell’Inghilterra sia l’essere campionessa di giustizia e diritti, dando il giusto peso alle sue sanzioni morali, sostenendo ciò che ella ritiene sia la giustizia e punendo ciò che ella ritiene sbagliato.”
Così, al tradizionale odio anticattolico dell’establishment anglicano-protestante e massone si affiancò un inedito odio antiortodosso e russofobo, a cui non furono estranei cospicui finanziamenti dalla Sublime Porta ai giornali radicali e liberal inglesi, spesso di proprietà metodista e calvinista: la Russia veniva dipinta come stato dispotico negli stessi anni in cui l’Inghilterra opprimeva e affamava l’Irlanda rimasta, nonostante la feroce, secolare occupazione, ostinatamente cattolica.
Turchia infiltrata dai massoni
La Massoneria inglese, che era infiltrata nelle classi dirigenti turche (il ministro degli Esteri ottomano Mustafa Resid era massone, “iniziato” in una loggia di Londra), soffiava su fuoco della russofobia. La prezzolata stampa inglese dipingeva la Turchia con romantica simpatia, come forza progressista, mentre la Russia era descritta come “semicristiana e superstiziosa”. Si giunse al punto di negare che la Turchia opprimesse i cristiani, ma anzi a ritenere che fosse “tollerante e moderata” e che mantenesse la pace tra le varie confessioni cristiane, descritte come “sette fanatiche”.
Alcuni esponenti politici contrari alla guerra, come Richard Cobden e John Bright, vennero attaccati dalla stampa britannica come “filorussi” e quindi “non inglesi”. Alla partenza delle truppe contro la Russia, un pastore anglicano disse che i soldati si stavano impegnando “per la difesa del genere umano” e definì i russi “un popolo di degenerati”. Un altro “reverendo” anglicano definì la fede ortodossa: “altrettanto impura e intollerante quanto la dottrina cattolica”. In un romanzetto propagandistico scritto da una militante di una setta protestante, gli ortodossi venivano definiti “pagani”, “infedeli” e “selvaggi”.
Le stragi di cristiani
Anche durante la guerra di Crimea, i turchi e gli altri musulmani (soprattutto albanesi e tatari di Crimea) si resero colpevoli di stragi e saccheggi di città cristiane, massacri di soldati russi arresisi mentre gli ufficiali inglesi stavano a guardare. Chiese e case vennero saccheggiate, i cristiani massacrati e costretti alla fuga. Scene simili si ripeterono in tutti i teatri di guerra, in Crimea e nei Balcani. Ai saccheggi in Crimea di beni, gioielli, mobili e sculture non furono estranei ufficiali inglesi accusati anche di violenze contro donne russe.
Certo è che la sconfitta russa ad opera delle potenze “liberali” prolungò di decenni l’occupazione di paesi cristiani da parte dei turchi e privò i cristiani della protezione russa, garantita da accordi precedenti.
Nel 1878 si ripeté il copione del 1829 e del 1854: in una nuova guerra russo-turca, le armate russe vittoriose erano, ancora una volta, vicinissime alla liberazione di Costantinopoli. E di nuovo in Gran Bretagna esplose l’odio contro la Russia. Questa volta l’isteria contagiò addirittura la Regina che così scrisse al primo ministro Disraeli: “Se i russi raggiungessero Costantinopoli, per la regina sarebbe una tale umiliazione da indurla ad abdicare subito”. E gli intimò “di essere audace”. Ricevuto il messaggio, Disraeli mosse la flotta e, ancora una volta, Costantinopoli rimase sotto il giogo musulmano grazie all’Inghilterra.
La caccia all’orso
La russofobia era diffusa anche nella plebe: nelle taverne si cantava: “We’ve fought the Bear before/and while we’re Britons true/The Russian shall not have Costantinople” (“Già con l’Orso abbiam lottato/E finché sarem Britanni/i Russi Costantinopoli non avranno”). Eppure, pur con le consuete, scontatissime cautele sulla storia fatta con i “se”, se la Russia fosse riuscita a smembrare definitivamente l’impero ottomano, forse molti massacri successivi, come quello degli armeni e dei greci, non sarebbero avvenuti. Costantinopoli sarebbe ritornata cristiana e i greci avrebbero continuato a risiedere, come accadeva da millenni, nelle loro città in Asia Minore invece di essere vittime di una crudele pulizia etnica da parte dei turchi.
Torniamo a oggi: un odio viscerale e mistificante contro la Russia e contro tutti coloro che, in Europa, non condividono l’isteria russofoba sta colando velenoso da governi screditati e senza più appoggio popolare, da calunniatori e diffamatori seriali, da costruttori di menzogne, da media a reti unificate, da opinion leader resi conformi, da politici inchinati alla dittatura europoide, da multinazionali opportuniste, da intellettuali vigliacchi sgomitanti per un posto in prima fila, da conformisti ignari e ignoranti, da collitorti di parrocchia e di curia. Contro costoro, vogliamo ricordare l’invito di Rudyard Kipling nella sua poesia If: O essendo calunniato, non rispondere con la calunnia/O essendo odiato a non lasciarti prendere dall’odio. Quello stesso Kipling che pure descrisse, col suo romanzo Kim, quel “Grande Gioco” tra Russia e Gran Bretagna.
Antonio de Felip
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