Raffaele Liucci ha, recentemente, scritto il libro, molto interessante e documentato che si intitola: “Leo Longanesi, un borghese corsaro tra fascismo e Repubblica” (Carocci editore S.p.A).
Rigoroso nei riferimenti storici, è politicamente scorrettissimo rispetto alla narrazione dominante, ma non può essere tacciato di revisionismo perché il grande scrittore di cui si parla non fu fascista, ma neppure aderì alla Resistenza.
Nonostante siano passati ben ottant’anni dalla fine del Regime, questi testi infastidiscono l’establishment del “Suprematismo culturale” rosso e, anche bianco, un po’ come disturbava la penna del più letto e tradotto giornalista italiano di sempre, Giovannino Guareschi.
Per capirsi: fa più scalpore, in certi salotti, la verità storica che smonta coi fatti la propaganda resistenziale, rispetto a fatti di cronaca ben più gravi del mondo contemporaneo. Così come una commemorazione ad Acca Larenzia per tre militanti del MSI assassinati nel 1978 dall’odio politico comunista, fa più rumore di una massa di maranza che mettono le nostre città a ferro e fuoco.
“La democrazia è una scusa per fondare giornali” – diceva Longanesi, ironicamente. Fondatore e direttore responsabile de “Il Borghese”, nel 1950, era Leo Longanesi (1905-1957), scrittore, pittore, giornalista ed editore: uno dei personaggi più originali e poliedrici dell’Italia novecentesca.
Occorreva, aveva scritto Longanesi a Camillo Pellizzi qualche settimana prima, «uscire senza chiasso, all’improvviso, e cogliere alle spalle i liberali». Forse si tratta di una strategia sempre valida, soprattutto quando essi pretendono di incarnare la vera “destra” italiana.
“Il Borghese” intendeva «elevare il tono della piccola e media borghesia italiana, e darle una coscienza della propria funzione storica». Era una testata «né comunista, né fascista, né liberale, e nemmeno socialista», giacché combatteva «ogni forma di retorica e di soprusi politici».
Ancor più schietta, fu una delle locandine esposte dagli edicolanti: «“il Borghese”. Imparate a disprezzare la democrazia con rispetto». Parole coerenti con un motto che nel dopoguerra Longanesi amava declamare agli amici: «La repubblica è fatta, bisogna compatirla».
A gennaio egli stesso aveva scritto sulla “Gazzetta del Popolo” che ormai il paese si stava avviando verso «il fascismo degli antifascisti, cioè un fascismo ritardato, più bonario ma più inconcludente, […] spoglio di miti e debole, ma condannato, di giorno in giorno, a prendere il potere».
Il dilemma del “borghese moderno” e del suo ruolo fu uno dei temi più dibattuti tra anni Venti e Trenta proprio sulle pagine dell’“Italiano”, il “Foglio quindicinale della gente fascista” fondato da Longanesi nel ’26 a Bologna e affiancato l’anno successivo dall’omonima casa editrice. Una rivista che occhieggiava al ruralismo di Strapaese e al “Selvaggio” di Mino Maccari, con toni inizialmente antiborghesi.
“L’Italiano”, infatti, già dal nome, nasceva per ridefinire il nostro carattere nazionale, ripudiando la borghesia democratica. Il vero italiano non poteva essere “borghese”, ossia democratico. Doveva invece essere “popolo”, dunque cattolico e universale.
Secondo tale auspicio, la nazionalizzazione littoria avrebbe presto cancellato ogni distinzione di classe. La scelta di privilegiare l’Italiano (scritto rigorosamente in maiuscolo) piuttosto che gli italiani (pensiamo, ad esempio, al dazegliano «fare gli italiani») sottintendeva, insomma, una concezione «demagogica e populista» della politica, nonché una «visione della legittimazione della leadership […] in totale opposizione ai meccanismi della rappresentanza e al rispetto dell’articolazione sociale».
In effetti – prosegue il testo di Liucci – il regime littorio accarezzerà a lungo la speranza di un’Italia «scevra da egoismi di classe, dove tutte le categorie sociali siano disciplinate e inquadrate con gli stessi diritti davanti allo Stato che le assomma e interpreta, e nessuna intenda di far prevalere il suo interesse sull’altra, chiudendosi in una intransigente e antisociale difesa del suo patrimonio […] e delle sue comodità». Parole figlie di una mentalità antiborghese che, durante la dittatura, assunse sfumature ora di destra (l’aristocraticismo spiritualista) ora di sinistra (il frondismo giovanile, il corporativismo, il sindacalismo).
Leo si prefiggeva di colpire la falsa borghesia: «questi piccoli collettivisti, questi pidocchi modernisti altro non sono che borghesi mal riusciti, sottoprodotti della letteratura “Medusa”, il frutto delle traduzioni, snobs».
Va sottolineato che pure “Omnibus” (il rotocalco cui dal ’37 si dedicò maggiormente Longanesi, trascurando un poco “L’Italiano”) polemizzerà contro la nuova borghesia imperante, ormai «espressione di un tipo umano moralmente decaduto, esteticamente corrotto e politicamente abulico».
Niente di meglio, per entrare nell’atmosfera del “Borghese”, che immergerci in un racconto longanesiano a sfondo autobiografico, uscito proprio sul primo numero. Siamo all’interno di un affollato scompartimento di seconda classe del treno diretto Lecce-Milano.
C’era un interesse per il popolo che, adesso che di popolo si parla tanto, adesso non c’è più!». Il viaggiatore tace per un minuto, si guarda attorno compiaciuto e con voce sommessa, ma sicura, borbotta: «Era quello il tempo del fascismo». Il ferroviere, che ha sempre taciuto, dal suo angolo esclama: «Meglio la Petacci, che la repubblica dei pagliacci».
Il viaggiatore vestito di flanella interviene: «Per l’amor di Dio! Non diciamo queste cose! Mussolini è morto e non tiriamolo più fuori. Ci ha condotti a una guerra disastrosa, e, se siamo a questo punto, lo dobbiamo proprio a lui! Certo, adesso, stiamo attraversando un esperimento democratico, e subiamo tutte le conseguenze della situazione internazionale, ma possiamo almeno dire il nostro parere, e non è poco. La libertà è sempre una gran cosa, caro signore […]». «Mio fratello», salta su la signorina Clara, «è in carcere dalla bellezza di tre anni!» «Per ragioni politiche?» domanda il signore. «Sì, caro lei, per ragioni politiche». «Strano».
«Era ufficiale della Guardia repubblicana», spiega la signorina Clara. «Allora avrà commesso qualche cosa di illegale…» insinua il signore. «No, faceva il suo dovere. Non era un italiano anche lui come i partigiani? Se c’era questa libertà, ognuno può pensarla come vuole, no?» «Bei discorsi» esclama il signore vestito di flanella.
Tornato, dopo pausa pranzo, Longanesi ritrova i passeggeri ancora intenti a discutere di politica. I loro discorsi non sono molto chiari, ma tutti si spalleggiano nell’inveire contro il comunismo, contro la Democrazia Cristiana, contro il parlamento, contro l’Inghilterra, contro la Russia, e non è ben chiaro quello che essi vogliono, né quel che rimpiangono, ma trapela dalle loro esclamazioni un vago desiderio di ordine e di moralità, un patriottismo ardente, il desiderio, soprattutto, di un mito che essi non sanno ben definire, ma che si sente vivere nelle loro voci.
E quando il pesante agricoltore emiliano, prima di scendere a Piacenza, esclama: «Eh, povera Italia, cos’hai fatto!», tutti restano come in sospeso, come in ascolto di una fanfara lontana. Poi il commesso viaggiatore si rivolge verso di me che ho sempre taciuto, e con l’aria di chi vuol scusarsi, dice: «Non creda che si voglia rimpiangere il passato, ma è che l’Italia, bene o male, prima c’era, e adesso non c’è più!».
Pure lo storico comunista Ernesto Ragionieri, in tempi non sospetti, si preoccupò di non enfatizzare il radicamento della Resistenza, pena il rischio di «non comprendere i successivi sviluppi della società italiana».
La Resistenza, infatti, «rimase un grande e attivo movimento di minoranze, il più vasto che la storia d’Italia abbia mai conosciuto, ma pur sempre minoranza».
Le prime consultazioni elettorali del dopoguerra certificheranno quanto «fosse un’illusione della sinistra la convinzione che la maggioranza degli italiani si riconoscesse nei valori progressisti e innovatori della Resistenza».
Come aveva messo in chiaro il ferroviere nel sopra menzionato apologo longanesiano, per molti elettori la buonanima di Claretta Petacci (amante “ufficiale” del duce) era comunque preferibile alla «repubblica dei pagliacci».
Chi scrive crede che la vera motivazione psicologica, portatrice di grande frustrazione per chi continua a sostenere di essere “antifascista” in democrazia, possa esser ricercata in questo sentore comune agli italiani, che provoca istintivamente il fascismo immaginario, senza il quale, molti non avrebbero di che vivere ed altri perderebbero il nemico storico, assassinato, vilipeso a Piazzale Loreto, che continua a ritenere migliore la Petacci di una classe dirigente di pagliacci.
Matteo Castagna

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