Parte Prima
“Avete fatto un buon lavoro con le armi che vi abbiamo dato!” dice Trump, tronfio come una birra appena stappata, a Netanyahu, il pallido carnefice di donne e bambini.
Basta questa uscita da ubriaco pistolero del vecchio west per capire tutto del suo rapporto con gli ebrei americani e non, e per condannarlo come nuovo Erode?
No, non basta affatto!
Oggi Il ciuffo più famoso del mondo è molto popolare in Israele perché, favorevole alla sicurezza israeliana costi quel che costi, riconosce ogni annessione, anche quella del Golan, e perché, nove anni fa, ha trasferito l’ambasciata americana a Gerusalemme conferendole di fatto il ruolo di capitale, questione importante per gli evangelici statunitensi quanto la verginità della sposa per un afgano.
Ne consegue, direte voi, che gli ebrei americani sono tutti dalla sua…e invece no!
Gli ebrei americani, askenaziti per lo più, sono da sempre grandi fan della sinistra: liberali per cultura, con uno schiacciante 85% favorevole all’aborto, hanno votato Kamala Harris forti di una granitica certezza: a destra o a manca, la politica interna ed estera statunitense è comunque alle dirette dipendenze loro… anche se perdono, vincono!
Sette milioni e mezzo di ebrei detengono un potere reale, schiacciante e dispotico in tutti i gangli vitali degli Usa: da Hollywood alle banche, dalle Università al mercato azionario, dall’editoria all’arte tutto è loro, tutto dipende da loro, niente può sopravvivere senza di loro o meglio senza la di loro pecunia.
Che il presidente “goim” degli Usa sia repubblicano o democratico ha per loro lo stesso peso della politica di san Marino sui mercati internazionali!
Gli Usa, che sono plutocratici in senso tecnico, non possono fare un passo lontani dai loro invadenti amici: non si diventa presidenti o governatori senza una potente lobby che ti finanzi e questo indipendentemente dai partiti, dai background e dalle aspirazioni…sic et simpliciter!
La fortissima sterzata antiabortista trumpiana è prova che il presidente deve giocare su molti campi e adesso è il momento di accontentare il suo elettorato evangelico che, da sempre filoisraeliano, dopo i massacri di Gaza, comincia a porsi delle domande.
Che non si possa parlare di antisionismo sono certa, ma la morte di Charlie Kirk avvenuta appena deciso di non stare più dalla parte dei grandi finanziatori made in Israel, finanziatori anche suoi, peraltro, ha aperto parecchie crepe nelle coscienze, prima ciecamente sioniste, di questi protestanti apocalittici in attesa dell’imminente ritorno di Cristo e pronti sempre a sborsare milioni di euro per la terra del Messia.
L’ebreo americano medio è spesso meno filosionista di loro e dei 10 milioni di evangelici del CUFI (Christians United for Israel), non è particolarmente incline a fanatismi religiosi, è di cultura elevata rispetto agli standard locali, ma è comunque legato a doppio filo alla propria comunità e oggi teme il risveglio di coloro che si vergognano, Deo gratias, di dare il proprio appoggio o rivolgere le proprie simpatie ad Israele.
Di elettori trumpiani, dunque, a cui l’amicizia del “loro” presidente col boia dei bambini, proprio non piace, ce ne sono parecchi e qualcuno tra loro accusa il ciuffo di aver epurato il gruppo dirigente del Memoriale dell’Olocausto, come ennesima prova d’amore per Netanyhau, dato che i silurati non si sarebbero mostrati sufficientemente appassionati del bombardiere pazzo di Gerusalemme.
Si tratta, mi pare, di una supposizione erronea.
Quella di Trump è una mossa di politica interna dato che gli epurati sono ebrei allineatissimi…i nomi, tra gli altri, sono quelli del marito della Harris che da quando ha incontrato la moglie coraggiosamente si batte contro l’antisemitismo in un Paese in mano agli ebrei, di Susan Rice e di Ron Klai, capo di gabinetto di Biden, personaggi che certo non hanno mai ostacolato l’eterno legame d’ amore tra gli Usa ed Israele.
Di alcune tra le tante ragioni di questo legame parlerò nella seconda parte…un po’ di pazienza!
Irma Trombetta
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