A Udine un cagnolino anziano di nome Pepe, 13 anni, piccolo, fragile e malato di cuore, ha perso la vita in modo atroce. Non per un incidente, non per una fatalità, ma per un gesto deliberato di violenza: sollevato e lanciato nel vuoto da un’altezza di circa quattro metri da un uomo, un padre, che ha deciso di trasformare la paura in brutalità.
Pepe si era semplicemente avvicinato a un bambino. Nessuna aggressione, nessun attacco, nessun pericolo reale. Solo un cane anziano, probabilmente curioso, forse in cerca di contatto. La risposta?
La morte. Questo non è un raptus. Non è un errore. È una scelta consapevole, ed è proprio questo che rende il gesto ancora più grave. Chi uccide un animale indifeso davanti o per “proteggere” un figlio non sta insegnando sicurezza, ma crudeltà.
Non sta trasmettendo il valore della prudenza, ma quello della sopraffazione. Non sta educando al rispetto della vita, ma alla legge del più forte. Un bambino che assiste, direttamente o indirettamente, a un atto simile impara che la violenza è una risposta legittima. E questo dovrebbe far riflettere molto più della paura invocata come giustificazione. Un padre ha il dovere di proteggere, sì. Ma proteggere non significa distruggere, e soprattutto non significa uccidere chi non può difendersi.
Un segnale inquietante
La morte di Pepe interroga tutti: la giustizia, le istituzioni, la società. Perché non si tratta solo di maltrattamento animale, già di per sé un reato gravissimo, ma di un segnale culturale inquietante, di una disumanizzazione che colpisce prima gli animali e poi, inevitabilmente, gli esseri umani più fragili. Serve una condanna senza ambiguità.
Serve giustizia per Pepe. Serve ribadire con forza che la violenza non è mai educazione, che la paura non giustifica la barbarie, e che chi uccide per “dare una lezione” sta insegnando solo l’orrore.
Pepe non aveva voce. Ora quella voce dobbiamo prestargliela noi.
Valerio Arenare
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