Come definire questo maledetto e disperato mondo che ci circonda? Con la vannacciana definizione di “mondo al contrario”? O con quella sconsolante di “terra desolata” di T.S. Eliot? E’ la “nave dei folli” dell’immaginario medioevale? E se ci limitassimo alla più semplice, meno suggestiva ma altrettanto efficace definizione di “mondo di imbecilli”? Presenti e simpatizzanti esclusi, ovviamente.
In realtà non sembriamo rendercene conto: la nostra opinione pubblica è sempre più condizionata e rieducata a causa di un avvelenamento informativo ormai all’ultimo stadio. Non ci rendiamo conto del cretinismo che ci circonda, del suo potere, del suo insinuarsi nelle credenze comuni. Così ci sono notizie e fatti che dovrebbero farci sghignazzare o farci indignare o entrambe le cose assieme. Ma il cretinismo le normalizza, ce le fa accogliere con un’alzata di spalle, o al massimo un sorrisetto.
E’ una tecnica del sistema per farci accettare l’inaccettabile, per abituarci a un mondo sempre più scollegato dalla realtà e dalla ragione. Siamo avvelenati e stiamo progressivamente accettando l’inaccettabile ma non reagiamo perché siamo stati bolliti lentamente, come nella storiella della rana posta nell’acqua fredda e poi scaldata piano, da cui non salta fuori. Facciamo qualche esempio.
E’ ben nota l’importanza delle parole e delle espressioni nell’imposizione di modelli di pensiero contrari alla verità e alla realtà e nella corruzione delle idee, perché noi pensiamo con le parole e se un particolare significato o valore, o disvalore, viene imposto a un termine, noi penseremo col portato imposto a quella parola. “Patriarcato”, ad esempio, è la definizione di una struttura familiare e sociale che ha dato forma alla nostra società europea, alla base della nostra (delle nostre) civiltà. Eppure, la potenza del cretinismo è riuscita a caricarla di una valenza negativa, assolutamente falsa, peggio, falsificante.
Ma è anche l’uso delle parole che può risultare un fattore d’inquinamento ideologico e mentale, prima ancora che lessicale. In italiano esiste la regola del cosiddetto “maschile sovraesteso”, sempre rispettato, cioè l’uso del genere maschile plurale per indicare gruppi misti: ad esempio “fratelli” per indicare contemporaneamente fratelli e sorelle o “tutti” per maschi e femmine. Faceva eccezione il formale “signori e signore”.
Poi l’irrompere di un femminismo becero, violento, intimidatorio che ha occupato e corrotto menti, redazioni, università, le leggi (l’invenzione del “femminicidio”), persino i piani alti della politica ha imposto prima gli usi barbari della cosiddetta schwa, del “i/e” (compagni/e) per arrivare poi al disfunzionale, inestetico (ma l’odio per il bello è la cifra della sovversione in tutte le sue forme), cacofonico raddoppio del termine: non sia mai che l’odiato maschile possa includere anche il femminile. Così, siamo al profluvio di “tutte e tutti”, “cittadine e cittadini”, “compagne e compagni”, “lavoratrici e lavoratori”. Abbiamo udito Luciano Buonfiglio, Presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano pronunciare un orribile “atlete e atleti”.
Ovviamente il primo termine deve essere, obbligatoriamente, quello femminile. Il malvezzo del raddoppio femminista ha contagiato, ma non poteva essere diversamente, anche i piani alti (altissimi) della politica. Così, la XVIII conferenza dei diplomatici italiani alla Farnesina, con la presenza del Presidente della Repubblica e del Ministro degli Esteri è stata ufficialmente definita “Conferenza delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori” e ciò nonostante la categoria dei diplomatici non sia stata ancora toccata dalla massiccia femminilizzazione che invece ha afflitto le categorie, ad esempio, dei docenti e dei magistrati.
Anche i giganti del web sono stati ammorbati da questa perversione linguistico-femminista. Volete un esempio? Google, da sempre in prima linea nella corsa, a qualsiasi costo, alla più miserabile politically correctness, ha cambiato la struttura del suo traduttore, raddoppiando la traduzione e anteponendo quella del termine femminile. Un esempio: digitate “beautiful” e otterrete, “bellissima, bellissimo” anziché “bello, bellissimo”, come traduce, invece, il più civile traduttore Reverso.
Su questo triste, idiotissimo fenomeno del raddoppio femminista tace l’Accademia della Crusca, quella stessa che ci ha inflitto, in un delirio infantilistico, il bambinesco “petaloso”. Ve lo ricordate?
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L’ineffabile Elly Schlein ha recentemente dichiarato che la sinistra “dovrebbe riappropriarsi di Tolkien”. Ha usato proprio il termine “riappropriarsi”, come se Tolkien fosse stato, in passato, della sinistra. E non è la prima volta che tentano, invano, di “dirottarlo” a sinistra. Ed è difficile dire se si tratti di ignoranza, di mala fede o di entrambe le cose assieme. Infatti, se c’è un Autore non riconducibile alla sinistra, neppure in qualche caratteristica marginale, è proprio J.R.R. Tolkien. Tutta la sua opera narrativa, e non solo Il Signore degli Anelli, è intrisa di valori quale il perseguimento del Bene, l’onore, la fedeltà, il coraggio, la cavalleria, la tradizione, l’amore per la propria terra. Valori epici, che nessuna sinistra può permettersi di rivendicare.
Ma, oltre all’opera narrativa, sono la sua biografia, i suoi saggi, le sue lettere a definirne il profilo politico, prepolitico e metapolitico. Tolkien fu, per tutta la sua vita, antimoderno, contrario all’invasività delle macchine, all’industrialismo sfrenato, alla massificazione dei nostri tempi, alla distruzione delle campagne. Si definì “un conservatore vecchio stile” e un “antiquato reazionario”. Cattolico, di quel cattolicesimo inglese, rinato dopo secoli di persecuzione anglicana e protestante, combattivo e intransigente. Il cattolicesimo dei Chesterton e dei Belloc. E anche cattolico tradizionalista: amava pregare in latino e considerò l’abolizione della S. Messa con l’antico rito una “sorgente d’infelicità”.
Confessò: “Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica”.Antiamericano, insofferente della società massificata e globalizzata, il timore di una americanizzazione del mondo arrivò al punto di fargli scrivere in una lettera durante la guerra: “…non sono del tutto sicuro che una vittoria americana a lunga scadenza si rivelerà migliore per il mondo nel suo complesso”. Il suo magnifico saggio Sulle Fiabe, oltre ad essere un gradevolissimo testo di estetica, contiene alcune pagine che rappresentano un manifesto dell’antimodernità.
L’amore degli Hobbit per la loro Contea, la loro Heimat, la loro piccola patria, è concreto e terragno come quello dei Vandeani (la “Patria sotto i piedi”). Una Patria fatta di campi ben coltivati, di un ambiente preservato, di tradizioni familiari. “Gli Hobbit erano tradizionalisti” narra Tolkien. Uno degli ultimi capitoli del Signore degli Anelli, Percorrendo la Contea, dove si narra della sua liberazione dal regime proto-socialista, industrialista e massificato imposto da Saruman e dai suoi sgherri (una “sporca bruttezza”) ben illumina la visione del mondo del conservatore Tolkien, che il suo biografo “ufficiale”, Humphrey Carpenter definì Right Wing Man, un uomo di destra.
Si rassegnino Elly Schlein e gli altri travisatori della sinistra: J.R.R. Tolkien e la sua grandezza etica, epica ed estetica non saranno mai collocabili in quell’orribile, cupo, malvagio e sinistro (appunto) regno di Mordor che è il progressismo in tutte le sue forme.
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Che l’Unione Europea si stia dimostrando sempre di più un’entità liberticida, totalitaristicamente omogenizzante, distruttrice delle sovranità e delle libertà degli Stati e dei popoli lo sappiamo ormai da diverso tempo. Siamo oppressi dalle sue disposizioni, spesso decise burocraticamente senza neppure l’approvazione di quella assembleare inutilità che è il Parlamento Europeo e, talvolta, neppure da tutti gli Stati membri.
Ecco le sciagurate sanzioni alla Russia grazie alle quali paghiamo il gas cinque volte quello che lo pagavamo prima, ecco la “censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica” (sono le parole di Trump), ecco accordi tipo Mercosur o quello con l’India che getteranno definitivamente sul lastrico la nostra agricoltura, ecco un assurdo Green Deal che ha rovinato interi settori industriali, in primo luogo quello dell’automotive, ecco l’irrazionale imposizione della costosissima e inefficiente auto elettrica, ecco il fanatismo antirazzista e immigrazionista e poi l’abortismo, il genderismo, l’esaltazione dell’omosessualismo, l’attacco alla famiglia, la distruzione e perversione del diritto naturale e della morale di sempre.
Questa è la Grande Oppressione dell’Unione Europea. Ma c’è anche una piccola oppressione quotidiana, che colpisce i gesti di tutti i giorni, che ci fa perdere tempo, ci irrita e aumenta i costi della vita. Vi ricordate ad esempio quando, in ossequio a una isterica plasticofobia imposta dai mentitori dell’ambientalismo e dai sostenitori del mito del riscaldamento globale di origine antropica, che l’indimenticato Antonino Zichichi smantellò fin dalle fondamenta, ci vennero imposti i famigerati, idiotissimi, scomodissimi tappi non staccabili dalle bottiglie? Mezzo Europa rise, centinaia di meme sarcastici invasero la rete, migliaia e migliaia di maledizioni e d’insulti vennero indirizzati contro gli eco-cretinetti inventori del perverso meccanismo. Come non condividere la sarcastica invettiva dell’autore cattolico e conservatore Rino Cammilleri: “Dio stramaledica chi ci ha obbligato al tappo non staccabile”.
L’Unione Europea, che ci ha complicato la vita con la curvatura delle zucchine, lo standard dei water, le dimensioni dei preservativi, il consumo di carne, i fari dei trattori, l’esportazione di uova d’anatra, le tipologie di peperoni, la lunghezza dei pomodorini, il calibro dei piselli, ci imporrà, a breve, un’altra demenziale decisione: da agosto saranno vietati le monoporzione di salse (ketchup, maionese), latte e simili, le bustine di zucchero, nonché i contenitori di plastica monouso per alimenti e bevande consumati sul posto, le confezioni di plastica monouso per frutta e verdura fresca; negli alberghi flaconcini e bottigliette per shampoo, sapone e lozioni saranno sostituiti da dispenser ricaricabili.
Ora, chi scrive considera una cafonata americana l’uso di ketchup e maionese sulle patatine e non ha mai esercitato l’implicito diritto alla sottrazione negli alberghi di confezioni di shampoo. Ho i miei gusti. Tuttavia è indubitabile che questa stupidissima imposizione aumenterà i costi di ristoranti, bar e alberghi che verranno ovviamente scaricati sulla clientela. Non solo: aumenterà lo spreco. Ancora una volta, questa maledetta Unione Europea sembra godere sadicamente, in nome di una cialtronesca ideologia ecologista, nell’infastidirci, nel molestarci, nell’importunarci in ogni gesto quotidiano. Certo, può obiettare qualche sciocco, c’è di peggio. Ma è l’ennesima decisione che si iscrive nel tentativo dei Signori di Bruxelles di imporci un cambiamento di stile di vita: niente carne (i famigerati peti delle vacche sono “climalteranti”), niente alcool (è cancerogeno), obbligo di mangiare insetti (sì, c’è una proposta UE di acquisto obbligatorio di insetti da parte delle mense) e via disgustando.
Quando l’opinione pubblica del continente si renderà conto di cosa è veramente l’Unione Europea?
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Nel 1940 e successivi, per metterle a riparo dai rischi della guerra, dall’azione dei partigiani slavo-comunisti e dai bombardamenti alleati, molte opere d’arte presenti nelle italianissime terre d’Istria e Dalmazia, soprattutto nelle chiese, vennero portate in Italia per tutelarle meglio. Da tempo la Slovenia, occupante dell’Istria, dopo il massacro degli italiani nelle foibe e l’esodo imposto a centinaia di migliaia di nostri connazionali sotto minaccia di genocidio, rivendica con arroganza quelle opere d’arte, nonostante fossero state create da artisti italiani (come i veneti Vittore Carpaccio, GiovanBattista Tiepolo, Paolo Veneziano, Alvise Vivarini), per la venerazione in chiese italiane da parte da fedeli altrettanto italiani.
In passato, l’Italia, anche grazie a governi di centrodestra, aveva sempre resistito a queste assurde pretese degli slavi. Nel 2011, a seguito di un’interrogazione dell’on. Roberto Menia, storico difensore degli esuli e dell’italianità di quelle terre, sul rischio di “restituzioni” di questi dipinti in massima parte religiosi, il Sottosegretario all’Estero Alfredo Mantica così rispondeva: “Questo Ministero degli Affari Esteri esclude che da parte slovena possono essere avanzate rivendicazione o pretese. Il Ministero per i beni e le attività culturali ha tra l’altro rilevato che l’attuale normativa italiana, che recepisce la normativa europea in materia, vieta l’esportazione e l’uscita definitiva delle opere d’arte dal territorio nazionale.”
Ma che importa della storia e dell’identità istriana, del rispetto delle opere d’arte e soprattutto dell’onore dell’Italia di fronte alle insolenti richieste della Slovenia? Ovviamente un escamotage si doveva trovare. E si è scoperto che il capolavoro di Vittore Carpaccio, veneziano, “Madonna con Bambino e Santi” appartiene all’Ordine Francescano e così, dopo una complessa trattativa con l’Ordine e il Vaticano, il dipinto viene “restituito” alla chiesa di San Francesco (“il più santo degli italiani, il più italiano dei santi”)dell’ex italianissima Pirano, nell’Istria occupata. E tutto questo quasi in contemporanea con il 50° anniversario, data nera di un tradimento, dello sciagurato trattato di Osimo che regalò agli slavi l’ex Zona B dell’Istria. Lo ha denunciato, in un addolorato e indignato articolo, lo stesso Roberto Menia.
Antonio de Felip
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