Siamo contenti di pubblicare un lungo saggio redatto da Il Megafono Cattolico che riesce a riassumere i punti salienti di un lungo e denso lavoro dell’allora ordinario di teologia fondamentale all’Università di Bonn, Joseph Ratzinger. Prima del Concilio Vaticano II e ben prima di essere in odore di divenire Sommo Pontefice il futuro Benedetto XVI delineava in maniera chiara e lucida i pericoli di una Chiesa legata agli intrecci mondani. La fatica degli amici del Megafono Cattolico AKA Valerio Fassio è stata quella di rendere una sintesi che non perdesse le sfumature teologiche e filosofiche della disanima, pur rendendo il testo semplice e comprensibile.
Il testo integrale lo trovate nel caso qua.
Nel 1959, quando era ancora solo professore ordinario di Teologia all’Università di Bonn, Joseph Ratzinger, futuro Papa Benedetto XVI, raccolse in una conferenza alcune sue riflessioni denunciando l’illusione, già all’epoca, di poter vantare un continente “quasi tutto Cristiano” e, ancora più importante, uno strisciante e pericoloso fenomeno di paganizzazione della Chiesa e della Cristianità.
L’articolo che leggerete sarà una mia personale sintesi e interpretazione del testo originalmente redatto da Ratzinger nella quale potreste, come è spesso accaduto a me, stupirvi di quanto la situazione che egli descrive e il messaggio che egli veicola possano suonarvi attuali, in considerazione di un testo elaborato nel 1959, ben 67 anni fa, 3 anni prima del Concilio Vaticano II.
La deriva della Chiesa preconcilio
Il futuro Papa inizia tratteggiando “una Chiesa di persone che chiamano essi stessi Cristiani, ma che sono in realtà diventati Pagani.”
E, a suggellare, la sua analisi porta, quasi a profetica conferma, Marco 13, 14 “L’abominio della devastazione nel luogo santo”.
Nel creare il ritratto della Chiesa di quel momento storico, egli riferisce già allora di una maggioranza “non praticante” dei fedeli Cattolici e soprattutto di una maggioranza tendente a non cercare di fare propria la visione della Chiesa, ma a operare una scelta molto soggettiva e personale tra le verità della Chiesa, in un’impostazione di pensiero “grossomodo Illuminista”.
La situazione che viene descritta è perciò quella di un popolo composto in larga parte da “battezzati, ma non più autenticamente credenti”.
Il futuro Papa mette subito in chiaro, come avevano anche capito i primissimi Padri della Chiesa, che che veramente distingue il Cristiano dal Non Cristiano non è una utopica perfezione morale, ma piuttosto una salda e coerente fede nella Grazia di Dio rivelatasi in Cristo all’umanità.
Questo ideale di Fede, che distingueva i primi Cristiani dal Mondo, è anche ciò che permise al Cristianesimo di conquistarlo quel mondo.
Se Chiesa e mondo si sovrappongono
Ma, dice Ratzinger, con l’avanzare della Storia quella distinzione tra Chiesa e Mondo si è assottigliata gradualmente fino a diventare del tutto assente in epoca Medievale dove Chiesa e Mondo si sono sovrapposti.
Questa sovrapposizione, che ha rappresentato per secoli il concetto stesso di Cristianità, ha portato però il popolo della Chiesa del 1959, di cui ci parla Benedetto XVI, a credere che l’appartenenza cristiana sia un semplice automatismo culturale e non più una coerente e consapevole scelta di Fede.
La ratio dietro l’amministrazione dei Sacramenti
Per spiegare al meglio questa realtà affronta l’aspetto cruciale ma indispensabile della somministrazione dei Sacramenti, soffermandosi in particolare sulla delicata situazione francese dove, dice, si sono nel tempo formate due fazioni, due scuole di pensiero: una “più dura” (che sostiene che impartire i sacramenti a chi non lo fa più per Fede, quanto più per automatismo sociale, sia inutile per l’anima e svilente per il Sacramento stesso) e una “più mite” (che sostiene che la richiesta dei Sacramenti testimonia ancora un legame con la Chiesa, anche se magari debole, e che tale legame non va spezzato, ma accolto, senza respingere nessuno).
Per conciliare queste due posizioni, diventate via via sempre più litigiose e inconciliabili, nel 1951 era stato istituito in Francia il “Direttorio per l’Amministrazione dei Sacramenti” che aveva per esempio deciso che si dovesse concedere il battesimo ai figli dei cattolici non praticanti che lo richiedessero.
Tuttavia Ratzinger non può fare a meno di constatare che la fede di quei bambini cresciuti in famiglie pericolosamente lontane dalla Chiesa, sia appesa a un filo, sospesa sopra l’oscurità dell’apostasia.
Spogliarsi dagli intrecci mondani
Sembra emergere nei sostenitori della “linea mite”, anche se magari in buona fede, un errore alla base della prassi: “poiché la Salvezza Divina è offerta a tutti, vanno offerti i Sacramenti a tutti coloro che gli chiedono anche se la loro Fede è debole e il loro interessamento è superficiale”.
L’errore che Benedetto XVI sottolinea sta nel fatto che, certamente, la Salvezza Divina è offerta a tutti, ma secondo le regole di Dio e non secondo le soggettive regole degli uomini.
Non è Dio che deve supplicare gli uomini di accostarsi ai Suoi Sacramenti, ma questi ultimi che devono accostarsi in libertà e umiltà alla Grazia.
Ratzinger invita dunque la Chiesa a spogliarsi degli “intrecci mondani” e a ritornare “comunità di credenti”, puntando a creare comunità magari più piccole, ma più coscienti della loro Fede, del valore dei Sacramenti e della fraternità comunionale.
Questo è un punto focale del pensiero del futuro Pontefice: a costo di ridurre ampiamente la sua base di fedeli, la Chiesa deve capire che i Sacramenti impartiti senza che ci sia la Fede non hanno senso e deve quindi ridursi a “piccolo gregge” riconoscendo nuovamente “il suo compito di annunciare la Fede”.
Questo rinnovamento della Chiesa dovrà basarsi su due pilastri fondamentali: la Predicazione Liturgica (breve, non deve annunciare novità, ma introdurre al mistero della Fede) e Annuncio Missionario (un lavoro da non basarsi sul suscitare facili emozioni, ma volto a rendere accessibile e comprensibile la costruzione di insieme della Fede all’uomo di Oggi).
Comunità di fratelli
Fondamentale al rinnovamento della Chiesa deve essere anche il “ricostruire la fraternità dei credenti comunicanti” cioè affratellati nella vita religiosa e quotidiana dalla comune partecipazione alla mensa del Signore.
Costruire una “comunità famigliare in quanto fratelli”, per offrire un senso di sana fratellanza cristiana che allontani le anime dalle sette (che riescono ad attrarre proprio per offrire quel senso di fratellanza che la Chiesa sembra aver perso).
Il senso di fratellanza non deve ovviamente portare il cristiano all’isolamento settario, ma portarlo invece ad essere “gioioso tra gli altri” nella miglior testimonianza possibile dell’appartenenza a Cristo.
Testimonianza che deve portare “senza dare sui nervi con continue prediche e ricerche di conversioni, ma svolgendo attività missionaria tanto coerente quanto discreta”.
Ratzinger parla poi della Salvezza e della pretesa missionaria della Chiesa.
Al Cristiano “paganizzato” di oggi pare impossibile che la Chiesa Cattolica sia l’unica via di Salvezza.
Solo Cristo salva
Ci sembra incredibile che il non credente caro, vicino a noi, finirà all’Inferno perché non Cattolico.
Si cerca dunque una giustificazione a questo lacerante dilemma tramite la salvezza “pro sola moralitate”, ovvero la salvezza attraverso una concezione generica e soggettiva di buona morale.
Questa posizione però, in primis, mette in discussione l’assolutezza del messaggio della Chiesa e la serietà della sua pretesa missionaria.
E inoltre dà ai credenti la sensazione di avere la strada più dura a dover seguire tutti i precetti, i comandamenti e i riti della vita Cristiana per salvarsi.
La via della salvezza tramite sola moralità diventa immediatamente più attraente e più piacevole.
Tutto ciò danneggia sensibilmente la dirompenza missionaria della Chiesa.
Viene sottolineata l’esclusività della Salvezza: “solo Cristo salva”.
Anche nell’Antico Testamento Dio elegge “i pochi” di Israele al cospetto dei “molti” appartenenti agli altri popoli.
I pochi eletti non sono amati di più da Dio e i molti non eletti non sono abbandonati.
Vi è un rapporto dinamico e complesso tra i due gruppi, dove i cammini sono diversi, ma tutti sono chiamati e desiderati da Dio per la Sua Salvezza.
Dio utilizza i pochi eletti come “leva per attirare a sé i molti” e i molti non eletti possono “trovare la loro elezione amando Dio anche nella loro condizione non eletta”.
Questa dicotomia diviene ancora più chiara con la venuta di Cristo, se si pensa che tutti meriterebbero la Dannazione per le loro azioni e Cristo solo, unico eletto, offre la Vera Salvezza attraverso la Redenzione della Croce.
L’Amore può essere solo un gesto libero
Per riassumere, Ratzinger formula:“per salvarsi bisogna amare sinceramente Dio. E l’Amore può essere solo un gesto libero.”
La Salvezza è dunque una libera scelta dell’Uomo, non un suo Diritto naturale.
Conclude citando Luca 14, 16-24 il passo in cui si parla del grande banchetto in cui saranno riuniti “gente del tutto indegna, ciechi, sordi, paralitici e mendicanti in rapporto al cielo”.
Un passo di “speranza radicale” che non deve però far perdere la serietà al cristiano, il quale deve sempre ricordare anche che ci sarà il gruppo dei respinti per sempre (sia apostati, sia persone non convertite che “hanno lasciato cadere il Cristianesimo”, ma anche “persone che si professavano cattolici devoti e si riveleranno farisei”).
Benedetto XVI sembra concludere dicendoci che la gioia e la serietà della vita e della missione cristiana nascono dall’equilibrio, dall’intersezione tra la speranza della Redenzione Generale e la Paura della Dannazione di Molti, nella quale noi dobbiamo rispondere tendendo per noi e per gli altri all’unica sola Salvezza: Gesù Cristo Signore.
Ringraziamo Valerio Fassio per la pubblicazione di questo articolo
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