Di questi tempi, tra un rincaro del gas e una crisi geopolitica, non potevamo farci mancare l’ultima frontiera del pensiero “illuminato”: la scoperta che il Made in Italy, quel pericoloso covo di nazionalisti del carboidrato, è intriso di patriarcato. Preparate i forchettoni, la resistenza inizia a tavola. Se pensavate che un piatto di spaghetti fosse solo un piacere per il palato o, al massimo, un vanto dell’export nazionale, eravate degli illusi.
Secondo certe derive del pensiero contemporaneo – che sembrano nate più da un’indigestione di sociologia da social che da un’analisi della realtà – la difesa delle nostre eccellenze alimentari sarebbe una maschera del maschilismo tossico e del nazionalismo più retrogrado. Sì, avete capito bene: difendere il Parmigiano Reggiano o la filiera della pasta non è più una questione di economia o di identità culturale, ma un subdolo tentativo di riaffermare la supremazia del maschio alfa.
Il formaggio “comandone” e la pizza femminista
D’altronde, la grammatica non mente, no? Seguendo questa logica perversa, siamo circondati da simboli di oppressione. Pare proprio che il formaggio, il vino e il salame siano profondamente maschi e abbiano una voglia matta di comandarsela, imponendo la loro egemonia nel tagliere della vita. Ma attenzione, perché la resistenza è dietro l’angolo: la pizza, la pasta e la cicoria sono femmine, hanno carattere e non hanno nessuna intenzione di farsi mettere i piedi in testa da un Prosciutto crudo qualunque, per quanto DOP esso sia. Viene da chiedersi se, la prossima volta che ordineremo una Carbonara, dovremo prima chiedere il consenso al guanciale o assicurarci che l’uovo non si senta vittima di un sistema binario oppressivo.
Forse il Pecorino, con quel suo carattere forte e piccante, sta cercando di fare “mansplaining” alla pasta corta?
L’economia del “senso comune” vs. il delirio ideologico Al netto delle risate (amare), la questione è seria. Etichettare il Made in Italy, spina dorsale della nostra economia, fatto di migliaia di aziende, agricoltori e artigiani (uomini e donne, incredibile a dirsi!), come uno strumento del patriarcato è un’operazione di un’assurdità senza precedenti. Sostenere la qualità dei nostri prodotti significa tutelare il lavoro, la terra e una tradizione che tutto il mondo ci invidia.
Trasformare una dop in un simbolo di discriminazione di genere non è solo un esercizio di stile per accademici annoiati; è un insulto al buon senso e a chi, quella terra, la lavora ogni giorno senza guardare se il seme che pianta sia maschio o femmina.
Conclusione: Meno ideologia, più scarpetta
Mentre questi teorici del “nulla cosmico applicato al piatto” continuano a vivisezionare i nostri menu alla ricerca di tracce di maschilismo residuo, noi continueremo a goderci la nostra cucina. Il Made in Italy non è “nero”, non è “maschio” e non è “oppressore”. È semplicemente buono, è ricchezza ed è la nostra storia. Se poi qualcuno vede nel ragù un simbolo di prevaricazione, il consiglio è semplice: fatevi una camomilla.
Anzi, fatevi una Carbonara: è talmente buona che, per un attimo, potrebbe persino farvi tornare il contatto con la realtà. E se il vino vuole “comandare”, lasciatelo fare: nel bicchiere, l’unica cosa che conta è che sia di ottima annata.
Valerio Arenare
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