L’odio verso la comunità musulmana, di cui va cianciando la giornalista karima Moual, esiste, ma quel che Karima Moual non dice è che quell’odio trova una sua ragione non solo nell’ignoranza, ma anche nella dissimulazione e nell’ipocrisia. Vediamo punto per punto.
Quanto all’ignoranza, è vero che in Italia, e più generalmente in Europa, del mondo arabo-islamico nessuno sa nulla. Non sto a elencare le inesattezze teologiche del tipo «crediamo nello stesso Dio», o «il Corano è l’equivalente del Vangelo»; oppure quelle di tipo etnico-politico, come identificare gli arabi esclusivamente con l’islam, o, ancora, ritenere che l’Islam sia un blocco uniforme suddiviso in una maggioranza sunnita e una minoranza sci’ita – e che gli sci’iti siano l’equivalente dei nostri protestanti e più fanatici degli altri (ho sentito anche questo) – oppure che un partito islamico sia l’equivalente della nostra vecchia DC.
Quando, invece, vi è un consistente numero di arabi che non sono musulmani; gli sci’iti non sono i più fanatici, anzi il jihadismo è sunnita; un partito islamista sarebbe un partito confessionale a tutto tondo e spianerebbe la strada all’Islam più tetragono; l’islam non è un blocco uniforme ma spazia dall’integralismo più chiuso a un’accezione più aperta per cui capita che dei musulmani si rechino in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo per venerare San Pio da Pietralcina e tengano la statuetta della Madonna in casa: in pratica una sorta di sincretismo.
La Disinformazione
La colpa di questa pervasiva situazione da «dezinformacja» risiede sia nel disinteresse per un mondo che fino a ieri era considerato distante e di scarsa importanza, sia nella difficoltà di rapportarsi con esso a causa della profonda differenza della lingua, sia da un punto di vista lessicale e della costruzione del discorso, sia da un punto di vista della espressione dei concetti (essendo una lingua arcaica, certe espressioni sono di difficile assimilazione per le nostre lingue e viceversa).
Per quanto attiene alla dissimulazione e all’ipocrisia è altrettanto vero che già a partire dalla causa palestinese (quando la causa della Palestina si identificava con Fatah, ma che già stava avviandosi verso la islamizzazione), fino alla guerra civile algerina (1993-2000) e poi fino ai giorni nostri, il mondo arabo–islamico ha espresso il peggio di sé quanto a violenze, specie contro i «‘nzrani (nazareni) e i «mounafiqiin» (gli ipocriti / coloro i quali tradiscono l’Islam).
Tali episodi, di singoli o gruppi, non sono mai stati condannati apertis verbis dalle istituzioni islamiche. Ad esempio, il centro islamico per antonomasia, l’Università El Azhar del Cairo fonte di fatwe e di dettami giuridici e politici in linea con la Shari’a, non ne ha mai apertamente condannato uno, anzi, ha promosso l’idea che le violenze perpetuate dai singoli o da gruppi islamisti, specie a danno dei cristiani, siano state causate dai patimenti che colonialismo e crociate hanno inferto al mondo arabo islamico.
La Dissimulazione
Tale atteggiamento risponde a un auditum che sta nel DNA dell’accesso fondamentalista all’Islam, per cui l’Islam deve sempre aver ragione, anche quando sbaglia; all’uopo si è affermato il principio della «Takiya» o dissimulazione, secondo il quale i panni sporchi si devono lavare in casa propria e che sia lecito, se non mentire, almeno dissimulare al fine superiore di preservare la credibilità dell’Islam.
L’incompatibilità tra la nostra società e l’Islam risiede in una colpa reciproca: l’islam è una religione che non contempla la distinzione tra dimensione spirituale e dimensione temporale (una visione in cui è espunta la laicità), mentre noi, invece, abbiamo inquinato con il più arido laicismo la nostra società, nella quale la religione è stata quasi del tutto confinata nella sfera privata delle singole persone, ignorando o negando che la distinzione tra le dimensioni spirituale e temporale non è una netta e dilacerante separazione (quasi un conflitto tra realtà che si contraddicono), bensì l’armoniosa coesistenza di piani distinti che concorrono alla piena realizzazione dei medesimi soggetti: la singola persona e la comunità in cui questa è radicata.
Abbiamo il dovere di ricercare, laddove necessario e possibile, una soluzione al conflitto, ma prima ancora e inderogabilmente dobbiamo assumere che, stante l’attuale situazione, l’Islam è più saldo del cristianesimo e che, se non ci liberiamo del nefasto laicismo (e della fallace critica storica da esso generata) rischiamo di perdere il confronto con una civiltà che mira a realizzare il monopolio energetico e spirituale.
Corrado Corradi
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