Negli ultimi mesi la gestione dei rider da parte di Glovo e degli implacabili algoritmi che governano le consegne, è finita sotto la lente della magistratura italiana, ma il punto non è giudiziario a nostro avviso. È politico e strutturale.
È la fotografia di un modello economico che ha lasciato campo libero alla logica del massimo profitto e del minimo costo, sacrificando la stabilità sociale sull’altare di un mercato deregolamentato.
Per anni migliaia di rider hanno lavorato in condizioni di estrema precarietà, formalmente autonomi ma sostanzialmente dipendenti da un algoritmo che assegna consegne, stabilisce priorità, incide sui compensi e determina la possibilità stessa di lavorare. La maggioranza di questi lavoratori è composta da stranieri, spesso in condizioni di fragilità economica.
Non è un dettaglio secondario: è l’elemento che ha consentito al sistema di reggere. Dove c’è bisogno, il capitale spinge; dove c’è vulnerabilità, il costo del lavoro scende. L’intervento della magistratura è un passaggio importante, ma arriva tardi. Troppo tardi. Le condizioni materiali di sfruttamento erano evidenti da anni. Se oggi si interviene, è perché per lungo tempo si è accettato che il mercato delle piattaforme digitali potesse muoversi in una zona grigia, senza una cornice politica forte. La giustizia può reprimere le violazioni, ma non può sostituirsi alla politica nella costruzione di un ordine economico giusto.
La schiavitù moderna
Ed è qui che si impone una scelta di campo netta. Lo Stato non può limitarsi a fare l’arbitro distante di una competizione tra interessi privati. Deve essere legislatore sociale. Deve stabilire regole chiare sui salari minimi per impedire la concorrenza al ribasso, ma anche porre limiti agli eccessi retributivi quando questi generano sperequazioni insostenibili e distorsioni nel tessuto nazionale. La ricerca ossessiva del massimo guadagno e del minor costo, tanto cara a una parte del mondo imprenditoriale organizzato, ha prodotto fratture sociali profonde. Quando il divario cresce senza misura, la comunità si spezza.
Non si tratta di ostilità verso l’impresa in quanto tale. Si tratta di affermare un principio superiore: l’economia deve essere subordinata all’interesse della Nazione, non viceversa. Il vecchio laissez-faire ottocentesco, che affidava tutto all’autoregolazione del mercato, ha mostrato i suoi limiti già nella storia passata: esattamente come il liberismo occidentale mostra i suoi oggi. Uno Stato giusto e sovrano non abdica al proprio ruolo; orienta, disciplina, corregge. Non per soffocare l’iniziativa, ma per incanalarla verso il bene comune. In questo quadro, anche il ruolo dei sindacati merita una riflessione severa.
I sindacati dormono… Strano
Davanti alla trasformazione del lavoro e alla massiccia presenza di manodopera straniera, molte strutture sindacali sono apparse deboli, quando non del tutto assenti. Invece di presidiare il terreno della tutela salariale e contrattuale, si sono spesso concentrate su battaglie simboliche o si sono adattate ai desiderata del capitale globale, accettando la narrazione della flessibilità come inevitabile modernità.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una categoria frammentata, poco rappresentata e facilmente ricattabile. La giustizia sociale non è uno slogan, ma un principio ordinatore. Significa riconoscere che il lavoro non è merce; che la dignità non è variabile dipendente di un algoritmo; che la Patria si rafforza solo quando i suoi cittadini – e chi lavora stabilmente sul suo territorio – sono messi nelle condizioni di vivere con sicurezza e prospettiva.
Se il datore di lavoro è l’algoritmo
Uno Stato che stabilisce regole sui salari, che impedisce sia lo sfruttamento verso il basso sia le sproporzioni verso l’alto, non è uno Stato invadente: è uno Stato che tutela l’armonia sociale. Il caso dei rider, dunque, è il sintomo di un problema più ampio.
Come spesso mi succede, termino il lavoro con una domanda retorica: lasciare che siano le piattaforme e le logiche finanziarie a determinare il valore del lavoro, oppure riaffermare una visione organica della comunità nazionale, nella quale economia e tecnica sono strumenti, non padroni?
La scelta è politica. E riguarda il futuro stesso della coesione sociale e del benessere della Nazione.
Gianluca Mingardi
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