“Sono solo canzonette” cantava Bennato in anni in cui non si immaginava che, in un futuro non lontano, una canzonetta, orecchiabile, ma non eccezionale, avrebbe coraggiosamente fatto fuori, tre righe, ritornello e gestualità accattivanti, decenni di martellamento ideologico.
Se è vero che gli assassini di mogli e fidanzate parlano sovente di una vita ormai invivibile senza la donna che li ha lasciati, è altrettanto incontestabile che quello è il sentimento dell’innamorato ferito: “senza te non posso stare”.
È ciò che canta Sal da Vinci…”la vita che senza te non vale niente” … il senso di vuoto sta all’amore finito come l’esaltazione a quello nascente.
Che cantare quel vuoto, ammetterlo, esplicitarlo, “sdoganarlo” sia pericoloso perché menti deficitarie non sanno gestirlo è come dire che non si deve parlare di cibo a causa di chi, del cibo, abusa.
Il fastidio suscitato da Sal da Vinci è, però, di ben altra complessità: perché piace così tanto un cantante neomelodico che non teme “gli stereotipi più beceri”, si chiedono al Corriere della Sera e non solo?
Perché piace così tanto la canzoncina del patriarcato post-moderno che ha osato aprire le ante e togliere dalla naftalina persino l’abito “bianco sposa”, segno di oscurantismo, oppressione religiosa, repressione sessuale, ipocrisia?
Come si permette un uomo di promettere, anno Domini 2026, fedeltà, addirittura davanti a Dio… Dio, persino Dio!
Ma non era, questo invadente promotore di mentalità ristrette ed antiquate, chiuso nell’armadio assieme all’abito virgineo?
E come viene in mente, oggi, dopo le lotte per l’emancipazione, la libertà ed il libertinaggio, di sperare non solo nel giuramento, ma addirittura nella sua indissolubilità?
Che trogloditi sono coloro che vanno davanti all’altare a sposarsi sperando sia per sempre!
E proprio oggi ce lo viene a dire, maledetto Sal, oggi che i matrimoni civili hanno superato quelli religiosi?
Sal, in realtà, va oltre tutto ciò perché non si accontenta di vincere e vuole fare strike su tutta la linea.
La fa con una frasetta che è un pugno allo stomaco delle femministe e dei gruppi di autogestione, dei Corriere della Sera e delle Lilli Gruber nostrane e non.
Osa dire, udite, udite! “Il più bel giorno ti regalerò” … è lui, il maschio, l’uomo, a regalare, con il matrimonio, il giorno più atteso dalla donna!
Che botta! Che coraggio! Un pazzo!
E qui si scatena tutto l’inferno, dai piani superiori ai più infimi…come si permette, sto babbeo partenopeo, di dire che col matrimonio lui farebbe un regalo alla donna…se proprio deve essere…sarà vero il contrario…perbacco!
La verità è che il babbeo, babbeo non è e la sua canzone coglie con grande onestà, con finezza psicologica e disattendendo tutte le aspettative post, para e transfemministe, l’abissale diversità delle menti femminili e maschili: la donna cerca la stabilità, vuole il matrimonio, è rassicurata dall’“anello al dito” … il maschio no o più raramente, lo vive, spesso, con difficoltà, come assunzione di responsabilità delle quali farebbe ben a meno!
Per la donna sposarsi è esser finalmente rassicurata circa la stabilità emotiva, finanziaria, economica senza le quali il futuro suo e dei suoi figli è incerto, imprevedibile, probabilmente periglioso.
È un carattere evolutivo chiarissimo: la biologia non ha fatto mai passi in avanti né ha mai aderito alle campagne di liberazione della donna.
È lei a portare avanti la gravidanza, lei a partorire, lei ad allattare, lei ad essere muscolarmente inferiore, lei, dunque, ad avere assoluta necessità, per la sopravvivenza fisica, di un uomo presente che le si dedichi totalmente.
Nell’inferno del mondo primitivo cioè quello nel quale si sono formati i nostri cervelli e le nostre attitudini, ma ancora oggi in molte parti del mondo, il maschio – svenite pure congeneri liberate, di sinistra e woke! – non aveva alcuna necessità della donna per sopravvivere…zero…anzi, la donna era un peso perché, incapace di difendersi, doveva essere difesa; la donna, invece ,aveva bisogno di lui, bisogno urgente e costante; se la caverna, la palafitta, la capanna era importante per il maschio, per la donna e la sua prole era essenziale così come lo era la carne proveniente dalla caccia.
Credete davvero che tutto ciò non sia impresso a fuoco nei nostri geni?
Lo è! Uh se lo è! Facciamocene una ragione!
Noi siamo questo, non siamo altro, da sempre…noi siamo ACCUSI’…PE’ SEMPRE!
Irma Trombetta
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