Quando un uomo come Joe Kent getta la spugna, non stiamo parlando di un dissidente qualsiasi. Stiamo parlando di un ex Berretto Verde, ex agente CIA, ex candidato repubblicano anti-establishment e, fino a poche ore fa, capo dell’Antiterrorismo statunitense. La sua frase è lapidaria e definitiva: «Non posso sostenere la guerra in Iran».
Non parliamo di un pacifista da salotto o d’un progressista. È un militare che ha passato la vita a difendere gli interessi americani sul campo e che oggi, di fronte all’escalation contro Teheran, dice pubblicamente basta. Questo non è un cambio di poltrona. È una crepa profonda nel muro di cemento armato che ha sempre tenuto insieme l’Impero americano.
Kent rappresenta l’anima più “pura” dell’America First: quella che voleva colpire duro ma solo dove serviva davvero (Cina in primis), quella che rifiutava le guerre infinite e il nation-building. Oggi quella stessa ala si spacca in diretta mondiale sulla guerra contro l’Iran. E lo fa nel momento peggiore: mentre i missili iraniani continuano a cadere, mentre le monarchie del Golfo bruciano, mentre il petrolio vola e l’economia americana comincia a sentire il contraccolpo.
Le dimissioni che fanno storia
Non è la prima volta che l’America vede i suoi migliori discepoli ribellarsi dall’interno.
Nel 2008 l’Ammiraglio William J. Fallon, comandante del CENTCOM, fu costretto a dimettersi perché si opponeva fermamente all’attacco preventivo contro l’Iran voluto dalla coppia Cheney e Bush. Disse chiaramente che quella guerra sarebbe stata un disastro strategico. Venne silurato.
Nel 2009 il Tenente Colonnello Matthew Hoh, alto funzionario del Dipartimento di Stato in Afghanistan, rassegnò le dimissioni con una lettera aperta al Presidente Obama: «Questa guerra è senza senso e senza fine». Fu il primo alto funzionario civile a farlo pubblicamente.
Oggi Joe Kent segue la stessa strada, ma in un contesto ancora più drammatico. Perché questa volta non si tratta solo di una guerra sbagliata. Si tratta della guerra che rischia di far saltare l’intero sistema unipolare. E lo fa mentre l’Iran sta dimostrando sul campo ciò che molti analisti avevano previsto da anni: che una potenza media, armata in modo asimmetrico, può mettere in difficoltà la macchina militare più costosa della storia.
Il MAGA in fiamme
Ma il vero terremoto non è solo a livello militare. È dentro il MAGA stesso.
La base populista e antinterventista – quella di Tucker Carlson, di Candace Owens, di Marjorie Taylor Greene, di una parte crescente di rappresentanti repubblicani – sta esplodendo. I sondaggi interni mostrano che oltre il 45% degli elettori trumpiani considera questa guerra un errore strategico. Sui social e nei raduni MAGA si moltiplicano gli slogan “No More Wars” e “America First, not Israel First”.
Trump stesso è in una posizione scomoda: da un lato deve gestire l’ala sionista del suo partito (che ancora conta molto), dall’altro rischia di perdere il consenso della base che lo ha portato alla vittoria proprio promettendo di chiudere le guerre infinite. Vance è cauto, alcuni senatori repubblicani cominciano a fare marcia indietro. Il movimento che doveva essere monolitico si sta fratturando proprio sul fronte più delicato: la politica estera.
Questa non è una semplice divergenza di opinioni. È la dimostrazione che il consenso artificiale costruito attorno all’asse Washington-Tel Aviv sta iniziando a cedere sotto il peso della realtà.
L’Impero perde coesione
L’uscita di Joe Kent è il segnale che l’Impero sta perdendo non solo sul campo di battaglia, ma anche dentro le sue stesse istituzioni. Quando i militari più esperti, i falchi di ieri, i soldati che hanno versato sangue per la bandiera americana dicono “basta”, significa che il sistema ha esaurito gli argomenti.
L’Iran non ha vinto militarmente (non ancora), ma sta vincendo politicamente: ha trasformato un’aggressione illegale in un fattore di unità nazionale, ha dimostrato che la guerra asimmetrica può funzionare contro una superpotenza, ha costretto Washington a razionare le proprie risorse e ora sta facendo emergere le contraddizioni interne all’America stessa.
Il multipolarismo non è una teoria da salotto tv. È una realtà che avanza giorno dopo giorno, alimentata anche dalle dimissioni di chi, fino a ieri, era parte integrante della macchina da guerra unipolare.
Non possiamo sapere quali siano i reali motivi per cui Joe Kent abbia scelto di non essere più complice di una guerra che non serve più nemmeno agli interessi americani. Ma il suo gesto, per chi ancora crede nell’egemonia eterna dell’asse Washington – Tel Aviv, è un problema molto più grave di cento missili ipersonici. L’Impero sta sanguinando. E la spina nel fianco iraniana è sempre più profonda.
Sergio Saraceni
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