Le conseguenze della guerra all’Iran si stanno materializzando soprattutto nel campo che all’Occidente sembra stare più a cuore, quello economico. Lo strabismo di questa parte del mondo verso le violazioni del diritto internazionale e delle catastrofi umanitarie, ormai, è un fatto conclamato con cui ci siamo abituati a convivere. Al massimo possiamo assistere a timide affermazioni, come quella della rappresentante della politica estera UE, Kaja Kallas al Consiglio europeo a Bruxelles, con cui l’attacco israelo- statunitense all’Iran veniva definito «senza base di diritto internazionale». Poco più che un rimbrotto, appena un misero tentativo di salvare la faccia, mentre veniva deliberato il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia. Nemmeno ipotizzabili analoghe misure contro Washington e Tel Aviv.
Ma siccome il conto di questa disastrosa guerra lo stiamo pagando anche noi europei, con i prezzi del petrolio e del gas alle stelle, ecco che, finalmente, qualcosa sembra iniziare a muoversi. Non certo nella direzione di indurre gli aggressori (a proposito, la retorica aggressore-aggredito dov’è finita???) a sospendere le ostilità. No. Semplicemente quattro paesi UE (Germania, Francia, Italia, Olanda), a cui si sono aggiunti Gran Bretagna, Giappone e Canada, hanno dichiarato di essere “pronti a contribuire agli sforzi necessari per garantire la sicurezza del passaggio nello stretto di Hormuz”.
Quando il portafoglio chiama
Insomma, passi se un paese viene bombardato illegalmente, ma quando è il portafoglio a chiamare, non si può non rispondere. Emmanuel Macron, che solitamente ama farneticare di “diritto alla blasfemia”, questa volta ha trovato comodo fare leva sulla religione, affermando: “Noi difendiamo l’idea di una moratoria sulle infrastrutture civili e sui civili in questo conflitto, nonché di una rapida de-escalation. La regione entra in un periodo di festività religiose, penso che tutti dovrebbero calmarsi e che i combattimenti dovrebbero cessare almeno per qualche giorno per cercare di dare una nuova possibilità ai negoziati”.
Vedremo quali saranno i frutti di questa pavida iniziativa da parte di chi non si è mai sognato di sanzionare in alcuna forma lo Stato ebraico, vero promotore di questa e di tante altre guerre. Eppure condannare Israele non è impossibile, e la dimostrazione viene dal mondo del calcio. Ci sono voluti ben due anni, ma la FIFA (la Federazione Internazionale del calcio), su richiesta palestinese, ha sanzionato la federazione israeliana (IFA) con una multa di 165.000 euro per “gravi e ripetute violazioni” dei suoi obblighi di lotta alla discriminazione.
In particolare, soprattutto la tifoseria del Betair Gerusalemme si sarebbe distinta per insulti razzisti contro i giocatori arabi, senza subire adeguate penalizzazioni. Non è stata invece accolta la richiesta palestinese di sospensione dell’IFA. Si tratta comunque di un piccolo segnale, che infrange il muro di intoccabilità e di doppiopesismo che da sempre blinda Israele. Un punto di partenza che le diplomazie occidentali, a cominciare da quella italiana, dovrebbero finalmente considerare.
Raffaele Amato
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