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Hilaire Belloc e la profezia del ritorno alla Fede
Tra i grandi del pensiero tradizionale è imprescindibile la figura di Joseph Hilaire Pierre René Belloc, scrittore, politico, storico e poeta francese naturalizzato britannico (1870-1953). Egli fu anche promotore della teoria economica del distributismo, che contribuì a sviluppare insieme all’amico G.K. Chesterton, con il quale instaurò un profondo legame intellettuale e personale, noto come “Chesterbelloc”, che divenne simbolo di un pensiero cattolico affinato e originale, quanto sempre attuale.
In un comizio a South Salford nel 1906 si presentò: «Signori, sono cattolico. Per quanto possibile, vado a Messa ogni giorno. Questo [estrae un rosario dalla tasca] è un rosario. Per quanto possibile, mi inginocchio e recito queste corone ogni giorno. Se mi rifiutate per la mia religione, ringrazierò Dio che mi ha risparmiato l’umiliazione di essere il vostro rappresentante». «L’Europa tornerà alla Fede o perirà. Perché la Fede è l’Europa e l’Europa è la Fede». Così Belloc espresse il suo programma politico nel testo “L’Europa e la fede” (1920) che potrebbe essere preso come testo fondamentale per una metapolitica cattolica europea, fondata sulla sua identità storica.
La coscienza cattolica come sguardo interno all’Europa
C’è una coscienza cattolica, non un punto di vista cattolico sulla storia, sostiene Belloc. “Questo indugiarsi su “punti di vista” è una cosa moderna e perciò segno e manifestazione di decadenza”. “Non c’è un “punto di vista” cattolico sulla storia europea. Può esserci un punto di vista protestante come ve n’è uno ebraico, o mussulmano, o giapponese: perché tutti questi considerano l’Europa dal di fuori. Il cattolico invece guarda l’Europa dall’interno”. Dunque, “la Fede è l’Europa e l’Europa la Fede”: solo la coscienza cattolica può capirlo perché la storia del cristianesimo è la storia dell’Europa. “La Chiesa è l’Europa e l’Europa è la Chiesa”.
Questa coscienza cattolica della storia non comincia solo con lo sviluppo della Chiesa nel bacino del Mediterraneo: essa risale molto più indietro di questa epoca. Perché la Chiesa ha coscienza del terreno in cui la pianta della Fede gettò i suoi germogli. In un modo che non è di nessun’altra persona, la Chiesa comprende lo sforzo militare di Roma, la ragione per cui questo cozzò contro il grande impero mercantile di Cartagine; quanta luce noi assorbimmo dal faro ateniese; quali alimenti trovammo tra gli irlandesi, gli inglesi, le tribù galliche, e quale senso oscuro ma potente dell’immortalità; quale parentela possiamo rivendicare con il rituale delle religioni pagane, false ma profonde. Non gli sfugge neppure come l’antico Israele fosse, almeno nell’antica alleanza, centrale e, nel significato cattolico della parola, sacro, votato cioè a una missione particolare.
La Chiesa come custode e salvatrice della romanità
Per il cattolico, tutto prende nel quadro il suo giusto rilievo: il quadro ha la sua prospettiva naturale: nulla la falsa o la turba. La nostra grande storia vi si svolge con facilità, naturalezza, compiutezza: è dunque definitiva. La fede cattolica si estese all’intero mondo romano, non perché gli Ebrei vi si fossero diffusi così largamente, ma perché l’intelletto dell’antichità, e specialmente l’intelletto romano, l’accettò nella sua maturità. La decadenza materiale dell’Impero non è né correlativa, né parallela al crescere della Chiesa cattolica: ne è la contro parte.
Ci è stato detto: “Il cristianesimo (una parola, va detto di sfuggita, del tutto antistorica) s’insinuò a Roma al suo tramonto e ne precipitò il processo di dissoluzione”. Questa è storia di bassa lega: accettiamo questa frase, ma così modificata: “La Fede fu accolta da Roma nella sua maturità: ma anziché causarne la decadenza, salvò e conservò quello che di essa poteva essere conservato”. Non ricevemmo nessun rafforzamento dall’apporto di sangue barbarico; ma, al contrario, la civiltà attraversò un serio pericolo nella sua età antica per le leggere infiltrazioni di sangue barbarico, per lo più servile; e se la civiltà così attaccata non si dissolvette per sempre, lo dobbiamo alla fede cattolica.
Dalle invasioni barbariche alla rinascita medievale
Nel periodo immediatamente successivo – l’età barbarica – il cattolico vede l’Europa reggere ad attacchi sferrati da ogni parte, dai Musulmani, dagli Unni, dagli Scandinavi o Normanni; e rileva che tali attacchi furono così furiosi che ogni altra istituzione non di origine divina, avrebbe ceduto. I Musulmani giunsero a tre giorni di cammino da Tours, i Mongoli furono visti dai bastioni di Tournus sulla Saone, diretti in Francia. I selvaggi Scandinavi si riversarono alle foci e su per i diversi fiumi della Gallia e quasi sommersero l’intera isola britannica. Dell’Europa non rimase più che un nucleo. Tuttavia, l’Europa sopravviveva.
Nella rinascita che seguì quest’era oscura – nel medioevo propriamente detto – il cattolico riconosce non ipotesi, ma documenti e fatti; vede risorgere parlamenti non da un’immaginaria radice “teutonica”, che è una finzione tutta accademica, ma in seno ai grandi, vivi e reali ordini religiosi della Spagna, della Britannia, della Gallia, e solo dentro gli antichi confini della cristianità. Vede, spontanea e autoctona, l’architettura gotica slanciarsi al cielo, nel territorio di Parigi anzitutto, e da qui diffondersi tutto intorno in un cerchio che tocca le alture scozzesi e il Reno. Vede scaturire le nuove Università dalla ridesta anima d’Europa; vede la meravigliosa nuova civiltà medievale sorgere come una trasformazione dell’antica società romana; trasformazione tutta attuata dal di dentro, nel suo intimo, e promossa dalla Fede.
La frattura della Riforma e l’isolamento dell’anima
I torbidi, i terrori religiosi, le follie del XV secolo sono per lui le malattie di un corpo – dell’organica Europa – che necessita di medicine. Questi rimedi si fecero attendere troppo e sopravvenne la disgregazione del corpo dell’Europa operato dalla riforma. Questa disgregazione avrebbe dovuto essere la sua morte. Ma, poiché la Chiesa non è soggetta alla legge dei mortali, non esiste neppure per essa la morte. “Tra le nazioni che si staccarono dalla religione e dalla tradizione, nessuna – egli lo vede bene – all’infuori dell’inglese, apparteneva all’antico ceppo romano. Il cattolico, leggendo la sua storia, tiene fisso il suo sguardo in questa lotta sull’Inghilterra, trascurando gli effetti che essa ha prodotto sulle appendici dell’Europa in Olanda, nella Germania del nord, e altrove, poiché è ansiosa di vedere se anche la Britannia tradisce la civiltà nell’ora della sua prova”, scrisse Belloc con lucidità e realismo tomista.
In generale, la storia dell’Europa e quella dell’Inghilterra si svolgono con logica continuità davanti allo sguardo del lettore cattolico; egli non sente il bisogno di questa successione di teorie, tra loro contraddicentesi e spesso esposte per puro amore di novità, che confondono e imbrogliano le ricostruzioni moderne del passato. Soprattutto egli non commette il fondamentale errore storico di “leggere la storia all’inverso”: non concepisce, cioè, il passato come un’avanzata a tastoni verso la nostra perfezione attuale. Possiede, nella sua natura, la natura di questo processo storico: sente nelle sue cadute e nelle sue rinascite il ritmo della sua stessa vita. L’Europa è carne della sua carne: può quindi conversare con il I secolo come con il XV; reliquie e oracoli non sono per lui stranezze; e se è il vincitore, è anche l’erede degli dèi.
Il declino moderno e la speranza nelle minoranze di valore
Il grande effetto della Riforma fu l’isolamento dell’anima. Questo fu il suo frutto: di qui procedettero tutte le sue conseguenze: non soltanto quelle evidentemente dannose che misero in pericolo tutte le nostre tradizioni e la nostra felicità, ma anche quelle apparentemente vantaggiose, specie di ordine materiale. Il movimento non può essere apprezzato nella sua efficacia se ci fermiamo a una data particolare chiamando tale data il momento della catastrofe. Ci fu infatti un lungo intervallo di confusione e di incertezza e solo alla conclusione di questa crisi poté essere chiaramente individuata l’Europa moderna con le sue nuove divisioni e i suoi nuovi destini.
La rottura con l’autorità era iniziata proprio coi primi anni del XVI secolo: ma la nuova era non comincia che con la metà del XVII secolo. Il dilagare senza limiti dello scetticismo condusse a dubitare non solo di ogni istituzione umana, ma anche di ogni forma di conoscenza. Se uno potesse riguardare a questi tre secoli da una grande distanza, vi scorgerebbe la crescita straordinaria della conoscenza e della ricchezza, e dall’altra dell’infelicità. L’Europa non minaccia forse di soccombere per le sue ferite interne? Davanti a questa questione si impone la sola formula di vita: “L’Europa deve tornare alla Fede, oppure fatalmente si dissolverà”. I leader post-moderni non vogliono riconoscere la radice classico-cristiana perché esiste solo la logica del profitto. Tuttavia, si scorgono gruppi di formazione tradizionale, minoranze di valore che, quali comunità di destino, sanno leggere il presente ed avere una visione per il futuro. Da esse possono nascere i veri cambiamenti, perché non sono le masse, ma pochi a mutare il mondo.
Matteo Castagna
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