Questa rubrica ha un titolo e, giunti alla terza puntata, è ben spiegare il senso di questa scelta.
“Ignota 86” è un’espressione coniata durante il processo che ha visto soccombere Gilberto Cavallini, quando, suscitando enorme (ma, purtroppo, anche effimero) clamore di stampa, i periti del tribunale di Bologna scoprirono e comunicarono che i resti attribuiti a Maria Fresu, prelevati dalla sua tomba, non appartenevano quella donna misteriosamente scomparsa alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980.
Sorprendentemente, in questo modo, trovava conferma scientifica – una conferma insuperabile, in un Paese normale – l’ipotesi che qualcuno avesse fatto sparire il corpo della ragazza sarda e che, nell’attentato, fosse stata uccisa anche un’altra donna, la cui identità è a tutt’oggi misteriosa.
Una vittima, “Ignota 86”, la quale, al momento dell’esplosione, era vicinissima alla bomba, altrimenti non si spiegherebbe lo “scollamento” del suo viso dal cranio. A spiegare questo macabro e curioso fenomeno, è stato un altro prestigioso perito del tribunale, Danilo Coppe. Quel viso fu recuperato da un vigile del fuoco sotto il treno fermo al primo binario e trasportato all’Ospedale Maggiore, in un primo momento, e, poi, venne portato all’Istituto di Medicina legale, dove si tentò anche di farlo sparire.
Si tratta di quel reperto, definito “maschera facciale”, che i nostri lettori possono vedere nella copertina. Un volto quasi intero, manca solo l”area dell’occhio destro. Una mutilazione che, comparata con le foto delle altre donne vittime della strage, rivela come non appartenesse al corpo di nessuna di loro. Tanto è vero che fu attribuito a quello della donna di cui non si era trovata più alcuna traccia. Insomma, una vittima diversa dalle 84 di cui furono recuperate le salme e che il test del Dna ha stabilito inequivocabilmente non essere Maria Fresu.
Dunque, chi potrà mai essere stata, questa donna, 86esima vittima dell’esplosione di una bomba che si trovava al suo fianco e di cui nessuno, né in Italia né all’estero, ha mai rivendicato la scomparsa?
Il test del Dna non ha solo stabilito che quel resto umano non è parte di Maria Fresu. Ha anche dato indicazioni sulla provenienza geografica della persona sconosciuta morta a Bologna. Un’indicazione che rimanda con forte probabilità ad una delle altrettanto misteriose donne che, nella notte a cavallo tra 1 e 2 agosto, dormirono negli hotel davanti alla stazione ferroviaria, dove si erano registrate, presentando passaporti falsi, soggiornando in compagnia di noti eversori di sinistra.
Migliaia di pagine sono state scritte nelle oltre 10 sentenze che hanno imposto la verità giudiziaria sulla Strage di Bologna, quella che attribuisce ai Nar la responsabilità dell’attentato. E tante ancora se ne potranno scrivere, ma, fino a quando non si scoprirà – anche se sarebbe più giusto scrivere: fino a quando non si smetterà di non voler indagare – chi era “Ignota 86” e perché fu fatto sparire il corpo di Maria Fresu, nessuna Verità con la maiuscola sarà stata acclarata, per l’atto terroristico più devastante dell’intera storia repubblicana.
“Ignota 86” è e resterà, fino al disvelamento di questo mistero, la traccia dell’unico, gigantesco depistaggio delle indagini sulla Strage di Bologna. Quello compiuto dai “servizi segreti” che, immediatamente dopo l’esplosione, fecero sparire il corpo di Maria Fresu, il cui volto, come sanno coloro che hanno seguito la vicenda, era somigliante e non poco alla donna di cui è stata trovata la “maschera facciale”. E fecero sparire il corpo della Fresu perché le “barbe finte” lo confusero con quello della donna morta vicinissima alla bomba, cioè, dell’attentatrice.
Giorni dopo, dovendo rispondere alla famiglia della Fresu, in disperata ricerca dei resti di Maria, e non riuscendo a far sparire la maschera facciale – grazie all’onestà e alla tenacia di una giovanissima medico della Medicina legale -, il cerchio fu “quadrato” letteralmente “tombando” quel resto umano nella bara della ragazza sarda. In questo modo, non potendo certo immaginare i miracolosi progressi della scienza nel decennio successivo, qualcuno pensò di aver risolto due problemi, in un colpo solo: dare una risposta alla sparizione della Fresu, da una parte, e cancellare la prova dell’esistenza di una 68esima vittima.
Al resto, poi, ci avrebbero pensato i magistrati, come si è visto.
Massimiliano Mazzanti
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