Le truppe regolari anglo-americane combatterono in Italia per 22 mesi e vinsero contro i tedeschi che avevano occupato il Paese, dopo la destituzione di Mussolini, e contro gli italiani che, anch’essi come militi mantennero la camicia nera, in continuità ideale col Fascismo e fedeltà al Duce.
Ad aprile 1945, a poco meno di un mese dalla fine del conflitto, le stime della Resistenza parlano di 200.000 partigiani, mentre le forze Alleate erano di circa 1.300.000.
Innegabile che vi fu anche una guerra civile tra italiani all’interno della II Guerra Mondiale. Ma il dato storicamente certo è che gli Alleati sconfissero l’Asse. Altrettanto certo è che l’apporto della cosiddetta Resistenza partigiana fu marginale e non determinante. In poche parole, le truppe USA avrebbero vinto la guerra comunque. È una forzatura irreale e faziosa ritenere che gli antifascisti italiani abbiano liberato la Nazione.
Per quanto le azioni di guerriglia, di rappresaglia e di ausilio all’esercito Alleato furono spesso aiuti concreti nella lotta, secondo gli storici, in particolare Norman Kogan sulla rivista Pagina uno, “gli americani consideravano i partigiani alla stregua di mercenari o bande armate irregolari con scarse qualità militari”.
Esisteva un forte sospetto verso le componenti comuniste e di sinistra della Resistenza, viste come una minaccia per il futuro assetto conservatore dell’Italia post-fascista. I partigiani erano talvolta ritenuti inaffidabili e poco organizzati, buoni solo per operazioni di disturbo o spionaggio nelle retrovie, piuttosto che per battaglie campali, secondo quanto riportato negli archivi.
Tuttavia, è importante notare che l’atteggiamento americano non fu uniforme, poiché l’OSS (Office of Strategic Services) statunitense finanziò e collaborò con diverse formazioni partigiane, che, altrimenti, difficilmente avrebbero potuto combattere.
L’International Churchill Society Italia ha scritto in grassetto sul suo sito: “In questa giornata di festa per la nostra nazione, ci sentiamo in dovere di dare il nostro piccolo contributo nel ristabilire una verità storica per troppo tempo taciuta dai più, e troppo poco celebrata dalle istituzioni.
Si tratta del fondamentale, indispensabile contributo delle forze anglo-americane nella liberazione del nostro Paese dal nazifascismo, e del ruolo in realtà marginale della Resistenza, alla quale invece è stato cucito addosso il merito di unico liberatore della nazione”.
Il sito continua: “Si dice che Winston Churchill commentò la rivisitazione storica in una sua battuta dal tipico umore pungente: “gli italiani… 45 milioni di fascisti un giorno, 45 milioni di antifascisti quello seguente. 90 milioni che non mi pare fossero presenti nell’ultimo censimento.”
Vera o no tale affermazione, sicuramente rappresenta il sentimento di tanti che hanno a cuore la verità storica”.
Una verità fatta di numeri: come ha ricordato Marcello Veneziani nel suo articolo su La Verità del 25 aprile 2021: “Chi liberò veramente l’Italia” nei 22 mesi della campagna d’Italia, gli americani persero ben 200.000 uomini tra morti, dispersi e feriti. Le forze messe a disposizione da Churchill ne persero circa 45.000, con oltre 100.000 feriti, tra britannici e appartenenti al Commonwealth.
I partigiani caduti, secondo l’Anpi, furono 6.882.
“Il paragone – prosegue l’International Churchill Society – non vuole essere irrispettoso, ogni vita ha un valore inestimabile. Eppure, una nazione che non è in grado di riconoscere degnamente il sacrificio di 350.000 esseri umani che hanno dato la loro vita per una causa nobile come la libertà – libertà che ci apprestiamo oggi a festeggiare – dimostra di non essere ancora scesa a patti con il proprio passato”.
Effettivamente, è ciò che scrivo nel mio ultimo libro “All’estrema destra del Padre” (ed. Solfanelli, 2025, pag. 158, eu. 12,00) al capitolo n. 18, intitolato “Perché non me la sento di dichiararmi antifascista” ed in altri passaggi ove, a mio avviso, il grande problema, che a distanza di 81 anni tiene ancora viva certa narrativa d’odio politico, ampiamente anacronistica e disumana, che legittima la violenza di piazza e gli impulsi terroristici, sta proprio nell’innegabile dato di fatto, per cui la Sinistra italiana non ha ancora fatto i conti con la sua storia.
Continua, ogni anno, con la retorica di un passato distorto, strappando o dimenticando pagine e pagine di accadimenti, soprattutto post-1945, che il Prof. Lodovico Ellena definisce “sconcertanti”, per “brutalità sul fondo del barile resistenziale”. E non si riferisce al genocidio delle foibe.
Sempre il sito già citato ritiene che “oltre il dato numerico, che dimostra come sia fondamentalmente immorale celebrare la Liberazione, omettendo il vitale contributo degli Alleati, un dato cruciale quasi mai citato è la totale inadeguatezza dell’equipaggiamento a disposizione dei partigiani, che mai sarebbero riusciti a contrastare la devastante superiorità del nemico se non fosse stato per i poderosi mezzi e armamenti degli Alleati che ne spianavano la strada. Con le forze nazifasciste già in fuga, gli Alleati spesso permettevano alle sparute forze partigiane di entrare in città per poterne dichiarare la liberazione, consentendo alla popolazione di riconquistare un minimo senso di dignità nazionale” (articolo “Churchill, la Liberazione e la moltiplicazione dei partigiani”).
Perché il 25 aprile pare essere divenuto ricorrenza più importante, oggi, che allora? Perché l’ANPI e molte sigle della sinistra vorrebbero che ogni altro evento concomitante fosse rimandato, per dare importanza solo a questo giorno?
Perché gli eredi politici di Togliatti (quindi, di Stalin!) festeggiano il loro Natale in primavera, con religioso ossequio, nella convinzione della becera bugia secondo cui furono i partigiani rossi a vincere la guerra ed a sconfiggere il nazi-fascismo.
E pretendono che tutti si inchinino di fronte all’ “eroismo” di un falso storico, che le prime comunioni non si celebrino, che San Marco venga dimenticato, in nome dell’antifascismo impettito, vestito a festa, che si appropria della liberazione fatta da altri!
Hanno un paraocchi ideologico così marcato che non vedono quanto effetto contrario produca l’insistenza e la prevaricazione su questo argomento. Tanto da essere intesa da molti come una festa di parte. Il 58% degli italiani approfitta della festività per trascorrere la giornata fuori casa o in viaggio, dimostrando disinteresse per gli eventi ufficiali.
Alcune indagini indicano che fino al 60% dei giovani fatica a spiegare esattamente cosa si festeggi, riducendo spesso la data a un semplice “giorno di vacanza” o “ponte” scolastico. Un sondaggio del 2025 ha rilevato che quasi la metà dei giovani intervistati vedrebbe con favore un “leader forte”, che decida senza il controllo del Parlamento, a dimostrazione di quanto già scritto.
La distanza tra il Paese reale e quello immaginario è, per una buona parte della sinistra italiana, simile a quella che c’è tra l’attualità politica ed il fascismo che non c’è. Questo cortocircuito impedisce la serenità e l’obiettività a favore della propaganda e del “fascismo lucrativo” di tutti coloro che hanno un tornaconto economico o d’immagine nel mantenere Benito Mussolini perennemente al governo, tra leggi razziali e olio di ricino agli omosessuali.
Purtroppo, non è il virtuale dello smartphone, ma la consuetudine di una fetta di docenti, giornalisti, intellettuali, politici, sindacalisti, militanti completamente alienati e ingabbiati in schemi preconcettuali di un passato finito, che viene patologicamente rinnovato, come se Ignazio La Russa fosse Achille Starace ed il ministro Giuli fosse un novello Giovanni Gentile.
È questo, credo, uno degli elementi che ha indotto lo psichiatra Roberto Giacomelli a scrivere “Psicopatologia del Radical Chic – narcisismo, livore e superiorità morale nella sinistra progressista”.
Nella quarta di copertina si legge, infatti: “Attingendo alla storia, all’analisi politica e alla psicologia, l’autore giunge ad una conclusione impietosa: arroganza, isteria, dissimulazione, inganno e manipolazione – senza dubbio – sono i loro tratti distintivi. Si tratta di masochisti che amano sottomettersi a carnefici immaginari, nevrotici in preda ai sensi di colpa per i loro immeritati privilegi, odiatori seriali che invidiano e denigrano le vite altrui, menti deboli che proiettano sul prossimo le proprie paranoie, i propri disagi e le proprie paure”. Forse ciò che Giacomelli vede oggi sono gli unici fattori che non sono mai cambiati.
di Matteo Castagna

Il saggio “Le pagine ritrovate della Resistenza” di Lodovico Ellena, pubblicato nel 2007 da Edizioni Tabula Fati, è il seguito ideale de “Le pagine strappate della Resistenza” e si focalizza sull’indagine di episodi oscuri o deliberatamente nascosti legati al movimento partigiano.
Il volume è un testo breve di circa 96 pagine che si inserisce nel filone della saggistica revisionista volto a de-mitizzare alcuni aspetti della guerra civile italiana.
Punti chiave del libro:
- Controstoria della Resistenza: L’autore si propone di far emergere azioni “meno nobili” compiute da alcune fazioni partigiane, sostenendo che la storiografia ufficiale abbia spesso raccontato solo una parte della verità per proteggere un mito intoccabile.
- Focus Geografico: Come il volume precedente, il libro dedica particolare attenzione al territorio tra il vercellese e il biellese, pur estendendo l’analisi a diverse province e regioni d’Italia.
- Crimini e Giustizia Negata: Ellena documenta fatti di cronaca dell’epoca caratterizzati da brutalità, violenze e uccisioni, sostenendo che queste vicende siano state “sigillate” in sepolcri dimenticati per decenni, negando giustizia alle vittime e alle loro famiglie.
- Obiettivo Storiografico: L’opera non intende sminuire il valore della lotta di liberazione nel suo complesso, ma rivendica la necessità di un’onestà intellettuale per completare la ricostruzione storica, affrontando anche le pagine più tragiche e imbarazzanti.







































































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