Mentre le piazze si riempiono del consueto feticismo ideologico per un 25 aprile che somiglia sempre più a un rito di esorcismo collettivo, la vera occupazione non avviene più con i carri armati, ma attraverso i dizionari. Se un tempo l’Accademia della Crusca e la Treccani erano i bastioni della lingua e della sapienza nazionale, oggi sembrano essersi trasformate in solerti uffici marketing del pensiero unico “antifascista”, impegnate in una frenetica corsa alla verginità politica che puzza di sudditanza lontano un miglio.
L’ultimo bersaglio di questa operazione di chirurgia semantica è il termine Remigrazione. Per i parrucconi del politicamente corretto, questa parola non può essere trattata con la neutralità scientifica che il loro blasone imporrebbe, ma deve essere immediatamente bollata come un “contaminante” ideologico. Manca, nell’apporto di questi enti, una lettura minimamente equilibrata dei testi di Martin Sellner o della proposta di legge popolare per la Remigrazione e la Riconquista. Si preferisce la caricatura al confronto, ignorando deliberatamente che persino nazioni come il Senegal spingono per il rientro delle proprie diaspore per ricostruire il tessuto nazionale. Ma si sa: se lo fa uno Stato africano è “sviluppo”, se lo propone un europeo è “estremismo”.
Succubi della sinistra?
Questa bassa qualità dell’analisi scientifica tradisce un timore reverenziale verso le teorie della sinistra globalista. Avendo attraversato la storia italiana — anche durante il Ventennio — Crusca e Treccani sembrano oggi voler espiare i “peccati” del passato offrendo sponda agli immigrazionisti più spinti. È il paradosso di istituzioni che, nate per difendere la nostra identità, finiscono per fare da palo a chi quell’identità vuole diluirla in un magma indistinto. Forse sperano che, regalandoci definizioni monche e faziose, la storia perdonerà loro la vecchia adesione ai regimi; ma la verità è che si stanno consegnando a un nuovo padrone, altrettanto autoritario nel pretendere che le parole dicano solo ciò che piace al potere.
Festeggiamo dunque questa “Liberazione” mentre le nostre città vedono strade occupate da presenze allogene troppo spesso protagoniste delle cronache nere. Una festa che sa di beffa, dove chi dovrebbe vigilare sulla precisione dei concetti preferisce truccare le carte, nascondendo dietro una patina di modernità il rifiuto di guardare in faccia la realtà: che un popolo ha il diritto di definire il proprio spazio, la propria lingua e, se necessario, il diritto al ritorno di chi non ha alcuna intenzione di integrarsi. Se la Crusca ha deciso di setacciare solo ciò che è gradito al mondo progressista, allora è tempo di dire che quella che ci vendono come cultura è solo l’ennesima forma di censura travestita da vocabolario.
Redazione
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