Tra le favole di Esopo, poche possiedono la stessa forza tagliente e la stessa capacità di attraversare i secoli come quella de “La cicala e la formica”. Narrata per la prima volta nell’antica Grecia, ripresa e resa immortale da Jean de La Fontaine nel XVII secolo, questa breve storia ha varcato epoche e culture, conservando intatta la sua capacità di mettere a nudo una verità scomoda sull’esistenza umana.
La narrazione è essenziale, forse è proprio questo che la rende quasi spietata. Tutti sappiamo che durante una calda estate, la cicala trascorre le giornate cantando e godendo del sole, senza accumulare nulla per il futuro. La formica, al contrario, lavora instancabilmente: raccoglie, immagazzina, prepara. Quando arriva l’inverno rigido e la cicala, affamata e infreddolita, si presenta alla porta della formica chiedendo aiuto, la risposta è dura e definitiva: «Che facevi d’estate?». «Cantavo», risponde la cicala. «Allora ora danza», replica la formica, chiudendo la porta.
La rielaborazione di La Fontaine
Al di là delle varie forme, le origini di questa favola affondano nella saggezza popolare greca, ma è con La Fontaine che assume la forma più raffinata ed anche la più ambigua. Il poeta francese non nasconde una certa simpatia estetica per la cicala – artista leggera, spensierata, capace di crearsi una propria bellezza – eppure la morale resta implacabile. La cicala simboleggia l’imprevidenza, il godimento immediato del presente, l’illusione che la vita sia un eterno carnevale senza conseguenze. La formica incarna invece la previdenza, la laboriosità, la responsabilità verso il domani, la concretezza di chi sa che l’esistenza ha ritmi e stagioni ineludibili.
Ma i simboli sono più profondi di quanto appaia a prima vista. La cicala non è soltanto l’artista o il poeta: è l’uomo che vive di apparenza, di consumi, di emozioni effimere, convinto che il domani si arrangerà da solo o che qualcuno provvederà al suo posto. La formica non è solo la lavoratrice: è chi comprende che la libertà vera nasce dalla disciplina, che la dignità si costruisce giorno dopo giorno, che una comunità solida si regge su individui capaci di sacrificio e lungimiranza.
Lo specchio dei tempi moderni
Guardando alla vita di tutti i giorni, questa favola diventa uno specchio crudele. Quanti giovani trascorrono gli anni migliori tra svaghi continui, debiti facili, giornate superficiali e ricerca ossessiva del piacere immediato, per poi ritrovarsi a trent’anni o quarant’anni senza competenze, senza risparmi, senza una casa, senza una famiglia, e pretendere che “la società” o lo Stato risolva i loro problemi? Quanti adulti vivono al di sopra delle proprie possibilità, inseguendo status e consumi, per poi piangere quando arriva la crisi economica, la malattia o la vecchiaia?
Quante nazioni intere si comportano come cicale collettive, sperperando il proprio capitale umano, demografico e culturale in nome di un edonismo di massa, per poi lamentarsi quando il freddo dell’inverno storico – tra migrazioni incontrollate, collasso del welfare, crisi identitaria – bussa alla porta?
Le cicale dei nostri tempi
La modernità ha moltiplicato le cicale. Sostanzialmente le cicale sono tutte figlie del mondo moderno. La società dei consumi, del credito facile, dell’intrattenimento permanente e della deresponsabilizzazione ha elevato a virtù ciò che un tempo era considerato vizio: l’irresponsabilità verso il futuro. Nel frattempo, le formiche – coloro che studiano con rigore, lavorano con serietà, mettono su famiglia, risparmiano, trasmettono valori e identità – vengono spesso derise come noiose, retrograde o “egoiste”.
Eppure la natura, impietosa, non premia l’illusione. L’inverno arriva sempre. Arriva sotto forma di crisi economica, di invecchiamento della popolazione, di degrado sociale, di perdita delle proprie sovranità. E quando arriva, le cicale cantano ancora più forte, pretendendo che le formiche dividano ciò che hanno accumulato con sacrificio.
La morale di questa favola antica è oggi più attuale che mai, e va oltre il semplice invito al risparmio: la responsabilità individuale non è un optional morale, è la base di ogni civiltà degna di questo nome. Una società composta prevalentemente da cicale è destinata al collasso, perché nessuno avrà più la forza né la volontà di sostenere il peso di tutti.
La favola della Cicala e della Formica non è solo una lezione per bambini. È un giudizio severo sull’uomo contemporaneo. E ci ricorda, senza pietà, che la spensieratezza senza disciplina non è libertà: è soltanto una forma elegante di suicidio collettivo.
Sergio Saraceni
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