Una commemorazione trasformata in scontro politico
L’unica cosa certa è che il sindaco del Pd di Bologna ha strumentalizzato in maniera indegna la data di una strage, per aizzare la piazza contro il governo. Alzare la tensione. Sembra questa la pericolosa strategia della sinistra, che rievoca un passato torbido e di morte come gli anni di Piombo.
L’alleanza nell’eversione di strada tra estremisti rossi e immigrati irregolari o criminali sarà, invece, un boomerang elettorale per chi viene accostato politicamente alle gesta terroristiche di queste bande di black bloc.
Li chiamano “antagonisti”, ma il termine è sbagliato. Sono anarco-insurrezionalisti, ovvero odiano lo Stato e chiunque lo rappresenti. La celebre frase di Michail Bakunin: “vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere un suo simile? Allora assicurati che nessuno possa possedere il potere”, si concretizza nella visione di esso come male assoluto, che assolutizza la” violenza legalizzata” dei suoi agenti, nonché la matrice, ritenuta “fascista” di chi lo detiene.
L’uso della forza bruta è considerato una “reazione rivoluzionaria” contro quella che sentono come oppressione dello Stato. L’anarchico Errico Malatesta, nell’edizione n. 17 di “Pensiero e Volontà” del 1° settembre 1924, scriveva che chi si sente oppresso (o vive nel disagio e nell’emarginazione sociale, n.d.r.) vive in un costante stato di “difesa legittima” contro la violenza primaria del potere, della polizia e dei padroni.
Sembrerebbe che i centri sociali desiderino, purtroppo con alcune sponde mediatiche e parlamentari, tornare agli anni ’70, perché la “dittatura del proletariato” non è una follia morta col crollo dell’Unione Sovietica, ma un’utopia che vive ancora nelle teste di certa “sinistra psicopatica”, come la definisce Kerry Bolton.
È la stessa fazione politica che, da 46 anni, bolla come certamente “fascista” l’attentato alla stazione di Bologna. Ma di sicuro, in quell’azione di terrorismo, non c’è ancora nulla.
Il dibattito sulla verità giudiziaria
La dott.ssa Imma Giuliani è una nota criminologa, consulente esperta per “I Fatti Vostri RAI2”, responsabile Nazionale Unità Prevenzione e Analisi criminologica, docente al master di intelligence e sicurezza presso l’Università Unicusano.
Consulente in molti processi conosciuti alle cronache nazionali e internazionali: consulente di parte di Raffaele Sollecito (delitto Meredith Kercher), consulente di parte di Bernardo Provenzano nel processo alla Trattativa “Stato Mafia”, consulente nel processo “Mafia Capitale”, ed altri. Opinionista a SkyTG24 e al Tgcom, ha scritto un libro poco citato e molto poco ascoltato, ricco di documentazione, per quelli di Armando Editore, che si intitola “2 AGOSTO 1980, LA STRAGE DI BOLOGNA, scienza e coscienza di un massacro”.
Da questa rigorosa inchiesta a fini divulgativi ho liberamente attinto, proprio perché in scienza e coscienza, oggi non c’è nulla di concluso né sui mandanti né sugli esecutori materiali della suddetta strage. Il testo va letto tutto, pertanto lo consiglio in quanto utilissimo a chi fosse interessato ad approfondire uno dei misteri italiani più discussi e controversi, scritto da una professionista molto preparata.
Domande ancora senza risposta
Decine di processi, istruttorie, migliaia di pagine redatte da commissioni parlamentari di inchiesta hanno raccolto informazioni spesso contrastanti.
Perché́ quella bomba esplose a Bologna il due agosto 1980? Rimangono solo un insieme di fatti più o meno strutturati che non hanno una singola risposta, ma un concorso di cause che non rende giustizia: furono Le Brigate Rosse o l’estrema destra che operarono al fianco di operazioni terroristiche con matrice Mediorientale?
Ci furono coperture da depistaggi, messi in atto da uomini dell’intelligence italiana e di governo per agevolare un patto di non belligeranza nel nostro Paese e agevolare l’acquisto di greggio? Questi patti mortali e scellerati vengono disattesi e scatenano reazioni stragiste?
Che posto hanno nella verità processuale? Che ruolo hanno nel processo di giustizia? Tutto si risolve in una frase tipica, davanti alla quale non esiste replica, davanti alla quale cessano ogni tipo di ragionamento pratico, ogni attribuzione di responsabilità individuale, nessuna ideologizzazione se non strumentalizzata a quella che chiamano enfaticamente: strategia della tensione. Per dirla in altri termini, una minestra indifferenziata in cui il colore del sangue dei morti si mischia alle trame scellerate di chi pensa di poter giocare con i fili del destino di un Paese stretto nei compromessi, in cui il potere viene sempre messo in discussione da interessi contrastanti, come se la politica italiana fosse solo un continuo trasformismo, costruito dai voltagabbana che si burlano di chi, invece, ha sostenuto questa nazione.
Falso Idealismo
I primi a subirne le conseguenze sono i cittadini, inglobati in un vortice di idealismo falso e pregiudizievole sul quale si stagliano innumerevoli atti di tribunale, che in maniera ipocrita, alcune volte, stabilisce una linea di verità̀ che non collima con la giustizia, evocata da coloro che hanno il diritto di averla.
Ci si chiede ad esempio perché́ quasi mezzo secolo per giungere ad una verità totalmente incerta?
Parlare di mandanti e non avere il coraggio di dire che la responsabilità̀ di affermare i loro nomi, è stata presa solo quando essi sono morti, resta scandaloso.
Che siano i NAR o altri, sarebbe ora di dare una risposta certa, perché́, nonostante le ultime vicende giudiziarie, non sappiamo chi mise davvero quella bomba su quel tavolino della seconda classe della sala d’attesa della stazione di Bologna.
Le contraddizioni delle ricostruzioni processuali
Non ce lo dicono in maniera inoppugnabile le sentenze e non ce lo dicono le testimonianze. Non ce lo disse la scienza allora, e non ce lo disse la storia. Spesso la giustizia anche nel dimostrare ciò che è stato deciso aprioristicamente come verità̀ inciampa in errori messi in risalto da pagine sbiadite di un fascicolo.
Ad esempio, Licio Gelli, la P2 e i servizi segreti italiani vengono accusati di calunnia per aver messo in atto il depistaggio per incolpare la destra eversiva e poi, vengono accusati di essere i mandanti della strage messa in atto dalla destra eversiva.
E allora la teoria dei cerchi concentrici, che però non tiene presente che spesso alcuni sistemi si alimentano per osmosi con altri sistemi trova un equilibrio a seconda del contenitore che l’accoglie. Spesso è una piccola goccia che fa traboccare il vaso e che si propaga seguendo le leggi della natura.
L’inchiesta Mastelloni e la pista palestinese
Il 28 aprile 1989, il giudice istruttore del Tribunale di Venezia, dottor Carlo Mastelloni nell’ambito del procedimento penale no 204/83 AGI sulle indagini a carico di Yasser Arafat sulle forniture di armi ed esplosivi dall’OLP alle BR e sull’introduzione clandestina di armi in territorio italiano, faceva notificare alla signora Porena un mandato di comparizione, per favoreggiamento personale.
L’imputazione si riferiva alle vicende connesse alla partita di armi fornita dall’OLP di Arafat (per il tramite concreto della fazione estremista di George Habbash) alle BR, nel 1979.
Rita Porena sarà̀ indagata per aver ostacolato le indagini dell’autorità̀ giudiziaria per coprire le responsabilità̀ delle organizzazioni palestinesi nel traffico clandestino di armi ed esplosivi.
Con lo stesso capo d’imputazione, in concorso con Rita Porena, sarà̀ indagato il colonnello Stefano Giovannone, ufficiale dell’Arma, entrato nei servizi di sicurezza militari nel 1965, dal 1972 al 1981, capo-centro a Beirut, responsabile per il SISMI dell’area medio orientale e dei rapporti con l’OLP.
Strettamente legato ad Aldo Moro, Giovannone morì qualche anno prima del processo sul traffico di armi, nella sua abitazione romana. Inoltre, ricevettero un mandato di comparizione firmato dal giudice istruttore veneziano, Carlo Mastelloni, per i reati relativi al favoreggiamento nel traffico d’armi ed omissione in atti d’ufficio: il prefetto Walter Pelosi, ex capo del Cesis, i generali Giulio Grassini e Giuseppe Santovito, rispettivamente capi del Sisde e del Sismi fino al maggio 1981 e iscritti alla P2, il generale Ninetto Lugaresi, successore di Santovito al vertice del Sismi fino all’83, il generale del servizio segreto Pasquale Notarnicola, i colonnelli del Sismi Armando Sportelli e Stefano Giovannone, deceduto due anni prima dell’arrivo del mandato.
I pentiti
A provocare per primo l’apertura dell’inchiesta era stato il super-pentito Patrizio Peci. Nel 1980 aveva parlato dei rapporti tra BR e OLP per il trasporto di armi da distribuire all’IRA e all’ETA Basca. Sulle dichiarazioni di Peci, il giudice Mastelloni spiccò il mandato di comparizione anche per Arafat e mandati di cattura per Salah Kalaf e Kalil Al Wazir.
Giovannone e Santovito furono accusati anche di aver depistato le indagini per aver sconfessato le dichiarazioni di Peci. Infatti, secondo Mastelloni, avrebbero avvertito gli esponenti dell’OLP delle confessioni di Peci.
All’ex capo del Sismi Lugaresi si contestava il fatto che non avrebbe riferito alla commissione parlamentare sul sequestro e sull’omicidio di Aldo Moro, sul fatto che il Sismi sapeva delle armi sequestrate alle Br che avevano ricevuto dall’OLP come il mitra Sterling, arrivati in barca con l’Operazione Francis, che provenienti dal Libano erano stati sequestrati nei covi BR di Torino, Milano, Genova e Biella.
L’imbarcazione “Papago”, un piccolo yacht che aveva trasportato le armi, sarebbe stata guidata da Massimo Gidoni, allora affiliato alle Brigate Rosse ed acquistato da un certo “Maurizio”, dietro il cui pseudonimo si celava il capo delle BR stesse Mario Morucci. Tra l’equipaggio del Papago figuravano Riccardo Dura e Sandro Galletta. (Altri affiliati dell’epoca)
I canali diplomatici per il trasporto d’armi vennero aperti in particolare con l’FPLP di Habbash. Secondo l’istruttoria del giudice Mastelloni, il ruolo dei brigatisti era il trasporto delle armi. Anche l’On. Aldo Moro evocherà̀ in ben due lettere scritte nel covo della sua prigionia il nome del colonnello Giovannone e ne richiederà̀ il rientro in Italia.
Il Lodo Moro e l’ipotesi geopolitica
Nella lettera che l’On. Moro inviò a Flaminio Piccoli citava Giovannone in rapporto alla «nota vicenda dei palestinesi» e in quella inviata ad Erminio Pennacchini in cui considera Giovannone tra i protagonisti della soluzione per la quale: «ai prigionieri politici dell’altra parte viene assegnato un soggiorno obbligato in Stato terzo».
Al centro di tutto questo discorso c’è il famigerato “Lodo Moro”, un patto segreto di non belligeranza tra Stato italiano e Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Tale accordo, che era solo verbale, emerse durante i lavori della commissione parlamentare d’inchiesta sul «dossier Mitrokhin» e deve il suo nome all’allora presidente del consiglio Aldo Moro.
Secondo questo punto di vista, i fatti di Bologna sarebbero dovuti ad una strategia ed un contesto ampio di traffico di armi, accordi segreti e cospirazioni internazionali in cui l’Italia venne coinvolta. La strage di Bologna sarebbe conseguenza della violazione del “Lodo Moro” e un avvertimento allo Stato italiano perché́ non intervenisse nel traffico delle armi. Questa, a chi scrive, appare l’ipotesi più credibile e ragionevole, contestualizzando la vicenda.
Le sentenze e i punti controversi
Quanto a mandanti e depistaggi: Licio Gelli (capo della P2), Francesco Pazienza e gli ufficiali del SISMI Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte sono stati condannati nei processi storici per aver organizzato il depistaggio delle indagini. Piergiorgio Segatel, ex capitano dei carabinieri, con condanna definitiva a sei anni per depistaggio, confermata nel 2025.
I giudici hanno inoltre indicato che l’attentato si inserisce in un disegno eversivo più ampio coordinato da apparati deviati dello Stato, finanziato da Licio Gelli, eseguito da gruppi neofascisti armati.
Gli esecutori materiali sono stati riconosciuti in: Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, condannati in via definitiva nel 1995 (entrambi con pena all’ergastolo). Luigi Ciavardini: condannato con sentenza definitiva a 30 anni in quanto minorenne all’epoca dei fatti. Gilberto Cavallini: ex NAR, la cui condanna all’ergastolo per concorso nella strage è stata resa definitiva dalla Cassazione a gennaio 2025. Paolo Bellini: ex Avanguardia Nazionale, la cui condanna all’ergastolo è stata confermata in via definitiva dalla Cassazione a luglio 2025.
Testimonianze di criminali
La condanna di Fioravanti, Mambro e Ciavardini si basò principalmente sulla testimonianza del criminale comune Massimo Sparti e del militante di destra Luigi Vettore Presilio; inoltre non avevano un alibi (processo Cavallini, pag. 71 del pdf della sentenza di primo grado).
Vi furono poi collaboratori di giustizia che riportarono affermazioni – allusive alla strage – di Fioravanti e di Ciavardini, ad esempio quella in cui quest’ultimo consigliava a un’amica di non prendere il treno il 2 agosto, fonte “La storia siamo noi: la strage di Bologna” su YouTube.
Come noto, Mambro e Fioravanti si sono sempre dichiarati innocenti, mentre hanno ammesso gli altri omicidi di cui furono accusati. Appare almeno anomalo chiudere una questione così complessa dando la colpa principale a persone decedute e quella materiale sulla base di indizi, allusioni e soffiate da parte di personaggi dal curriculum criminale o molto discutibili. Le prove fattuali effettive nei confronti dei condannati non c’erano nel 1980 e non ci sono, incredibilmente, nel 2026.
Gli stessi giudici hanno ammesso che, a parte i condannati, “i mandanti occulti, in senso stretto, non siano stati ulteriormente perimetrati”. Quest’affermazione stride parecchio.
Matteo Castagna
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