La tragica scomparsa e le responsabilità del sistema
Jason Arday, di cui avevamo parlato qualche settimana fa*, è stato trovato morto in casa propria venerdì. Tradotto dall’inglese britannico: si è ucciso. Tradotto dal politicamente corretto e corrotto, chi lo aveva messo su un piedistallo gli ha anche porto la corda per scendere. Suggerendo, con sorrisi falsi e linguaggio burocratico, come usarla. Sono gli stessi che oggi accusano di razzismo quelli che avevano scoperto le numerose menzogne che gli avevano consentito la meteorica carriera accademica. Perdete due minuti assieme a me per ripercorrerla.
La narrazione e le controversie sull’ascesa accademica
Arday si laurea in scienze motorie all’Università di Liverpool, dove prende anche un dottorato in sociologia. Plagiando in gran parte la tesi. Queste cose le sappiamo. Poi inizia la narrazione. Sarebbe stato non verbale fino a 11 anni (ma esistono amici che se lo ricordano parlare a nastro), avrebbe imparato a leggere e scrivere a 18 anni. Avrebbe corso 30 maratone in 35 giorni, cinque di queste con una gamba rotta. Avrebbe corso 600 miglia in 6 giorni. Avrebbe raccolto 25 milioni di sterline per progetti benefici prima dei 30 anni, purtroppo senza poterci dire con chi e per chi, a causa di un patto di riservatezza. Grazie a tutto questo e molto altro è divenuto il più giovane professore nero a Cambridge. E lo è rimasto nonostante le accuse di plagio finché l’Università, con un voltafaccia improvviso, ha deciso di indagarlo.
Il crollo del castello di bugie e il mancato controllo
A quel punto si è dimesso. E la sua vita, di fatto, è finita. La storia, di per sé, non è nuova, ma resta tragica. Abbiamo sentito tutti i casi di quegli studenti che fingono di essere vicini alla laurea. E poi il giorno della discussione… Ecco, il problema, qui, è che chi ha sfruttato senza pietà un ragazzo evidentemente fragilissimo sono gli stessi che oggi urlano al razzismo. Arday non l’ha ucciso il razzismo.
Arday è precipitato in un abisso creato dalle sue bugie per il disinteresse di gente che avrebbe dovuto controllare e non lo ha fatto. Per interesse politico e promozionale. Con “ha fatto di tutto” intendo che ha fatto realmente qualsiasi, salvo il proprio dovere. Come dice il professor Cofnas, che il caso lo ha fatto detonare, “se incontro uno al bar che comincia a raccontare ogni tipo di storia incredibile e gli chiedo di diventare professore a Cambridge, la colpa non è di quel tizio. È mia”.
I limiti e i pericoli dell’inclusione forzata
Ecco, Arday si spera sia la pietra tombale del woke 1 come lo definisce, tra gli altri, Alexandra Ocasio Cortez (che su sta roba ci ha campato fino a ieri, salvo scaricarla perché ha obiettivamente rotto le palle pure a sinistra). I segnali esistono. Di sicuro si sta dimostrando quello che tutti i normodotati sapevano da tempo: l’inclusione a forza fa male soprattutto agli inclusi forzati. E più forza ci metti, più a fondo li includi peggio si sentono. Fino a commettere gesti estremi. Jason Arday non era un santo, era uno che aveva denunciato per persecuzione razzista professori e giornalisti che gli facevano domande troppo indiscrete sul suo lavoro. Ha rovinato alcune carriere accademiche, inventato aggressioni razziste (mai avvenuto) e in generale sfruttato un sistema marcio per ottenere vantaggi.
L’eredità di una tragedia e la resa dei conti per Cambridge
Ma non meritava di finire così. Lo ha detto chiunque: doveva vivere, doveva raccontarci come aveva fatto. Ma la pressione (a proposito, gli ex amici dove stavano?) è stata troppa. Arday era fragile, lo era sempre stato. E ora si piange un padre, un figlio e un amico. Troppo tardi, troppo poco. Cambridge, la seconda università più antica del mondo deve rispondere del male che gli ha fatto. Non succederà naturalmente. Ma pretenderlo non smette di essere doveroso. Anzi.
Brian Curto
*Questo l’articolo:






































































