Il timore di conoscere se stessi
Ri-partire per lasciare e ri-trovare. La vicenda di Odisseo è il riflesso che non vogliamo affrontare, è lo specchio di fronte al quale l’io si nasconde per il timore di conoscere la vera natura di noi stessi; un timore ancestrale che già Pausania il Periegeta aveva testimoniato nella sua Periegesi della Grecia, dove riporta come nel pronao del tempio di Apollo a Delfi fosse incisa la massima religiosa gnōthi sautón («conosci te stesso»).
La dimensione introspettiva del nóstos
Sotto la lente d’ingrandimento del regista britannico Christopher Nolan, il viaggio di ritorno di Odisseo viene osservato e insieme interpretato in chiave introspettiva; il nóstos è bidimensionale, esperienza esterna degli eventi e sfide introiettate nella coscienza inquieta del navigante, il quale si dimostra incapace di portare a termine il suo ritorno in patria per sua stessa ammissione, avviluppato nella stretta maglia del senso di colpa; quest’ultimo, un’acuta proiezione di quella forma mentis cristiana su un’opera pre-cristiana, in cui l’origine della colpa ma anche del cammino di redenzione è Ilio, Troia, principio dell’interrogativo gnōthi sautón.
Il fantasma di Troia e la frattura della coscienza
Ingannata e distrutta, Troia dovrebbe appartenere al passato delle città cantate dagli aedi, un luogo che passa di bocca in bocca narrato nelle memorie di mendicanti e mercanti, accompagnata dal nome di chi escogitò l’inganno per espugnarla con l’astuzia e il tradimento: Odisseo. Ma per il re di Itaca Troia non può essere circoscritta nello spazio temporale di un passato lontano,
Troia non è un mero ricordo, né tantomeno un vanto: la sua conquista diventa il presente e il futuro che perseguita l’eroe itachese nelle vesti di Atena e nelle sembianze di una sacerdotessa troiana giustiziata davanti ai suoi occhi mentre assiste alla capitolazione della città. Da quel momento la coscienza di Odisseo è scissa, divisa tra l’ingegno e la menzogna — abilità caratterizzanti per chi aspira alla vittoria — e il rimorso per aver infranto le regole dell’ospitalità, descritte nella pellicola come la ‘legge di Zeus’, il principio cardine dell’umana accoglienza tra i popoli.
Il peso della violazione e l’analogia con Prometeo
Il veterano acheo è l’artefice della distruzione di una società imperniata sul dialogo, sugli scambi e sul prendersi cura dell’altro, dell’ospite: chiunque bussa alla tua porta e chiede aiuto dev’essere accolto, giacché dietro l’identità di un mendicante potrebbe celarsi una divinità sotto mentite spoglie, e gli dei devono essere accolti e trattati come noi vorremmo che gli altri trattassero noi, è questo il postulato: il timore e il rispetto per gli dei che spinge gli uomini a rispettare lo sconosciuto. L’analogia è la medesima: come in Oppenheimer, Odisseo è un Prometeo che ha dato agli uomini il potere e la facoltà di infrangere una legge sacra, di oltrepassare un limite e scardinare la struttura, inaugurando in questo modo la via e il mezzo per mettere fine a una civiltà.
La critica di Nolan e il precipizio della guerra
E così la distruzione di Troia si fa paradigma, e come tale porta con sé le conseguenze di una società i cui valori sono stati infranti e sorpassati; tuttavia, la consapevolezza della fine di quel mondo si disvela ai pochi, mentre ai più la rivelazione di una nuova epoca è materia oscura, le coscienze sono offuscate, avvolte tra le fiamme che bruciano Troia, un velo che dev’essere ancora squarciato e una minaccia identificata «nei popoli del mare». È qui che risiede la feroce critica di Nolan, come in Oppenheimer: il baratro verso il quale la prua della nave è diretta: la guerra.
Un eroe umano e la licenza dell’interpretazione
Quando Odisseo assiste alla presa di Troia, non è più un eroe classico: il germe del senso di colpa scava nella sua mente, è un eroe umanizzato che dovrà elaborare il pentimento perché comprende quanto di nefasto si nasconde dietro il suo ingegnoso successo. Il volto implorante di quella sacerdotessa giustiziata diventa presto la proiezione del suo senso di colpa, la personificazione di quella sindrome da stress post-traumatico che sconvolge e turba Odisseo.
Una scelta interpretativa divisiva, che ha prestato il fianco a critiche spesso ingiuste, dal momento che è stato rinfacciato come Odisseo sia stato ‘ridotto’ a mero essere umano, estirpato dal ruolo che incarna nell’epica omerica. È indubbio che la pellicola di Nolan distorce la trama dell’Odissea, è un’interpretazione che traduce secondo criteri e schemi soggettivi che tradiscono l’originale canovaccio; d’altronde tradurre equivale anche a tradire. Il regista ha raccontato una sfaccettatura del polýtropos Odisseo, il multiforme eroe omerico piegato su se stesso, riflessivo ma ostinato, coraggioso e impavido, cinico e magnanimo.
Il percorso triadico di redenzione
Anche la mancanza del divino è una delle frecce scagliate dalla critica, ma ingiustamente, giacché il registro dialogico tra le divinità e Odisseo e il suo equipaggio è costante; divinità che si manifestano e agiscono nel mondo degli uomini.
È attraverso questo dialogo che il ritorno di Odisseo viene riproposto, come già accennato, nei termini cristiani di un cammino di redenzione, un percorso triadico strutturato secondo i criteri di una visione lineare del tempo: il peccato originale, ossia la conquista e la distruzione di Troia; la redenzione, ovvero il viaggio di ritorno e le prove a cui viene sottoposto; e infine, l’atto finale, l’assoluzione, quando, una volta giunto a Itaca, può finalmente riconciliarsi con la sua patria e la sua famiglia, riaffermando l’auctoritas del sovrano e ristabilendo l’ordine gerarchico per riportare la pace e l’armonia nel suo regno con l’ultimo atto di un re saggio: il passaggio di testimone in favore del figlio Telemaco, nuovo e futuro re di Itaca.
Dunque, non esiste soltanto una concezione circolare dell’esistenza: nella visione di Nolan il ritorno in patria di Odisseo lo testimonia e può essere letto da due punti di vista diversi.
Il canto delle sirene e l’insaziabile desiderio
E infine, Odisseo è l’eroe che desidera tutto, che brucia dal desiderio di conoscenza e di esperienza, un’esatta proiezione del sentimento comune e dello spirito che investe la nostra società; il dialogo magistrale tra Euriloco e Odisseo, quando questi devono confrontarsi con una delle prove più difficili, le sirene, è esemplare:
Euriloco: «Com’era il canto delle sirene?»
Odisseo: «Esattamente come vorresti che fosse. E poi, tutto quello che non vorresti aver desiderato. Era il delizioso prurito che vorresti grattare, ma è sotto la pelle e non puoi arrivarci. Quindi da delizioso diventa insopportabile. Te l’ho detto, quello che vuoi di più, è quello che meno puoi avere, e quello che meno puoi avere è quello che avevi già e che hai perso. Era il canto di tutte le promesse che non ho mantenuto. E mi ha detto che non voglio tornare a casa veramente».
Riccardo Giovannetti
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