Dallo Stuka alla politica del dopoguerra: la storia di un soldato che perse la guerra, ma non rinnegò le proprie convinzioni

La guerra finisce, la battaglia no
L’8 maggio 1945 la Germania capitola. Hans-Ulrich Rudel è ormai uno degli ufficiali tedeschi più decorati della Seconda guerra mondiale. Ha compiuto 2.530 missioni operative, gli sono stati attribuiti 519 carri armati distrutti e, nel febbraio dello stesso anno, ha perso la gamba destra in combattimento. L’8 maggio si arrende agli americani.
È importante dirlo: Rudel si arrese. Ma quella resa militare non coincise, per lui, con una resa delle proprie convinzioni. La sua vicenda successiva è proprio la storia di questa ostinata continuità: dalla prigionia alla scrittura, dall’Argentina di Perón alla politica della Germania occidentale, fino alle polemiche che lo inseguirono ancora negli ultimi anni di vita.
È questo il motivo per cui Hans-Ulrich Rudel merita di essere ricordato non soltanto come uno dei più celebri piloti d’attacco della guerra, ma come un protagonista singolare della lunga coda politica del conflitto.
Lo Stuka e la leggenda
Nato nel 1916 in Slesia, Rudel entra nella Luftwaffe nel 1936. Dal 1941 combatte sul fronte orientale con lo Stukageschwader 2 «Immelmann». Il 23 settembre 1941 partecipa all’attacco contro la corazzata sovietica Marat, colpita nel porto di Kronštadt.
Da quel momento la sua carriera diventa eccezionale. La Neue Deutsche Biographie registra le 2.530 missioni e i 519 carri armati attribuiti a Rudel, precisando anche che la propaganda nazionalsocialista trasformò il pilota in una vera leggenda.
Nel 1945 Hitler gli conferisce l’unica Croce di Cavaliere con Foglie di Quercia d’Oro, Spade e Diamanti assegnata nell’intera Wehrmacht.
Ma è la ferita a trasformarlo definitivamente nel «Pilota di Ferro». L’8 febbraio 1945 viene gravemente colpito. La gamba destra deve essere amputata. Rudel però torna a volare.
Non è un dettaglio marginale: è il gesto nel quale si condensa tutta la sua immagine pubblica. Un uomo ferito, mutilato, ma ancora deciso a tornare al combattimento.
L’8 maggio
Tre mesi dopo, la guerra è perduta. Rudel finisce in prigionia americana e viene liberato nell’aprile 1946. Per molti veterani quella sarebbe stata la fine della storia. Per Rudel è l’inizio di un’altra fase. Nel 1949, a Buenos Aires, pubblica Trotzdem, «Nonostante tutto». Il volume, uscito per il Dürer-Verlag, conta 246 pagine e raccoglie la sua esperienza bellica e postbellica.
Il titolo è quasi una parola d’ordine: Trotzdem: nonostante tutto. Nonostante la sconfitta, nonostante la prigionia, nonostante la Germania distrutta. Rudel non scrive per prendere congedo dal proprio passato, ma per raccontarlo secondo la propria prospettiva e mantenerne viva la memoria. Nel 1952 pubblica poi Es geht um das Reich, un testo ancora più esplicitamente politico. La bibliografia della Neue Deutsche Biographie registra entrambe le opere tra i suoi scritti principali.
Buenos Aires: la seconda vita
Nel 1948 Rudel emigra in Argentina. È l’inizio di una seconda vita che meriterebbe da sola un libro. Nell’Argentina di Juan Domingo Perón Rudel lavora come consulente dell’aeronautica e si inserisce nella rete degli specialisti tedeschi che collaborano con il nuovo Stato argentino.
La sua esperienza militare trova così un nuovo terreno: non più il fronte orientale, ma la ricostruzione dell’aviazione argentina. Le ricostruzioni disponibili collegano Rudel anche all’ambiente di Kurt Tank e al programma del caccia a reazione argentino Pulqui II.
Ma l’Argentina non è soltanto un rifugio professionale. È anche uno degli ambienti nei quali Rudel cerca di mantenere una rete di rapporti con gli ex camerati e con una parte dell’emigrazione politica europea. La sua esperienza argentina diventa così parte di quella più ampia storia del dopoguerra nella quale ex militari, tecnici, esuli politici e criminali di guerra tedeschi confluiscono in Sud America. La sua biografia della Deutsche Biographie registra il rapporto con Perón e il suo successivo trasferimento in Paraguay dopo la caduta del presidente argentino.
Il ritorno alla politica
Dal 1950 Rudel è nuovamente attivo negli ambienti della destra radicale tedesca. Nel 1953 diventa capolista della Deutsche Reichspartei, la DRP, alle elezioni federali.
È una fonte contemporanea, Die Zeit, a raccontare il «caso Rudel» nell’agosto di quell’anno. Il giornale lo presenta come l’ex comandante dell’«Immelmann» divenuto esponente politico e come rappresentante della generazione dei combattenti.
Il risultato elettorale è modesto: la DRP ottiene l’1,1% dei voti. Ma il risultato elettorale non esaurisce il significato della sua presenza. Rudel è tornato a parlare.
E parla soprattutto di Germania, gioventù, identità nazionale e continuità della propria visione politica.
Nel 1958 Die Zeit torna infatti a occuparsi di lui: Rudel continua la propria attività politica e tiene conferenze rivolte alla nuova generazione tedesca. La guerra è ormai lontana tredici anni. Rudel, invece, non considera conclusa la propria battaglia.
Tra due mondi
Nel suo percorso politico Rudel si muove dentro una concezione che rifiuta tanto il comunismo sovietico quanto il modello liberal-democratico occidentale. È il terreno sul quale, nel dopoguerra, si sviluppano diverse correnti della cosiddetta «terza posizione»: esperienze molto differenti tra loro, accomunate dalla ricerca di una via alternativa ai due grandi blocchi della Guerra fredda.
Per Rudel questa ricerca si intreccia però indissolubilmente con la sua permanenza nelle convinzioni nazionalsocialiste. È un punto che non va rimosso né edulcorato.
La stessa documentazione della Bundeswehr sottolinea che Rudel dopo il 1945 continuò pubblicamente a manifestare le proprie convinzioni nazionalsocialiste e ricorda la sua candidatura del 1953, il successivo rapporto con ambienti della NPD e la partecipazione nel 1975 al funerale di Otto Skorzeny.
È proprio questa continuità a rendere la sua figura politicamente controversa e, nello stesso tempo, storicamente interessante.
Il “caso Rudel“
Nel 1976 il suo nome torna improvvisamente sulle prime pagine della Germania occidentale.
La Luftwaffe della Bundeswehr ha mantenuto il nome tradizionale «Immelmann» per un proprio reparto e vengono avviati contatti con l’associazione degli ex appartenenti allo Stukageschwader 2.
Tra i veterani c’è naturalmente Rudel. La sua partecipazione a un incontro presso una caserma della Bundeswehr provoca una crisi politica.
Due generali, Walter Krupinski e Karl-Heinz Franke, difendono la legittimità dell’invito e vengono successivamente posti a riposo dal ministro della Difesa Georg Leber. La vicenda diventa la celebre «Rudel-Affäre».
La stessa Bundeswehr, nella ricostruzione storica pubblicata dal proprio Centro di storia militare, considera oggi quella vicenda una delle cesure decisive nell’evoluzione della concezione della tradizione militare tedesca.
Nel novembre 1976 Die Zeit titola: «Lebers schlechtes Lehrstück». L’articolo ricorda ancora le oltre 2.500 missioni, i 519 carri attribuiti e la perdita della gamba, ma soprattutto racconta lo scandalo provocato da Rudel trent’anni dopo la fine della guerra.
È un episodio emblematico.
La guerra è terminata da una generazione, ma il nome di Rudel è ancora sufficientemente ingombrante da provocare una crisi ai vertici della nuova Luftwaffe tedesca.
Una battaglia che sopravvive all’uomo
Hans-Ulrich Rudel muore il 18 dicembre 1982. Ha 66 anni.
La sua morte non chiude la controversia. Anche il funerale diventa oggetto di polemiche e riporta sulle cronache tedesche e internazionali il problema della presenza, nella Germania federale, di ambienti ancora legati alla tradizione nazionalsocialista.
Ma la parabola di Rudel può essere letta anche in un’altra maniera. Non come la storia di un uomo che non ha mai conosciuto la sconfitta: la sconfitta militare l’ha conosciuta eccome. È la storia di un uomo che ha rifiutato di considerare quella sconfitta come una ragione sufficiente per rinnegare il proprio passato e le proprie convinzioni.
Pilota, mutilato, prigioniero, scrittore, emigrato, consigliere militare, militante politico, candidato elettorale, uomo della destra radicale: Rudel attraversa quasi quarant’anni di storia europea e continua a ripresentarsi, in forme diverse, sulla scena.
I suoi avversari politici lo considerano una figura da isolare; le istituzioni della Germania federale finiscono per affrontare proprio attraverso il «caso Rudel» il problema del rapporto fra la nuova Repubblica, la Wehrmacht e la propria memoria militare. La Bundeswehr stessa riconosce oggi che la vicenda del 1976 rappresentò una svolta nella definizione della propria tradizione.
Rudel aveva perso la guerra.
Ma non aveva accettato che la sconfitta delle armi significasse automaticamente anche la sconfitta delle proprie idee.
Forse è questo, più ancora delle 2.530 missioni e dei 519 carri armati attribuiti, il significato della parola con cui aveva intitolato il suo primo libro:
Trotzdem
Nonostante tutto!
Le memorie di guerra di H U Rudel sono il tema de IL PILOTA DI FERRO pubblicato da OAKS editore

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