Finalmente una scelta coerente: se la politica produce decisioni sempre più automatiche, tanto vale automatizzare direttamente gli assessori.
La domanda però è un’altra: questa nomina è un esperimento sull’IA o una confessione involontaria sulla qualità della giunta? Perché se per dare spessore alle deleghe sull’innovazione serve un algoritmo, il messaggio che passa è che tra gli esseri umani disponibili non si è trovato nessuno sufficientemente preparato.
Poi c’è il capolavoro della delega all'”umanizzazione” affidata a una macchina. Una trovata che sfiora il genio comico. Dopo secoli di filosofia, psicologia e studi sulle relazioni umane, scopriamo che la soluzione era chiedere consiglio a un software.
L’intelligenza artificiale dovrebbe servire per migliorare i servizi pubblici, ridurre la burocrazia, aiutare cittadini e uffici a lavorare meglio. Invece viene trasformata nell’ennesima operazione di marketing politico, buona per i titoli dei giornali e per qualche post sui social.
L’IA non vota, non risponde ai cittadini, non si assume responsabilità e non può essere chiamata a rendere conto delle proprie decisioni. Per questo motivo usarla come strumento è innovazione; usarla come assessore è soprattutto spettacolo.
Ma forse il lato positivo c’è. Se un giorno le cose andranno male, per la prima volta la politica avrà trovato qualcuno a cui dare la colpa che non possa replicare.
Valerio Arenare
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