A Senigallia soffia un vento di tempesta che non profuma di salsedine, ma di benzina e nostalgia. Il Partito Democratico locale è già sulle barricate, o meglio, sulle tastiere, per gridare allo scandalo: l’Anpi si è vista negare Piazza del Foro per il 25 aprile, perché pochi giorni dopo la stessa dovrà ospitare il raduno delle Harley Davidson. Un affronto che, secondo i dem, non è una questione logistica, ma un vero e proprio “atto politico preciso”.
È quasi commovente osservare la capacità del PD di trasformare un banale incrocio di calendari in un’epica lotta tra il bene e il male. Per i custodi dell’ortodossia progressista, impedire ai “partigiani” — quelli veri ormai centenari, e i loro numerosi eredi spirituali in età da pensione — di occupare il suolo pubblico per la consueta liturgia laica è un attentato alla democrazia. Poco importa se la manifestazione dell’Anpi muove solitamente qualche centinaio di fedelissimi per un paio d’ore, mentre le Harley porteranno in città migliaia di turisti disposti a spendere, mangiare e dormire, regalando al settore ricettivo quella boccata d’ossigeno che la retorica antifascista difficilmente garantisce ai bilanci degli albergatori.
Surrealismo PD
Il comunicato del PD raggiunge vette di puro surrealismo quando, per puntellare la tesi del sopruso, tira in ballo persino il recente referendum sulla giustizia. Secondo la logica ferrea dei democratici senigalliesi, il fatto che i cittadini abbiano votato “No” alla riforma della magistratura sarebbe un segnale chiaro che l’amministrazione Olivetti deve ignorare le esigenze economiche del territorio per dare la precedenza ai discorsi in piazza. È un nesso causale che sfugge alla comprensione dei comuni mortali: si vede che nel 2026 difendere l’indipendenza delle toghe passi necessariamente per il possesso esclusivo di una specifica piazza del centro storico il 25 aprile.
Mentre l’Anpi si arroga il diritto di decidere chi può manifestare e dove, citando quella Costituzione che l’articolo 21 lo dedica alla libertà di tutti (anche di chi preferisce il cuoio alle bandiere rosse), la realtà dei fatti è molto più prosaica. Da una parte abbiamo un’associazione che, tra un finanziamento pubblico e l’altro, si è trasformata nella costola operativa della sinistra più polverosa; dall’altra abbiamo una città che prova a vivere di turismo, consapevole che il ruggito di una Harley attira più sorrisi (e fatturato) di una sfilata di reduci della polemica permanente.
La rendita dell’ANPI
Forse il vero problema è che l’estetica cromata dei biker stride troppo con il grigio ministeriale dei comunicati di partito. Eppure, in un mondo ideale, anche il più fervente antifascista dovrebbe riconoscere che la vera libertà oggi si misura anche nella capacità di una città di accogliere tutti, senza privilegi per chi vive di rendita storica. Ma a Senigallia, evidentemente, si preferisce la solita solfa: se non ci dai la piazza, è fascismo. Se invece arrivano i soldi dei turisti, è solo una “preoccupante gerarchia di priorità”.
Unopercento
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