Mekorot, che in ebraico significa “sorgenti”, è il nome della società idrica israeliana, fondata nel 1937. Fornisce al paese circa l’80% dell’acqua potabile attraverso una rete di 13.000 Km di condotte. È un’azienda all’avanguardia mondiale nel campo delle tecnologie idriche, specializzata negli impianti di desalinizzazione e di trattamento delle acque marine, utilizzate anche in agricoltura.
Nel vicino Oriente l’acqua è una risorsa rara e molto preziosa; pertanto, Mekorot pone molta cura nella manutenzione della rete distributiva, che ha un tasso di perdita del solo 3%, contro una media OCSE del 15% (in Italia siamo al 42%…). Le grandi competenze tecniche di cui l’azienda idrica israeliana dispone hanno favorito intese con vari Paesi, tra cui un accordo con l’Unione Europea che ha portato a finanziamenti da parte della Banca Europea per gli Investimenti (BEI). In Italia sono attive diverse collaborazioni, tra cui spiccano quelle con Iren, multiutility del nord Italia e con Acea, Municipalizzata di Roma.
Ma Mekorot si è affermata anche in Sud America, in particolare in Argentina. Nel 2020, Camera di Commercio Argentino-Israeliana ha reso pubblici i rapporti con Mekorot per progetti di gestione delle risorse idriche. Con il governo di Milei viene varato il piano RIGI (Regime di incentivazione per i grandi investimenti), con cui vengono date in concessione all’azienda israeliana le risorse idriche di 13 delle 23 provincie argentine.
Dall’occupazione seguita alla Guerra dei sei giorni del 1967, Mekorot detiene il monopolio delle risorse idriche dei territori palestinesi. Ben l’85% dell’acqua estratta in Cisgiordania viene destinata al consumo israeliano. I palestinesi possono realizzare infrastrutture idriche solo con il permesso delle autorità militari ebraiche, che lo concedono, è il caso di dire, con il contagocce.
Sono invece frequenti le demolizioni da parte israeliana di pozzi, condotte, cisterne di accumulo, in quanto definite illegali, secondo l’ordine militare 158 del 1987. Diverse zone non possono essere raggiunte dalle condotte idriche, poiché queste attraverserebbero l’area C, che si trova sotto il controllo militare israeliano. Il prezzo con cui Mekorot rivende ai palestinesi l’acqua prelevata dalle loro stesse fonti arriva ad essere fino a dieci volte più alto di quello applicato alla rete israeliana.
È superfluo sottolineare come questa politica, giustamente chiamata “apartheid dell’acqua”, contribuisca a mettere ulteriormente in ginocchio la già precaria economia palestinese, oltre che ad aggravare le condizioni di vita nei territori occupati. Alle tante denunce di diverse organizzazioni umanitarie sono seguite alcune azioni politiche. Lo scorso settembre il Comune di Roma ha interrotto l’accordo tra la municipalizzata Acea e Mekorot, mentre diversi azionisti di Iren hanno chiesto di aprire un’istruttoria. In Argentina, nella regione della Patagonia, l’azienda israeliana ha incontrato la reazione delle popolazioni Mapuche, che si ribellano allo sfruttamento indiscriminato del loro oro blu. Insomma, i voraci tentacoli di Mekorot cominciano a trovare degli ostacoli. Piccoli ma importanti colpi all’apartheid sionista.
Raffaele Amato
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