Una breve considerazione per superare facili nichilismi
Se mai ci fosse stato bisogno di smascherare la falsità del mito dell’IA, questo è certamente il momento migliore per farlo. Da alcuni giorni, infatti, i principali chatbot sono bloccati, mentre quelli ancora disponibili sono in forte sovraccarico. Non è chiaro quando torneranno a funzionare regolarmente, né si riesce ancora a prevedere quale danno questo brusco blackout dell’intelligenza artificiale causerà a migliaia di lavoratori che, nel tempo, si erano abituati a delegare a questi strumenti una parte sempre più consistente delle proprie attività.
La chimera si è mostrata
Questo improvviso arresto mostra con evidenza quanto sia fragile la retorica entusiastica secondo cui “l’IA svolgerà i lavori più difficili e lunghi”. Certo, averla a disposizione semplifica notevolmente la vita di molti lavoratori: negarlo sarebbe assurdo. Ma è altrettanto vero che l’abitudine, ormai quasi automatica, a ricorrervi per ogni cosa ha finito in poco tempo per indebolire proprio coloro che più ne hanno fatto uso.
I segnali sono già sotto gli occhi di tutti. Sin dalle prime ore del blocco, negli uffici e nella vita quotidiana sono emerse ansie e difficoltà inattese: c’è chi non sa più scrivere una mail a un professore, chi non riesce a formulare da sé nemmeno un messaggio personale. Che cosa c’entra tutto questo con il lavoro? In apparenza, nulla. E invece c’entra eccome, perché l’IA è ormai penetrata in ogni ambito dell’esistenza e ha colpito soprattutto le persone più fragili, private all’improvviso di quella che consideravano una piccola certezza.
Una volta non era così
Un tempo imparare un mestiere, svolgere il proprio lavoro al meglio e superare gli ostacoli con l’ingegno personale erano qualità che, sommate, contribuivano a rendere grande un popolo. Oggi, al netto delle esigenze e delle logiche più spietate del “libero” mercato, tutto questo viene spesso liquidato come una perdita di tempo.
D’altronde, “il tempo è denaro”: occorre trovare nel minor tempo possibile la soluzione più rapida ai problemi. Poco importa se a risolverli è un robot e se, nel frattempo, le nostre facoltà mentali si atrofizzano. Il campanello d’allarme era suonato già da tempo, quando si denunciava che le nuove generazioni non sapessero più leggere e scrivere in corsivo. Se ora siamo arrivati al punto di non saper più scrivere correttamente in italiano, nemmeno in una mail o in una chat, allora siamo ben oltre l’inizio del problema. E la causa è sempre la stessa: aver delegato alla tecnologia prima la scrittura e poi, progressivamente, il pensiero stesso.
Che fare, dunque?
È inutile parlare di una fantomatica “distruzione” dell’IA, come se ciò potesse dipendere dalla volontà di qualcuno. È invece necessario ribadire un principio che, se applicato davvero, può incidere profondamente nella vita di ogni militante: quando non si può abbattere un nemico enorme e pervasivo — il “mondo moderno”, nel suo complesso — si deve almeno evitare di diventarne complici.
È questa la lezione che ci viene trasmessa dagli antichi maestri della tradizione cattolica e, più in generale, dalla scuola controrivoluzionaria. In questo modo non solo si evita di collaborare con il nemico, ma si evita anche di diventarne servi e strumenti operativi.
È vero: l’automobile è comoda per tutti, e a molti piace guardare Netflix dopo una giornata estenuante. Ma proprio per questo è necessario distinguere. Se vi sono dipendenze tecnologiche che, almeno in parte, oggi appaiono difficili da evitare, nel caso dell’IA — così come della scrittura — esiste ancora uno spazio concreto di libertà. È lì che bisogna intervenire, riducendo il più possibile la dipendenza da questi strumenti per tornare a possedere davvero le nostre facoltà.
Anche questa è una riconquista, e non secondaria. Anzi, ogni vera riconquista comincia dentro di noi, prima ancora che nel mondo esterno. Se un domani dovesse verificarsi un nuovo crollo di queste “intelligenze”, chi avrà custodito e allenato le proprie capacità troverà in sé risorse ancora vive, forse perfino rafforzate; chi invece avrà delegato tutto, scoprirà una regressione mentale profonda. E sarà allora più chiaro chi, nel momento decisivo, abbia scelto meglio.
Conclusione
Per chiudere, il modo migliore è forse affidarsi a uno stralcio della nostra antica intelligenza, quella di Virgilio, che nell’Eneide mette in bocca a Didone queste parole: “Non ignara mali, miseris succurrere disco”, cioè: “Non ignara del male, imparo a soccorrere gli afflitti”.
Sergio Saraceni
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