In astratto, il relativismo culturale è un principio antropologico secondo il quale i valori e le pratiche di una cultura devono essere compresi e giudicati nel loro specifico contesto, senza essere valutati secondo gli standard di un’altra cultura. Sembrerebbe giusto in teoria, ma nel nostro Paese i fini dissertatori del progressismo hanno fatto in modo che siano i nostri valori, la nostra cultura e le nostre tradizioni a essere messi sotto scacco da altre culture importate. Queste vengono edulcorate per spiegare a noi “neanderthaliani” quale fortuna abbiamo a farci imporre modi di vita che non possono e non devono essere neppure sfiorati da alcuna critica.
Prendiamo un esempio. Torniamo all’agosto del 2017, quando un congolese, rifugiato politico, insieme ad altri tre extracomunitari, due dei quali nati in Italia e all’epoca minorenni, violentarono una donna polacca a Rimini e tennero fermo il fidanzato, rivolgendo poi le loro attenzioni a un trans. Dopo l’arresto, il relativismo culturale di parte prende corpo. L’avvocato Carmen Di Genio, intervenendo a un convegno nazionale sulla sicurezza e legalità, dichiarò: “NON SI PUÒ PRETENDERE CHE UN AFRICANO SAPPIA CHE IN ITALIA, SU UNA SPIAGGIA, NON SI PUÒ VIOLENTARE, PROBABILMENTE NON CONOSCE QUESTA REGOLA”.
Queste affermazioni, create dal buonismo di una certa parte politica, calpestano la dignità delle donne e le nostre regole civili. Caro avvocato, io non pretendo che questo conosca le regole della nostra cultura, lo esigo e lo reclamo. Tutto lo stuolo di figure che ruotano attorno ai centri di accoglienza, oltre a elencare ai nuovi arrivati tutti i diritti, dovrebbero fornire ai loro ospiti anche l’elenco dei doveri e ciò che si può o non si può fare. Questi discorsi lasciano poi il tempo che trovano, visto e considerato che il signore in questione e i suoi sodali sapevano benissimo ciò che facevano.
LA GIUSTIFICAZIONE DEI REATI
Tornando ai nostri giorni, forse neppure il gambiano ventiseienne sapeva che non si può violentare una donna in Italia. Eppure, quando il 3 settembre i carabinieri lo hanno fermato alla stazione Termini, questa “bestia” aveva da poco violentato una donna alla fermata dell’autobus, ma la vittima non aveva ancora sporto denuncia. Da Roma voleva tornare da un amico a Nettuno. Eppure, solo 48 ore prima, imbottito di crack, aveva rapinato e stuprato una donna di 60 anni in un parco romano. Il fatto che fosse incensurato fa pensare che un soggetto simile abbia quasi certamente violentato altre donne che magari per vergogna non hanno denunciato. E come sempre, parte la macchina dei “soccorsi rossi”: “era drogato e quindi non era lucido”. Signori, essere drogati durante la commissione di un reato può costituire un’aggravante e non un’esimente.
Clamorosa è stata poi la sentenza di assoluzione della procura di Brescia per un bengalese che aveva maltrattato la moglie in diverse occasioni. La stessa accusa aveva precisato che i maltrattamenti erano “frutto dell’impianto culturale e non della sua coscienza e volontà di annichilire e svilire la coniuge”. Una sentenza di un tribunale italiano che assomiglia a un verdetto della legge coranica della sharia. A questo punto, credo che la donna, ammesso che non abbia mentito, si sia chiesta: “Ma qui in Italia c’è il codice rosso, i punti di ascolto, le psicologhe, le case-famiglia e poi mi ritrovo punto e a capo a Dacca?”. Eppure è così.
DOPPIO STANDARD E AUTOFLAGELLAZIONE
Giornaloni, politici e intellettuali di una certa parte politica usano il relativismo culturale al contrario. Se uno di un’altra cultura e religione commette un reato, è perché non è stato accettato, manca l’integrazione, non abbiamo fatto abbastanza per accoglierlo e farlo sentire parte essenziale del Paese. Ogni nefandezza compiuta è quindi sempre, o in parte, totalmente giustificata dal razzismo latente, dalla diffidenza verso il diverso, dalla mancata accettazione dell’altrui cultura e religione.
Non mi sembra affatto così, visto e considerato che nelle nostre scuole, ad esempio, a ogni festività arriva sempre la prof o maestra di turno che vuole togliere il crocifisso o non parlare del Natale ma solo della “festa d’inverno” per non offendere nessuno, come se dei bambini di sei, sette anni si offendessero se il compagno di banco gli offre una fetta di panettone e gli augura buon Natale. Poi le stesse menti “malate” portano i bambini nelle moschee a sentire i sermoni degli imam perché così ci sarebbe più integrazione.
Il relativismo culturale, quindi, in pratica esiste solo a senso unico. Esiste un subdolo dogma progressista che tende a giustificare ogni nefandezza compiuta da persone di altre culture, che da carnefici diventano vittime, e una autoflagellazione della nostra civiltà e del nostro patrimonio intellettuale che in qualche modo devono risultare i colpevoli del fallimento di chi viene da fuori.
SEMPER NOSTRA CULPA.
Maurice Garin
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