Le modestissime dimensioni degli avvenimenti che contrassegnano la monocorde e asfittica vita “civile” della colonia Italia, offrono testimonianze eloquenti del pietoso esaurirsi di ogni sana predisposizione critica e reattiva in una popolazione provata da una lunga e metodica anestesia.
Ciononostante, le polemiche spicciole e i desolanti battibecchi destinati a colmare lo spazio reso deserto dal prostituirsi della politica ai voraci appetiti dell’alta finanza, porgono talvolta motivi di riflessione che, trascendendo i brevi orizzonti dell’attualità, giovano a meglio comprenderne risvolti intenzionalmente taciuti o cautamente inespressi.
Come appare evidente dal titolo di questa nota, le considerazioni seguenti non si attardano in una oziosa disquisizione sulle schermaglie ridicolmente inscenate dai relitti della sovversione contemporanea; esse hanno come oggetto specifico le parole pronunciate da Giorgia Meloni ad Assisi in occasione del 4 ottobre ultimo scorso, proponendosi di gettare uno squarcio sulle implicazioni ideologiche e sui retroscena politici di un sistema incapace di sottrarsi alla morsa della sua irreparabile bassezza.
Non sarà inutile premettere che la malsana trasposizione della figura del Santo assisiate in schemi tendenziosamente difformi dalla sua spiritualità, al pari della moda ricorrente e banale di additarlo ora quale precursore dell’ecologismo, ora (come nella fattispecie) quale apostolo del “dialogo” e della tolleranza laicista, sono spia di un abito mentale che non sapremmo se ritenere più scorretto o più presuntuoso.
Fermo restando che la ricezione del passato riflette non di rado i particolari moduli culturali di chi se ne fa giudice o interprete, va detto che la tentazione di adeguare la storia alla forma mentis del proprio tempo è tipica, in misura determinante, della modernità.
Il suo configurarsi come compimento di una dialettica garantita dall’inesorabilità di un progresso immanente, prescrive di riservare alle civiltà inconciliabili con il vantato laicismo che la permea intimamente, un senso di sufficiente commiserazione o di sdegnosa condanna.
Laddove ai giudizi sprezzanti di una ragione disanimata sottentri il trasporto per le suggestioni attinte alla vacuità sentimentalistica, si prepara il terreno che ha reso possibile avviare e proseguire ostinatamente l’opera di grottesca deformazione della personalità di Giovanni Francesco.
Lo spirito cavalleresco rappresentativo del suo ardore apostolico è volutamente appannato dietro la lunga teoria dei fraintendimenti, compendiati nella scialba raffigurazione che celebra in lui un campione del pacifismo filantropico. La povertà, vissuta dal santo come gioiosa partecipazione al Mistero della Croce di Gesù, smarrisce la sua densità spirituale per assumere oscuri contorni pauperistici, non esenti da risvolti ereticali; e, a dispetto della verità storica, si è voluto individuare nel suo incontro con il sultano d’Egitto, una precoce inclinazione al dialogo interreligioso.
Tali esemplificazioni esulano dalle loro valenze puramente storiografiche: esse si riallacciano al tema del presente articolo, dimostrando come l’Occidente laicizzato accetti il Cristianesimo solo a prezzo del suo totale svuotamento e della sua conseguente riduzione a fattore marginale di un mondo ignaro della correlazione tra il credere e l’intelligere.
di Paolo Rizza
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