Ottant’anni fa, il 1° novembre 1945, chiudeva uno dei più terribili campi di concentramento per prigionieri fascisti, civili e militari, costruito dai vincitori americani: il campo di Coltano, vicino a Pisa. Come vedremo, non fu la fine delle sofferenze per i prigionieri, molti dei quali vennero trasferiti ad altri luoghi d’internamento. In realtà i campi per fascisti, o presunti tali, civili e militari della RSI furono decine in tutt’Italia: erano la risposta degli invasori USA e dei loro collaborazionisti del cosiddetto “Regno del Sud” alla domanda circa il destino delle decine e decine di migliaia di fascisti rastrellati con l’avanzata da sud verso nord delle truppe di occupazione alleate.
Detenuti civili e “irriducibili”
Inizialmente, erano soprattutto civili: gerarchi e membri del Partito Nazionale Fascista e poi del Partito Fascista Repubblicano, funzionari statali, prefetti, questori, ex ministri, senatori e deputati, intellettuali, professori universitari, giornalisti, artisti, persino sportivi. Venne arrestato anche l’ex Governatore della Banca d’Italia, poi condannato a vent’anni. Da rilevare la presenza di decine e decine di fascisti “irriducibili” che, nel sud occupato dagli invasori, attuarono una resistenza fatta di volantini, manifesti, tentativi di mobilitazione, manifestazioni di vario genere contro gli occupanti e a favore della RSI. Una resistenza, un “fascismo clandestino” ancora poco noto.
Tra loro anche i principi Valerio e Maria Elia Pignatelli della Cerchiara, eroici animatori, scrive lo storico Giuseppe Parlato, di “un nucleo consistente di fascisti che operavano in varia maniera in Campania, Calabria, Basilicata e Puglia”. Anche in Sicilia e in Sardegna operarono, nonostante la feroce repressione degli americani, gruppi clandestini di fascisti che riuscirono ad avere contatti con la Repubblica Sociale al Nord. I coniugi Pignatelli alla fine vennero catturati e subirono una durissima detenzione in vari prigioni e campi.
I Campi POW
Con l’avvicinarsi della fine del conflitto, furono decine i campi allestiti per i fascisti, non più solo civili, ma anche combattenti nelle varie formazioni armate della RSI: Esercito, Guardia Nazionale Repubblicana, Decima Mas, Legione Muti, Brigate Nere, le varie polizie. Dopo la caduta della Repubblica Sociale, il flusso dei prigionieri, civili e militari, scampati alla sanguinaria mattanza ad opera delle forze partigiane così ben descritta da Giorgio Pisanò e Gianpaolo Pansa, aumentò di molto.
Erano stati aperti campi di detenzione a Padula, Aversa, Afragola, Narni, Scandicci, Lecco, Como, Erba, Modena, Sondrio, Mestre, Taranto (uno dei più terribili) e in altre località. A Padula e a Terni vennero rinchiusi, tra gli altri, Achille Lauro, Ricciotti ed Ezio Garibaldi, nipoti dell’eroe, i giornalisti Alberto Giannini, Giorgio Nelson Page, Ezio Maria Gray, Paolo Orano, che era anche senatore, che vi morì, l’intellettuale, scrittore e pittore Ardengo Soffici, lo scrittore, storico dell’arte e giornalista Barna Occhini, Italo Sauro, figlio di Nazario, il poeta Olindo Guerrini, il principe Francesco Ruspoli, Valentino Orsolini Cencelli, realizzatore delle bonifiche delle paludi pontine, il direttore d’orchestra Gorni Kramer, in seguito trasferito a Coltano, il generale Bellomo poi fucilato, con accuse false, dagli inglesi, giovani e giovanissimi militanti del gruppo fascista clandestino romano “Onore”.
Reparto donne
Nel “reparto donne” vennero internate anche Rachele Mussolini e la principessa Pignatelli. A Casellina venne aperto un campo di concentramento per sole donne: più di 300 tra ausiliarie della RSI, ex appartenenti all’amministrazione repubblicana, figlie di coloni di Libia che, bloccate in Italia, avevano aderito alla RSI, istriane e dalmate che rifiutavano di tornare nelle loro terre occupate dagli slavo-comunisti per non finire massacrate nelle foibe dai titini. C’era anche un bambino, figlio di una prigioniera.
Molti di questi campi erano tuttavia “provvisori” e mal sorvegliati, da cui alcuni prigionieri riuscirono a fuggire. Gli americani decisero allora di costruire un nuovo campo a Coltano, vicino a Pisa: requisirono 1.200 ettari allontanando gli agricoltori con un compenso ridicolo e in poche settimane allestirono, distruggendo campi di grano, vigne e frutteti, un gigantesco campo, che in realtà erano tre: PWE 336 e il PWE 338, destinati a prigionieri tedeschi e russi antibolscevici che combatterono con la Wermacht, ausiliarie germaniche, mogli e figlie di ufficiali, e il PWE 337, destinato agli italiani, il “nostro” Coltano. Il terreno, dopo la distruzione delle culture, così era stato descritto: “La zona è completamente pianeggiante, senza un albero né un cespuglio; il terreno è di natura argillosa, impermeabile, polveroso e torrido in piena estate, sottoposto a ridursi un vero e proprio pantano impraticabile dopo anche una breve pioggia”. I campi erano sorvegliati da militari della 92° divisione americana Buffalo, composta da soldati di colore e da militari di origine giapponese o filippina nonché da elementi della Legione ebraica.
Coltano
Tutti i reduci da Coltano, i racconti, le cronache, concordano: le condizioni di quel campo erano terribili. Inizialmente il campo PWE 337 era totalmente privo di ogni copertura e i prigionieri erano costretti a dormire all’addiaccio avvolti in cartoni sottratti agli americani. Poi arrivarono le tende. Scrive lo storico Gianni Oliva, nel suo Il purgatorio dei vinti: “ma sono piccole tende canadesi, dove i prigionieri si ammucchiano senza riuscire a muoversi in piedi. Nessuna branda o materasso, soltanto qualche coperta”.Niente costruzioni, niente baracche, solo tende. I prigionieri vi potevano entrare solo la sera: per tutto il giorno erano costretti a restare all’esterno, qualsiasi fossero le condizioni climatiche: il sole bruciante dell’estate o le piogge torrenziali dell’autunno.
Per volontà degli alleati, e i governi-fantoccio collaborazionisti di Badoglio e successivi (chi comandava veramente era l’amministrazione militare alleata) concordarono, anzi spinsero verso questa decisione, ai militari prigionieri venne negato lo statusdi prigionieri di guerra, con le connesse garanzie della Convenzione di Ginevra, poiché la RSI non aveva ricevuto riconoscimento internazionale: un falso storico, tra l’altro.
L’alimentazione era assolutamente insufficiente, ben al di sotto dei livelli necessari alla sopravvivenza: brodaglie e “pappine” (così le chiamavano i prigionieri) di nessuna consistenza. Quasi totalmente assente l’assistenza sanitaria e farmaceutica, anche nei confronti dei detenuti mutilati e invalidi gravi.
Terribili erano le vessazioni, i maltrattamenti, le punizioni insensate inflitte ai prigionieri, come il “palo” e la “gabbia”. Al palo veniva legato il prigioniero, esposto al sole e alla pioggia, senza cibo e acqua, dall’alba al tramonto, anche per più giorni. La gabbia era realizzata in rete metallica e aveva cementati sul pavimento ciotoli aguzzi. Narra Pietro Ciabattini, reduce dal campo di Scandicci, poi di Coltano e autore di Coltano 1945, che racconta della sua prigionia con partecipata vividezza, di un ragazzo che a Scandicci rimase in gabbia tre giorni per aver affisso una fotografia di Mussolini.
L’ex federale Vincenzo Costa testimonia: “Gli americani godevano a infliggere ai prigionieri punizioni per un nonnulla: scavarsi la fossa profonda due metri e poi riempirla; stare alla sferza del sole legati al palo senza bere per tutto un giorno; ricevere bastonate e pugni alla mascella. Un maggiore della Guardia nazionale, molto anziano, venne punito con l’applicazione alla schiena di un cartello con la scritta: “Sono un ufficiale fascista porco”. Lo costrinsero a correre dieci volte attorno al perimetro del settore, un supplizio per un uomo della sua età che ogni tanto stramazzava a terra e faceva fatica a rialzarsi.”
Le vessazioni iniziavano all’ingresso del campo e fu anche un giornalista di sinistra, Angiolo Berti a denunciarlo su Rinascita, uno degli organi del cosiddetto comitato di liberazione nazionale: “A tutti i prigionieri, senza distinzione, fu tolta ogni cosa, uniformi, indumenti, oggetti personali. Gli orologi e i portafogli ebbero l’onore di particolari attenzioni da parte delle truppe alleate, in gran parte di colore”. Pietro Ciabattini non dimentica: “Per quei mandriani del Texas, per i contadini dell’Oklahoma, per i montanari dell’Oregon o del Nebraska, per i negri degli stati del sud o di qualunque parte degli Stati Uniti fossero, i prigionieri italiani erano solo delle “merde fasciste.””.
Tutte le descrizioni del campo e della miserabile vita a cui erano costretti i “vinti” dai “vincitori” ricordano un girone infernale dantesco: “Soldati e ufficiali, mutilati, ciechi e invalidi ammassati insieme e insieme sadicamente sottoposti a stenti per fame, percosse, umiliazioni e totale mancanza di assistenza medica e farmaceutica” descrive il già citato Pietro Ciabattini, sopravvissuto, con il padre e il fratello, al campo di Coltano. “Migliaia di esseri umani nudi, laceri malati e bisognosi di tutto”; “Coltano era un immenso coacervo di corpi seminudi, colpiti dall’alba al tramonto dai raggi del sole, indeboliti nel fisico dalle scarse cibarie e dalle precarie condizioni igieniche e sanitarie, al di sotto dei limiti della dignità umana”.
Anche le donne internate, ausiliarie, addette all’amministrazione della RSI, mogli o figlie di fascisti uccisi, furono sottoposte a una durissima detenzione. Così ricordava Alda Paoletti, ex interprete del Battaglione Montebello, prigioniera a Casellina: “Venimmo sottoposte alla brutalità gratuita del vincitore, che sfogava giornalmente con noi i più bassi istinti di odio di cui l’animo umano è capace” e rammenta: “la bestialità del comandante del nostro lager, il sergente Gregorio Grillone, un oriundo italiano che non perdeva occasione per offenderci.”; “dalla sua bocca uscivano i peggiori insulti per le italiane che, secondo lui erano tutte puttane”; “Molte hanno pagato con danni alla salute quei maltrattamenti subiti; una ventina hanno contratto la Tbc, altre hanno avuto bisogno di cure psichiatriche, altre ancora, picchiate brutalmente da Grillone, hanno avuto una lunga odissea di ricoveri e operazioni chirurgiche”. La testimonianza di Alda Paoletti è riportata da Paolo Leone, nel suo I campi dei vinti.
A Coltano vennero “ospitati” più di 30.000 prigionieri, di tutte le età, inclusi anziani, bambini e ragazzini. Ricorriamo ancora a Ciabattini: “Stupiti vedemmo che fra i prigionieri si trovavano ragazzetti che avranno avuto sì e no dieci o tredici anni”. “Molti ragazzini e giovanetti erano figli di genitori fascisti trucidati dopo il 25 aprile”. Al passaggio dell’amministrazione dagli statunitensi agli italiani i reclusi erano 32.229, di cui 359 civili. Complessivamente, furono più di 50.000 i rinchiusi nelle decine di campi allestiti in tutta Italia. Da ricordare il ruolo prezioso, per gli spiriti e le anime dei disgraziati prigionieri, dei cappellani militari reclusi anch’essi assieme agli altri e che subivano lo stesso trattamento, considerato anche che gli americani non permettevano l’ingresso a sacerdoti nei campi.
Tra i detenuti di Coltano molti erano i nomi di rilievo: tutti i generali della RSI, il tenente colonnello degli Oddi che alla testa del suo battaglione di SS italiane contrastò duramente le truppe USA a sud di Roma, le Medaglie d’Oro Mario Arillo, della X Mas, violatore dei porti di Alessandria e di Algeri, Aldo Vidussoni, che si era conquistato la medaglia d’oro nella guerra di Spagna, mutilato ad un occhio e a un braccio nella battaglia di Santander, il maggiore Edoardo Sala, che comandò i parà della Folgore, Vito Mussolini, fratello del Duce e direttore del Popolo d’Italia, Vincenzo Costa, ultimo federale di Milano.
Altri nomi noti sono quelli di Dario Fo, Walter Chiari (Walter Annicchiarico), Enrico Maria Salerno, Raimondo Vianello, che non si pentì mai delle sue scelte giovanili e che, provocato da un giornalista negli anni ’90, rispose con la con la sua consueta garbata ironia: “Non rinnego né Salò né Sanremo”. Da ricordare che aderirono alla RSI altri nomi noti come Ugo Tognazzi, Enrico Ameri, Giorgio Albertazzi.
Ezra Pound
Certamente l’ospite più illustre nel campo di concentramento fu Ezra Pound, forse il più grande poeta di tutto il ‘900. Catturato dai partigiani e poi “consegnato” agli americani perché colpevole di filofascismo e per le sue trasmissioni dalla radio italiana, le condizioni della sua terribile detenzione da parte dei suoi connazionali destano ancora oggi indignazione e rabbia, ennesimo esempio della malvagità dei “vincitori”.
Così il maggiore Sala, suo compagno di prigionia, descrive il trattamento riservatogli: “rinchiuso in una gabbia di filo spinato senza copertura e servizi; il mangiare veniva passato tra i fili e durante il giorno si teneva le mani sulla testa per non essere bruciato dal sole”. Prosegue Pietro Ciabattini: “Dopo quindici giorni fu trasferito nel campo di punizione PWE 335 [a Metato, sempre vicino a Pisa, ndr] per ordine del Disciplinary Training Center e come criminale di guerra chiuso in una gabbia due metri per due realizzata in ferro e in legno, recintata da una pesante rete metallica, con un tetto di carta catramata e un pavimento cementato, esposto alle intemperie: bruciato dal sole, bagnato dalla pioggia, illuminato notte e giorno da grandi fari”.
A novembre del 1945 venne portato negli Stati Uniti e, come noto, internato senza processo in un manicomio criminale, da cui venne liberato solo nel 1958. Dei suoi Cantos, il suo capolavoro, 11 sono i cosiddetti Canti pisani, dove, con accenni scarni, senza retorica e senza lamenti, allude alla sua terribile prigionia, non rinunciando a quella esaltazione della bellezza di cui è intrisa la sua poesia: “e le nuvole sui prati pisani gareggiano sicure in bellezza”.
Per mesi ai parenti ed amici dei prigionieri venne impedito non solo di visitare i loro cari, ma persino di conoscere il luogo della detenzione. Ai detenuti, sui moduli della croce rossa internazionale, venne ordinato di indicare come luogo d’internamento “Naples-Italy”. Solo su insistenza dell’Arcivescovado di Pisa gli americani consentirono, alla metà di agosto, un limitato numero di visite e la ricezione di pacchi viveri, regolarmente “alleggeriti” dai guardiani. Così una folla dolente di parenti e amici, attraversando fortunosamente l’Italia con gli scarsi mezzi a disposizione, stazionava prima davanti all’Arcivescovado in attesa delle scarse autorizzazioni concesse dagli americani, poi davanti al campo per vedere i cari reclusi.
Questa la descrizione del giornalista Angelo Ciucci del pur ciellenista Nuovo Corriere: “Era una folla stanca e triste, venuta da chissà da dove, che mostrava evidenti nel volto i segni di un lungo seguito di tribolazioni e di sofferenze. Erano uomini e donne della Sicilia e della Sardegna, del Veneto e della Calabria, del Piemonte e della Campania, dell’Emilia, della Liguria e della Toscana. Erano contadini e pescatori dal viso abbronzato, operai induriti nella fatica, pallidi professionisti e spose dagli occhi incavati.” Testimonia Ciabattini: “Spesso tentavano di avvicinarsi alle recinzioni rischiando le raffiche o i colpi di fucile di qualche sentinella in stato di ebbrezza o rapine e violenze di ogni genere da parte dei soldati negri liberi dal servizio”.
Gianni Oliva nel suo testo già citato riporta anche la testimonianza di Vincenzo Costa: “I negri e i bianchi americani ci diventano odiosi quando i nostri congiunti cercano di giungere attorno al campo per sincerarsi che siamo ancora vivi. Allora tutta quella genìa, senza distinzione di colore della pelle, prese a insidiare le nostre spose, le nostre figlie, le nostre mamme. […] Ma dovettero attendere giorni, pernottando sotto gli alberi, le une accovacciate con i loro figlioli contro le altre. Fu allora che i soldati presero a insidiarle con manifestazioni bestiali.” Testimonia un altro prigioniero, il comandante Attilio Sambruni: “vi fu poi un’altra vittima, una donna, la vecchia madre di un ufficiale recluso, freddata da un negro mentre stava per gettarsi sul filo spinato, nella folle illusione di poter riabbracciare suo figlio.”
A fine agosto 1945 il campo di Coltano passò sotto l’amministrazione italiana. Nonostante l’iniziale speranza, in realtà le condizioni dei prigionieri non migliorarono. “La fame continuò a spadroneggiare nel campo. Mai fu rispettata la tabella della razione promessa.” Ciabattini ricorda: “improvvisamente comprendemmo come fossimo caduti dalla padella alla brace”. Per quanto possibile, vi fu persino un peggioramento del vitto, spesso “dirottato” per altre destinazioni “private”. Peggiorò anche la situazione sanitaria. La Croce Rossa Italiana non si fece mai vedere. Solo, e solo per una fugace visita, quella internazionale. Poi, per diverse volte, le autorità italiane del campo autorizzarono gruppi di partigiani, entrati nel campo, a far disporre i prigionieri i fila per poi prelevare presunti “autori di crimini”. Ovviamente i disgraziati non fecero mai più ritorno alle loro case. Vi furono anche prelevamenti “ufficiali”, da parte dei carabinieri, disposti dalle varie questure alla ricerca di “criminali fascisti”.
Il 20 settembre le autorità italiane disposero la futura chiusura del campo, il che non significava la liberazione dei prigionieri; anzi vennero istituite varie commissioni, suddivise per grado e tipologia dei reclusi, per la valutazione penale delle singole posizioni. Iniziarono estenuanti e umilianti interrogatori. Alla chiusura del campo circa 2.000 internati, considerati più o meno colpevoli, vennero internati nel campo di Laterina, mentre gli ufficiali superiori della RSI, accusati di “tradimento”, vennero rinchiusi in prigioni militari, soprattutto a Forte Boccea, a Roma.
Anche Pietro Ciabattini venne trasferito al campo di Laterina, dove il trattamento era lievemente migliore; rimaneva però angosciante l’incognita del futuro: quella che le commissioni giudicatrici consegnassero i prigionieri alle corti d’assise straordinarie, i cui giurati erano tutti di nomina del CLN, veri tribunali speciali che non lesinavano nell’irrogare la pena di morte o ergastoli. Prima di essere liberato, alla fine del 1945, Ciabattini fu costretto ad ascoltare compunto la lezioncina arrogante, pomposa, offensiva e umiliante di un capitano dell’esercito “democratico”: “Fuori da questo campo troverai un modo di vita nuovo e la democrazia e la libertà faranno di te un cittadino onesto e probo”. Involontario umorismo dei “liberatori”.
Quanti furono nel periodo da maggio a novembre i morti a Coltano, per stenti, per fame, per tentativi di fuga, per malattie non curate, per le percosse, per i maltrattamenti? Non si sa. Pur interpellati con varie, ripetute richieste, né il governo USA, né quello italiano hanno mai fornito alcun dato riguardo ai decessi. “Nessuno, tranne gli archivisti USA, conoscerà mai il numero dei deceduti di Coltano. Mistero e silenzio anche sui luoghi dove venivano sepolte le salme.” Così Pietro Ciabattini che, peraltro, testimonia una media di tre morti al giorno nel periodo di apertura del campo: quindi un totale di 500/600 morti totali. Cifre analoghe, in proporzione, sono ipotizzabili anche per gli altri campi di concentramento, l’ultimo dei quali, quello di Rimini, venne chiuso solo nella primavera del 1947. Ancora nel 1952 erano almeno 442 i fascisti nelle carceri italiane, testimonia Giuseppe Parlato.
Ricordando di Coltano e degli altri campi di concentramento per fascisti, rifiutandoci di obliare la memoria di quanto successe, delle morti, dei maltrattamenti, delle persecuzioni possiamo concludere ricorrendo a quanto riportato nella presentazione, in quarta di copertina, del testo di Paolo Leone I campi dei vinti: “Più di cinquantamila civili e militari sottoposti per mesi (alcuni per due anni interi) a una brutale limitazione della libertà, concentrati in campi di internamento insufficienti nelle strutture sanitarie, nell’alimentazione, nella tutela della dignità umana. Questa la realtà dei “campi dei vinti”, quei campi di concentramento realizzati in Italia fra l’estate del 1943 e la primavera del 1946 nei quali furono rinchiusi dagli Alleati e senza processo decine di migliaia di fascisti o presunti tali”.
Antonio de Felip
Qualche indicazione bibliografica
Come si può evincere dalle numerose citazioni nell’articolo, il testo che riteniamo più consigliabile a chi volesse approfondire l’argomento è quello di Pietro Ciabattini, Coltano 1945. Un campo di concentramento dimenticato, con prefazione di Franco Bandini, edito da Mursia nel 1995. Il libro, esaurito, è comunque reperibile in rete. Lo storico e docente di Storia Contemporanea Giuseppe Parlato, che molto ha scritto del nostro mondo e che è purtroppo mancato lo scorso giugno, è l’autore di un testo ormai diventato un classico: Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943 – 1948, il Mulino del 2006, in cui un capitolo, ben documentato e strutturato, è dedicato a “Coltano e dintorni”.
Per una ricognizione generale sui campi di concentramento per fascisti in Italia si può ricorrere al testo del giornalista Paolo Leone, I campi dei vinti. Civili e militari nei campi di concentramento alleati in Italia (1943 – 1946) con prefazione di Giuseppe Parlato, Cantagalli, 2012. Il libro propone un’ottima visione d’insieme sui diversi campi, incluso ovviamente Coltano, con numerose testimonianze di chi vi venne rinchiuso. Infine, il testo di uno storico antifascista, Gianni Oliva, Il purgatorio dei vinti. La storia dei prigionieri fascisti nel campo di Coltano,Mondadori, 2023. Ben documentato (il testo deve comunque molto deve a Ciabattini, a Parlato e a Leone) possono tuttavia risultare irritanti certi accenni “giustificazionisti” dei campi (il titolo ne è un esempio), nonché la presenza di numerosi commenti riconducibili alla polemica antifascista che minano, ovviamente nell’opinione di chi scrive, la scientificità del testo.






































































