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𝗥𝗘𝗖𝗘𝗡𝗦𝗜𝗢𝗡𝗘   𝗔𝗟   𝗡𝗨𝗠𝗘𝗥𝗢   𝟭/𝟮𝟬𝟮𝟲   𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔   𝗥𝗜𝗩𝗜𝗦𝗧𝗔   𝗗𝗜   𝗚𝗘𝗢𝗣𝗢𝗟𝗜𝗧𝗜𝗖𝗔 𝗘𝗨𝗥𝗔𝗦𝗜𝗔: “𝗜𝗟 𝗣𝗢𝗧𝗘𝗥𝗘 𝗗𝗘𝗟 𝗦𝗜𝗢𝗡𝗜𝗦𝗠𝗢”

Impagnatiello Matteo Pio di Impagnatiello Matteo Pio
29/11/2025
in Esteri, Politica, Recensioni
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Recensione EURASIA
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Il numero 1/2026 di «Eurasia» (uscito con un certo anticipo rispetto al 2026) si configura come una costruzione assai più organica di quanto non lasci intendere il semplice sommario. L’editoriale di apertura, la   sezione  dottrinale   sulle   «idee  e   la  geopolitica»,   il   corposo dossier   su  «Il  potere   del sionismo», l’incursione nella «geopolitica della tecnologia» e il documento conclusivo sulla «religione secolare dell’Olocausto», accompagnato da recensioni coerenti con la linea del fascicolo, non sono blocchi giustapposti, ma stazioni successive di un’unica indagine: la genealogia del potere imperialista contemporaneo – nella sua declinazione atlantica e sionista – e la ricerca, altrettanto sistematica, di categorie alternative per pensare l’ordine internazionale.

Fin dall’editoriale «Israele in Italia» (Claudio Mutti) – cui il volume affida la funzione di chiave d’accesso – il lettore è introdotto a una tesi di fondo che fungerà da filo rosso per l’intero fascicolo: la progressiva   “israelizzazione”   del   discorso   pubblico   e   del   sistema   politico   italiani,   cioè   la trasformazione di Israele da semplice alleato a vero e proprio perno simbolico e normativo, al cui orientamento   si   adeguano   partiti,   media   e   istituzioni.   L’editoriale   non   si   limita   a   registrare   un allineamento diplomatico, ma insiste sulla dimensione ideologica: l’impossibilità, di fatto, di articolare una critica radicale alle politiche israeliane senza incorrere in sanzioni simboliche, professionali o normative. La tesi è chiara: la subordinazione italiana all’Occidente a guida statunitense passa oggi, in misura crescente, per la centralità politico-religiosa dello Stato d’Israele, che funge da dispositivo di disciplinamento interno e di omologazione atlantica.

Questa premessa trova un naturale sviluppo nella sezione «Le idee e la geopolitica», che ha anche la funzione di allargare l’orizzonte tematico oltre il Vicino Oriente, per interrogare la struttura profonda del potere occidentale e, per contrasto, le forme di resistenza concettuale e politica maturate in altri spazi civilizzatori. L’intervento di Alessandra Colla su Jalal Al-e Ahmad («L’Occidente come morbo») è emblematico in questo senso. Esso ricostruisce la genesi del concetto di gharbzadegi – tradotto, con motivata   preferenza,   come  «occidentosi»   –   mostrando   come  Al-e  Ahmad   trasformi   l’intuizione ontologico-filosofica di Seyed Ahmad Fardid in una diagnosi storico-sociale della dipendenza iraniana dall’Occidente. La malattia non è il “ritardo” rispetto all’Occidente, bensì l’introiezione passiva delle sue categorie tecniche, economiche e culturali, che svuotano dall’interno la tradizione locale. Il saggio insiste sul carattere degenerativo dell’“occidentosi” – il suffisso  «-osi»   rimanda   in   medicina   alle affezioni cronico-degenerative – e sul nesso fra dominio tecnico e subordinazione spirituale, ponendo così le basi di un discorso che tornerà, mutatis mutandis, quando si parlerà di sionismo come forma estrema di potere a pretesa universale

A questa diagnosi di “morbo occidentale” si affianca, in modo complementare, il contributo di Luca Tadolini, che rilegge lo storico italiano Gioacchino Volpe come geopolitico “eretico”. Volpe, ricorda l’autore, aveva colto precocemente la logica dei «grandi spazi» continentali, la centralità del baricentro mitteleuropeo   e   la   condizione   subalterna   in   cui   l’Italia   veniva   relegata   dai   suoi   presunti   alleati occidentali. In filigrana, emerge una critica di lunga durata alla collocazione internazionale dell’Italia: la subalternità odierna rispetto all’asse atlantico e sionista non è un accidente congiunturale, ma si inscrive in una storia più lunga di incompletezza nazionale e di dipendenza strategica.

Il saggio di Aldo Braccio sulla «rivoluzione conservatrice in Turchia» sposta il fuoco sullo spazio anatolico e mostra come la Turchia costituisca un laboratorio privilegiato di resistenza – ambivalente e contraddittoria – al paradigma occidentale. Braccio segue una costellazione di autori che vanno da Fazıl a Nurettin Topçu fino a Sezai Karakoç, evidenziando come essi articolino un nazionalismo “spirituale” profondamente critico  nei  confronti   del   kemalismo   occidentalizzatore  e delle relative riforme,  viste  come strumenti di disgregazione  dell’Islam dall’interno.  Nel  quadro  attuale, questa genealogia sfocia in quella che l’autore legge come «rivoluzione conservatrice» incarnata dall’AKP e da Erdoğan: un tentativo di conciliare Islam, sovranità nazionale e proiezione geopolitica autonoma, che trova una formulazione strategica nella dottrina della «Patria blu» di Cem Gürdeniz, volta a estendere la nozione di patria allo spazio marittimo e contestando le pretese greche e occidentali nel Mediterraneo orientale.

Se Colla e Braccio lavorano su due poli non occidentali – Iran e Turchia – il testo di Franz Simonini («Strutture temporali   e coscienza  imperiale»)  compie un’operazione   più astratta,   ma decisiva  per l’impianto complessivo del numero: mostrare come ogni progetto imperiale si radichi in una peculiare visione del tempo storico. Nel caso statunitense, Simonini insiste sull’eccezionalismo americano, che trasforma   concetti   quali  democrazia   e   libertà   in   categorie   morali   assolute,   fissando   un   tempo apparentemente universale che pretende di inglobare e giudicare tutti gli altri tempi storici. La crisi attuale degli Stati Uniti è letta come crisi di questa temporalità: l’impossibilità di “americanizzare il mondo” produce una fase depressiva post-imperialista, in cui la nazione è lacerata fra la «fine della Storia» delle coste globalizzate e il mito dell’America profonda.

In contrappunto, l’autore ricostruisce la concezione ciclica del tempo russo, legata etimologicamente alla radice  wer-  («girare», «trascorrere in cicli») e spiritualmente alla dimensione del dolore come fondamento della coscienza, secondo Dostoevskij; approfondisce poi il dualismo greco fra chrónos e kairós, cioè fra tempo quantitativo e momento qualitativo, e la strutturazione “sacrale” del tempo romano come aeternitas imperii, dove il divenire tende cristallizzarsi in un ordine senza fine. Ne risulta una tipologia delle temporalità imperiali che tornerà implicita nel dossier successivo, quando si tratterà di comprendere il ruolo “metafisico” attribuito allo Stato d’Israele e alla Shoah.

Il profilo di Jurij Andropov ricostruito da Gabriele Repaci chiude la sezione dottrinale riportando il discorso sulla dimensione sovietica. Il saggio segue Andropov dallo spartiacque segnato dalla rivolta ungherese del 1956 fino al suo insediamento alla guida del KGB e infine al breve ma significativo periodo al vertice del Cremlino. Repaci mette in luce la tensione interna fra l’intuizione della necessità di modernizzare il sistema e la profonda diffidenza verso ogni cambiamento “dal basso”, che porta Andropov a concepire una riforma rigidamente diretta dall’alto, sotto il controllo capillare dei servizi. In filigrana, il saggio offre una chiave di lettura della crisi terminale dell’URSS come crisi di un progetto di potenza incapace di sciogliere questa ambivalenza.Su questo sfondo teorico-storico si innesta il cuore del numero, il dossier «Il potere del sionismo», che affronta il tema da molteplici angolature: storica, teologico-politica, ecclesiale, geopolitica e strategica.

L’apertura è affidata a Massimiliano Palladini, che in «La Palestina nella Prima guerra mondiale» ricostruisce la transizione dal dominio ottomano al mandato britannico, con particolare attenzione alla Dichiarazione Balfour e alle sue implicazioni.

L’autore mostra come, già nella fase bellica, la Palestina diventi oggetto di una promessa contraddittoria: da un lato, gli impegni presi da Londra verso le élite arabe, dall’altro, il sostegno a un «focolare nazionale ebraico» che, nella pratica, si traduce in una progressiva negazione del diritto all’autodeterminazione della popolazione araba autoctona. Palladini sottolinea come allo Stato ebraico siano stati riconosciuti tutti i diritti e tutte le garanzie, mentre alle comunità non ebraiche della regione sia stato sistematicamente fatto «tutto ciò che poteva pregiudicare i loro diritti», fino a fondare un ordine politico costruito sulla loro esclusione.

Il testo di Youssef Hindi, «La sacralizzazione dello Stato d’Israele», porta questa linea interpretativa su un   piano   più   esplicitamente   teologico-politico.   Hindi   argomenta   che   non   sono   gli   antisionisti   a confondere   giudaismo   e   sionismo,   bensì   gli   stessi   ebrei   sionisti; di   qui   l’inscindibilità, nella congiuntura attuale, fra questione ebraica, questione sionista e politica israeliana. L’autore mostra come, grazie al regime repubblicano francese e alle sue istituzioni, la lobby ebraico-sionista sia riuscita a compiere un’operazione “magica”: sacralizzare lo Stato d’Israele, rendere tabù ogni critica radicale al sionismo e colpire di anatema chiunque metta in questione la legittimità o l’azione dello Stato ebraico. Emblematica, in questo senso, è la frase di Emmanuel Macron secondo cui l’antisionismo costituirebbe una forma “reinventata” di antisemitismo. Hindi collega questa sacralizzazione a una lunga tradizione di aspirazioni universalistiche presenti nella letteratura ebraica, ricorrendo anche a riferimenti antichi (da Seneca a Filone di Alessandria) per mostrare come l’idea di un dominio ebraico mondiale abbia radici remote, oggi riattualizzate nella pratica statuale israeliana.

Su un versante diverso ma complementare si colloca il contributo di Giovanni Franciosi, «Sionismo cristiano e tradizionalisti cattolici».  L’autore  indaga  il   curioso  incontro  fra  sionismo e   settori  del cristianesimo conservatore: da un lato, il sionismo cristiano di matrice evangelica, che legge la nascita dello Stato d’Israele come adempimento di profezie bibliche e ne fa un elemento centrale della propria escatologia   politica;   dall’altro,   una   parte   del   tradizionalismo   cattolico   che,   mentre   rivendica l’ortodossia liturgica e dottrinale, mostra un forte allineamento alle politiche statunitensi e israeliane. Franciosi ricorda come il sionismo affondi le sue radici anche in una tradizione protestante ottocentesca che pensava la Palestina come territorio sottoposto all’impero coloniale britannico e poi come spazio di colonizzazione e reinsediamento ebraico. Il saggio discute inoltre la posizione ufficiale della Chiesa cattolica, richiamando un testo di padre David Neuhaus pubblicato su «La Civiltà Cattolica», nel quale si afferma l’impossibilità di separare la riflessione teologica e la concreta realtà di discriminazione e occupazione vissuta dai Palestinesi; e analizza il progressivo deterioramento delle relazioni fra Santa Sede e Israele durante il pontificato di Francesco.

Se Palladini, Hindi e Franciosi lavorano sul piano storico e teologico, Daniele Perra in «Guerra fredda e guerra calda nel Mediterraneo orientale» e Maria Morigi in «Trieste bastione orientale della NATO?» portano l’attenzione sullo spazio euro-mediterraneo contemporaneo. Perra analizza il nesso fra  soft power  e  hard   power  nella   proiezione   di   potenza   di   Turchia   e   Occidente:   ricorda,   ad   esempio, l’esperimento di liberalizzazione degli scambi fra Turchia, Libano, Siria e Giordania alla fine degli anni Duemila, rapidamente abortito per via delle tensioni regionali, e mostra come la Turchia tenti di giocare un ruolo di “ponte” fra mondo turco, arabo e persiano, ruolo che si scontra con l’ostilità occidentale e sfocia nella guerra siriana del 2011, definita come una sorta di «guerra mondiale in scala ridotta».

Maria Morigi, dal canto suo, prende Trieste come caso di studio esemplare della nuova militarizzazione europea: il piano «ReArm Europe», l’ipotesi di trasformare il Porto Franco in baluardo della NATO e in snodo della Three Seas Initiative e del corridoio IMEC, nonché la marginalizzazione delle proteste popolari   e   sindacali   contro   la   trasformazione   di   un   porto   storicamente   demilitarizzato   in   una piattaforma logistica di guerra.

A   coronare   il   dossier   intervengono   due   testi   che   considerano   il   versante   ideologico-strategico statunitense. Stefano Azzali, in «L’ideologo israeliano del neonazionalismo», ricostruisce il ruolo di Yoram Hazony e del movimento National Conservatism nel riplasmare il linguaggio del nazionalismo contemporaneo in chiave “giudaico-cristiana” e filoisraeliana. La diffusione del suo volume Le virtù del   nazionalismo negli   ambienti   conservatori   americani   ed europei – fino al citatissimo discorso inaugurale di Giorgia Meloni al convegno romano del 2020 – appare come un tassello di una più ampia alleanza fra neonazionalisti, oligarchi high-tech e complesso militare-industriale. Azzali si sofferma in particolare sulla figura di Peter Thiel, presentato come “tessitore” di questa alleanza: finanziatore decisivo di J.D. Vance, di Sam Altman, di Palmer Luckey e di molte piattaforme tecnologiche chiave, Thiel è descritto come il perno di un progetto di «decostruzione dello Stato amministrativo» e di promozione di un transumanesimo radicale che, secondo la citazione di Stephen Bannon riportata dall’autore, è destinato a cancellare le istituzioni e i valori precedenti, fino a ridisegnare la stessa natura umana.

Il   saggio   di   Valerio   Savioli,   «Il   canone   marziale   del   Politicamente   Corretto»,   funge   quasi   da contrappunto americano al dossier sul sionismo. L’autore analizza il ritorno dello “spirito guerriero” nell’amministrazione Trump, a partire dal simbolico ripristino del «Department of War» al posto del «Department of Defense». Questa operazione lessicale è interpretata come il segno di un tentativo di ridefinire il Politicamente Corretto in chiave conservatrice: non più dispositivo progressista di controllo del discorso, ma nuova ortodossia marziale che fa appello a un  warrior ethos  radicato nel retaggio puritano, nel repubblicanesimo classico e nelle varie dottrine geopolitiche statunitensi, dalla Dottrina Monroe alla “guerra al terrore”. Savioli richiama, fra l’altro, un intervento della Heritage Foundation che lega esplicitamente il declino della potenza americana alla “deriva woke” e propone un’agenda per il rilancio della military readiness contro l’«Impero di Mezzo» cinese, dipinto come principale sfidante. Il risultato è una lucida analisi della trasformazione del Politicamente Corretto in «canone marziale» funzionale alla ricomposizione interna della società statunitense.

Dopo   aver   così   disegnato   la   geografia   del   potere   sionista   e   atlantico   e   i   suoi   nessi   con   il neonazionalismo occidentale, la rivista offre una breve ma densa incursione nella dimensione tecnico-industriale con l’articolo di Amedeo Maddaluno, «Geopolitica della tecnologia: le macchine utensili». Qui il discorso si sposta su quello che l’autore definisce il «collo di bottiglia strategico» di ogni apparato economico-militare: le macchine utensili, «macchine madri» che producono tutte le altre macchine.   Maddaluno   mostra  come   quasi   ogni   bene   manifatturiero   dipenda,   direttamente   o indirettamente, da questo segmento industriale, e come il controllo delle filiere delle macchine utensili costituisca un indicatore decisivo della capacità di un Paese di rimanere potenza industriale e non ridursi a economia di servizi a basso valore aggiunto.

Il quadro italiano, con imprese di dimensioni medio-piccole spesso esposte ad acquisizioni straniere e prive di un sostegno strategico da parte dello Stato, è tratteggiato come caso paradigmatico di un Paese che rischia di scivolare in una marginalità strutturale,  proprio   mentre   proclama   ambizioni  geoeconomiche   che   restano   prive  di   infrastruttura materiale.

La sezione «Documenti» propone la traduzione di un testo di Robert Faurisson, «La religione secolare dell’Olocausto». Si tratta di un intervento esemplare delle tesi revisioniste dell’autore, che la rivista pubblica evidentemente in coerenza con l’impianto radicalmente critico del dossier. Faurisson descrive quella   che   chiama   «religione   dell’Olocausto»   come   una   religione   secolare   dotata   di   dogmi, comandamenti, santi e luoghi sacri, con Auschwitz quale “Golgota” simbolico. Secondo la sua tesi – che la recensione può solo registrare – questa religione avrebbe conosciuto uno sviluppo fulmineo fra il 1945 e il 2000, fino a imporsi come fede quasi obbligatoria in gran parte dell’Occidente, con l’obiettivo di legittimare politiche statali, in particolare quelle dello Stato d’Israele e dei suoi alleati. Faurisson insiste sulla saldatura fra questa «religione» e la società dei consumi, parlando di  Shoah business e giungendo a qualificare l’intero impianto come «prodotto adulterato» del marketing contemporaneo, volto a costruire quella che egli definisce una «gigantesca impostura storica». Il testo, per la radicalità delle sue affermazioni, costituisce forse il contributo più controverso del fascicolo; ma proprio per questo rende evidente l’intento di «Eurasia» di ospitare posizioni estreme nel quadro di una critica complessiva al paradigma memoriale occidentale e alla centralità geopolitica attribuita alla Shoah.

Le «Recensioni e schede» che chiudono il volume non hanno un carattere meramente accessorio, ma servono   a   consolidare   il   quadro   intellettuale   tracciato   nelle   sezioni   precedenti.   Particolarmente significativa è la presentazione del volume di Claudio Mutti, I “miti” del sionismo, che smonta una serie di «artificiosi miti di fondazione» utilizzati per giustificare l’esistenza dello Stato ebraico e le sue politiche in Palestina: i miti teologici (terra promessa, popolo eletto, sterminio sacro) e i miti del XX secolo (antifascismo ebraico, giustizia di Norimberga, Olocausto, «terra senza popolo per un popolo senza terra»). La recensione insiste sulla «razionalità storica e didattica» con cui Mutti affronta tali miti, ricordando ad esempio l’argomentazione secondo cui gli ebrei aschenaziti, discendenti slavizzati di un popolo altaico, non potrebbero vantare alcun diritto storico a «ritornare» in una terra in cui i loro antenati non hanno mai vissuto; e critica altresì il mito delle «radici giudaico-cristiane dell’Occidente», mettendo in luce la natura postcristiana e spesso anticristiana dell’ebraismo rabbinico moderno.

Complessivamente,  questo   numero   di   «Eurasia»   si   presenta   come   un’architettura   rigorosamente coerente, animata da un intento dichiaratamente contro-egemonico. Il filo conduttore che attraversa editoriali, saggi dottrinali, studi storici, analisi geopolitiche, riflessioni sulla tecnologia e documenti è la critica  dell’attuale   ordine   occidentale   a   guida   statunitense   e   sionista,   considerato   tanto   nelle   sue infrastrutture   materiali   (porti,   macchine   utensili,   complesso   militare-industriale)   quanto   nelle   sue sovrastrutture   simboliche   (religione   civile   dell’Olocausto,   sacralizzazione   dello   Stato   d’Israele, neonazionalismo   “giudaico-cristiano”,   canone   marziale   del   Politicamente   Corretto).   La contrapposizione non è però semplicemente negativa: al modello occidentale vengono contrapposte, in filigrana, altre forme di temporalità (greca, romana, russa), altre sintesi fra politica e religione (Iran, Turchia), altre possibili configurazioni geopolitiche (grande spazio eurasiatico).

Ne risulta una rivista che chiede al lettore un alto grado di attenzione, sia per la densità dei riferimenti  sia per la radicalità di molte tesi proposte. Il linguaggio è costantemente elevato, talora volutamente sorvegliato; la scelta degli autori – studiosi, traduttori di testi “scomodi”, analisti di lungo corso – conferma   l’intento   di  posizionare   «Eurasia»   come   luogo   di   elaborazione   teorica   alternativa   alla “normalità” accademica e mediatica. È evidente che talune posizioni, in particolare quelle di Hindi e Faurisson, susciteranno reazioni fortemente polarizzate; ma proprio questa radicalità contribuisce a definire il profilo del fascicolo: un laboratorio intellettuale in cui la critica dell’ordine esistente si spinge fino ai suoi presupposti più sensibili – religiosi, memoriali, geopolitici – nella convinzione che solo così sia possibile pensare, e forse preparare, un mondo fondato sulla multipolarità.

𝗠𝗮𝘁𝘁𝗲𝗼 𝗣𝗶𝗼 𝗜𝗺𝗽𝗮𝗴𝗻𝗮𝘁𝗶𝗲𝗹𝗹𝗼

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