Sabato 27 Marzo 2021, tenni con altri illustri amici, una conferenza online assieme all’opinionista Giuseppe Liturri, collaboratore de La Verità e studioso attento quanto appassionato di economia. Il tema di quella serata era “Ripensare l’Europa: verso la transizione identitaria”, di cui trovate le relazioni su YouTube.
In quell’occasione formulò un’analisi molto chiara e netta sulla UE, concludendo che, strutturata in questo modo, non fosse efficace, come il gommone pieno di buchi, rappresentato dal Wall Street Journal.
Su Start Magazine del 26.12.2025 egli continua la narrazione di quattro anni fa, raccontandoci “le previsioni sballate dei commentatori su Trump, economia americana, UE e non solo”.
Sta per terminare un anno iniziato con la prospettiva che Donald Trump avrebbe fatto affondare gli Usa tra i due oceani e che la UE avrebbe accolto i naufraghi del disastro Usa, primeggiando sui mercati finanziari e nel panorama geopolitico mondiale.
Invece, è finita con gli Usa in crescita del 4,3% nel terzo trimestre, con Wall Street che macina record e con Trump che dà le carte su tutti i tavoli, osannato pure dal Wall Street Journal.
Al contrario, la Ue è costretta a prendere ceffoni da Pechino, come uno Staterello qualsiasi, si è rimangiata mezzo Green Deal (auto, sostenibilità, ecc…) che Ursula von der Leyen aveva pomposamente proposto nella precedente Commissione, con la crescita che langue e con le Borse europee che hanno subito una evidente rimonta negli ultimi 8 mesi. Per non parlare del disastro della vicenda del prestito all’Ucraina, facendo leva sui fondi russi sequestrati.
Allora, scrive a ragione Giuseppe Liturri: “si impongono due riflessioni. La prima sulla credibilità di molti commentatori che, con incredibile sicumera, tra febbraio ed aprile prevedevano esattamente il contrario di quanto accaduto e, ciononostante, sono ancora lì a pontificare come se nulla fosse, sulle prime pagine dei principali quotidiani italiani (ma anche all’estero gli esempi sono numerosi).
Qui non si discute tanto nel merito, quanto nel metodo: come sia stato possibile, di fronte a interventi di politica economica così rilevanti come quelli dell’amministrazione Trump, tranciare giudizi, valutazioni e prospettive in modo così affrettato”.
Probabilmente la propaganda viziata dall’ideologia liberal e dai desiderata di certi editori supera di gran lunga la verità dei fatti e le analisi corrette perché corrispondenti alla realtà.
“La seconda riflessione riguarda la fede indiscussa nella Ue – incalza Giuseppe Liturri. Sull’efficacia, sempre più scarsa, di questo ibrido assetto istituzionale nel garantire e migliorare il benessere dei circa 450 milioni di abitanti”, di cui aveva già parlato nel corso della conferenza del 2021. “Una domanda che evidentemente non si sognano nemmeno di porsi i numerosi politici, prevalentemente del PD, che qualche settimana fa hanno orgogliosamente esposto sui social la bandiera della Ue. Pronti quasi a sguainare la spada, solo perché Trump ha dichiarato che la Ue è debole e non funziona. Non proprio una novità da oltreoceano. Chissà se costoro, aldilà dell’adesione fideistica, abbiamo mai riflettuto sull’effettivo contributo della Ue al benessere dell’Italia e degli altri Stati membri”.
Così, giusto per poter rivendicare con ancora maggior orgoglio, davanti alle ripetute accuse di Donald Trump, che la Ue è un progetto che nei suoi primi 33 anni (di cui 26 anche con la moneta unica) ha costituito un vantaggio per i Paesi aderenti, rispetto alla situazione ante 1992”.
Dove? In quale ambito? Prodi ci aveva garantito che saremmo diventati tutti più ricchi. Altri “euroinomani” utilizzano quell’odioso “ce lo chiede l’Europa”, come fosse la Madonna di Fatima. Invece è una matrigna cattiva, un vampiro usurocratico e uno strumento di profitto per multinazionali e lobby sovra-nazionali, cui non frega alcunché del popolo.
“In questa direzione – continua Liturri – è di qualche giorno fa un inatteso assist del professor Francesco Giavazzi a proposito delle lezioni da trarre per l’Italia osservando la Corea del Sud e Taiwan. Concentrandoci sulla prima, troviamo parecchi tratti che la rendono comparabile al nostro Paese: pur con una popolazione coreana lievemente inferiore, entrambe sono economie industriali avanzate e si collocano tra le prime potenze manifatturiere globali (l’Italia è spesso al settimo posto, la Corea del Sud al quinto) con forte vocazione all’esportazione.
Allora, utilizzando il database della World Bank, abbiamo osservato l’andamento del PIL pro capite, misurato a parità di potere d’acquisto e a dollari costanti. Si è scoperto che nel 1990 l’Italia – quella tanto vituperata di Tangentopoli, per intenderci – vantava un invidiabile Pil pro capite di 42.657 dollari. Molto vicino a quello degli Usa ($ 44.379) e nettamente superiore a quello della Ue ($ 33.427) e della Corea del Sud ($ 13.840).
Facendo un rapido salto in avanti di 34 anni, arriviamo ad oggi e troviamo che la Corea ha quasi agganciato l’Italia ($ 50.414 contro $ 53.115), gli Usa sono decollati verso lo spazio ($ 75.492) e la Ue ci ha pure superato ($ 54.291).
Osservando la dinamica nel tempo, l’Italia è riuscita a tenere il passo della crescita fino alla fine degli anni ’90, per poi iniziare un lungo declino, particolarmente grave nel decennio iniziato con la “cura Monti che ha salvato l’Italia” del 2011-2012 e i successivi governi Letta, Renzi, Gentiloni”. Questo dato, che non si può smentire, viene quasi sempre dimenticato dai commentatori, non solo dem.
Anche la Ue nel suo complesso ha progressivamente ampliato la larghezza della forbice rispetto agli Usa. In 35 anni, oltreoceano hanno aumentato il Pil complessivo (tenendo quindi conto della componente demografica) del 350%, la UE poco meno del 200% e l’Italia all’incirca il 100%.
“Da considerare – specifica Giuseppe Liturri – che la crescita della Ue tiene conto dell’ingresso dei 12 Paesi orientali tra 2004 e 2007. La dinamica e il confronto appaiono particolarmente sfavorevoli dopo la doppia crisi del 2008-2009 e 2011-2012. Usa e Corea hanno recuperato con notevole rapidità e ripreso la crescita col passo precrisi, Italia e Ue sono cadute in un decennio di torpore che nemmeno la ripresa post Covid è riuscito a scuotere.
Pare quasi superfluo sottolineare che – per ammissione di protagonisti di quegli anni come Paolo Gentiloni e Mario Draghi – quella modesta performance sia stata il risultato di una serie di fallimentari politiche economiche a loro volta esito di una struttura istituzionale gravemente disfunzionale.
Risuonano ancora le parole quasi balbettanti di Draghi in Commissione parlamentare il 18 marzo scorso (“noi in quegli anni pensavamo… tenevamo i salari bassi come strumento di concorrenza”) per descrivere le cause di questo declino.
Ma da soli saremmo affondati nel Mediterraneo – si affrettano a precisare e controbattere dal Colle (un arbitro che si sbilancia così su un tema almeno controverso…) – seguito dalle Picierno, i Gori, i Gentiloni et similia.
“Perché la massa critica per competere oggi nel mondo e stare al passo di Usa e Cina è solo quella raggiungibile stando uniti. Questo argomento è smentito dai fatti. Per essere efficaci, non è necessario essere grandi. Ed essere grandi non è condizione sufficiente per essere efficaci, come purtroppo la Ue dimostra ogni giorno.
Stendendo un velo pietoso sul drastico calo di investimenti pubblici causato dall’austerità di bilancio imposta da Bruxelles, allora viene da chiedersi perché la Corea non sia affondata nel Mar Giallo o Seoul non abbia deciso una (mortale) alleanza con la Cina o con il Giappone, facendo l’Unione Asiatica?
“La risposta ce l’ha fornita proprio Giavazzi su un piatto d’argento: «il governo della Corea del Sud intervenne sin dall’inizio per mantenere i salari alti […] il governo favorì la ricomposizione dell’industria attraverso il credito pubblico […] che fu il fattore determinante di quella rapida crescita».
Esattamente ciò che nella Ue è risultato impossibile, perché sarebbe scattata la tagliola del divieto di aiuti di Stato. La leva per la competitività è stata, per ammissione di Draghi, quella della corsa alla compressione della crescita salariale.
Ma forse Giavazzi ha dimenticato che l’Italia è nella Ue da 33 anni, perché afferma che «comprimere i salari e proteggere le imprese dalla concorrenza internazionale, come si è fatto a lungo in Italia, sono entrambi freni alla crescita». Possibile che in quasi due anni a Palazzo Chigi, Draghi non gli abbia detto che quelle scelte sono l’effetto di un’unione disfunzionale, soprattutto quella monetaria?
“È benvenuta la lezione – conclude l’ottimo Liturri – secondo cui «bassi salari non significano solo bassi redditi, scarsi consumi e crescita asfittica. Significano anche scarsi pungoli a puntare sulla produttività», ma l’invito a riflettere rivolto a Giorgia Meloni, avrebbe dovuto contenere l’essenziale precisazione che quelli sono i pilastri della politica economica della Ue, e che quindi, per essere coerente, Giavazzi avrebbe dovuto anche indicare la via dell’uscita. In quel caso, l’Italia sarebbe potuta diventare la Corea d’Europa e invece da Bruxelles sono 33 anni che ci piombano le ali”.
di Matteo Castagna
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