C’è qualcosa di profondamente storto, e non è solo una polemica estiva da social. È una frattura logica, culturale e persino morale quella che emerge dalla gestione della staffetta della Fiamma Olimpica di Milano-Cortina 2026. Una frattura che racconta molto più di quanto gli organizzatori vorrebbero ammettere.
Da una parte viene rimosso Massimo Boldi, attore popolare, ottantenne, senza precedenti penali, colpevole di una battuta autoironica rilasciata in un’intervista. Dall’altra, viene esibito come volto “internazionale” e simbolicamente spendibile Snoop Dogg, personaggio la cui carriera pubblica convive da decenni con arresti, condanne, processi, violazioni della legge e una promozione sistematica dell’uso di cannabis elevata a manifesto culturale.
Il tutto nel nome dei “valori olimpici”.
Qui non siamo davanti a una scelta discutibile. Siamo davanti a una sostituzione etica vera e propria: non conta ciò che hai fatto, ma ciò che rappresenti nel racconto ideologico dominante.
Boldi viene cancellato perché “incompatibile”. Non per un reato, non per una condotta violenta, non per un comportamento antisportivo, ma per una battuta. Una frase giudicata non allineata, non sufficientemente edificante, non abbastanza conforme alla liturgia dell’inclusione obbligatoria. L’organizzazione parla di “responsabilità”, di “privilegio”, di “rispetto”. Parole vuote, se confrontate con i fatti.
Perché i fatti dicono che, mentre un comico italiano viene escluso per ironia e linguaggio, si chiude serenamente un occhio su una fedina penale che include condanne per droga, possesso di armi, arresti multipli, episodi di violenza, processi per omicidio – conclusi con assoluzione, certo, ma pur sempre processi – e ulteriori fermate per stupefacenti anche in Europa. Tutto documentato, tutto pubblico, tutto liquidato come folklore.
La domanda allora è semplice: quali valori vengono davvero difesi?
Non quelli della legalità, evidentemente. Non quelli dell’esempio educativo. Non quelli dello sport come disciplina, sacrificio e rispetto delle regole. I valori che contano sono altri: l’immagine globale, la riconoscibilità mediatica, l’adesione a un immaginario “progressivo” che assolve tutto ciò che è trasgressione purché sia glamour, importata, spendibile sui social.
È qui che la vicenda diventa grottesca. Si tollera – anzi, si celebra – chi ha fatto della normalizzazione della droga un pilastro identitario, ma si espelle chi non rinnega il proprio modo di parlare, la propria ironia, il proprio rapporto con la tradizione popolare italiana. Uno a cui piacciono le donne, che scherza da comico, improvvisamente “infanga i valori dello sport”. Davvero?
La selezione dei tedofori, già contestata per l’eccesso di spettacolarizzazione e la marginalizzazione di veri protagonisti dello sport, diventa così un atto politico mascherato da cerimoniale. Non rappresenta le comunità, ma le filtra. Non unisce, ma seleziona. Non include: certifica.
E c’è un ultimo punto, forse il più amaro. Se una scelta del genere fosse maturata sotto un governo di sinistra, sarebbe stata – giustamente – denunciata come ideologica, censoriale, grave. Oggi, con la destra al governo, assume un significato persino peggiore: è la prova che il potere culturale resta saldamente nelle stesse mani e che, anzi, si sente abbastanza forte da compiere queste operazioni senza nemmeno giustificarle seriamente.
Non è solo un insulto a Boldi. È un insulto all’intelligenza di chi guarda.
Brian Curto
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